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Miral

di Silvia Baldini


La locandina del film
  Una pennellata d’autore: così è possibile definire «Miral», il nuovo film del pittore-cineasta newyorkese Julian Schabel, che torna sul set dopo la mirabile pellicola «Lo scafandro e la farfalla», dimostrando una sensibilità fuori dal comune, quale solo un artista, forse, può possedere. Ora torna in prima linea con un film appassionato e delicato al contempo, in cui si fa evidente una capacità d’analisi del femminile per nulla scontata, lontana da ogni cliché di genere. «Miral» è la storia di tre generazioni di donne che vivono l’orrore della guerra arabo-israeliana portandone addosso il dolore ma anche la spinta alla rinascita e all’amore. Una spinta che, quasi fosse una forza creatrice ancestrale, è nello stesso dna delle donne. Donne che non fanno la guerra ma che vi sono dentro con tutto il loro essere: il film si apre con la parabola di Hind Husseini che, nella Gerusalemme del 1948 sconvolta dal conflitto, si imbatte per strada in 55 bimbi orfani; incapace di ignorarli, decide di portarli a casa e curarsi di loro. In breve, l’occasionale opera di soccorso della donna si trasforma in una vera e propria missione umanitaria: la fondazione dell’Istituto «Al-Tifl Al-Arabi», che arriverà ad ospitare più di 2000 bambini. Trent’anni dopo, ecco arrivare nella struttura la piccola palestinese Miral, orfana di madre, che cresce felice al riparo dall’orrore che si consuma nel corso degli anni al di fuori delle mura dell’Istituto di Hind. A 17 anni, però, al momento dell’uscita dal felice e ovattato ambiente, Miral non può più esimersi dal vedere e sarà chiamata a fare scelte che saranno decisive per la sua vita. Inviata a fare l’insegnante in un campo di rifugiati, affronterà il passaggio all’età adulta confrontandosi con amore, morte, guerra e speranza. Un tempo doloroso, in cui la giovane dovrà decidere se seguire o meno l’insegnamento di Hind: l’educazione alla pace come unico strumento di risoluzione di ogni conflitto. Un film sugli anni più controversi del confronto armato arabo-israeliano, che mostra l’unica luce possibile in fondo all’orrendo tunnel della guerra: lo sforzo della comprensione reciproca, da realizzarsi tramite l’abbraccio fra le diversità.

 
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