In questi giorni in un Paese spesso preso come modello di democrazia e di patria dei diritti si sta per compiere un vero e proprio “delitto di Stato” sancito dalla legislazione nazionale. Si assiste, infatti, ad una esecuzione, dopo tre processi con l’ultimo grado di giudizio emanato dalla Corte Suprema, di un bimbo di dieci mesi, Charlie Gard, affetto da una rara sindrome di deperimento mitocondriale, perché la prosecuzione delle cure sarebbe un caso di “accanimento terapeutico”, “non è etico” che Charlie continui a vivere e le sue condizioni gli fanno “meritare una morte dignitosa”.

Queste le motivazioni ufficiali prodotte dalla legislazione britannica, con cui si prende atto delle motivazioni di impossibilità di cura dei sanitari inglesi del Great Ormond Street Hospital di Londra. I genitori del bimbo stanno provando come ultima speranza, un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, che, con due “misure provvisorie”, ha bloccato l’iter per alcuni giorni, ma senza grandi probabilità di stravolgere una sentenza a meno che non venga accolta la possibilità di essere curato negli Stati Uniti dove esiste una cura sperimentale molto costosa. Chris e Connie, i genitori, hanno lanciato una campagna social #Charliesfight raccogliendo finora 1,3 milioni di sterline per pagare trasporto oltreoceano e trattamento. I giudici hanno però replicato che questa cura non è protocollata nel Regno Unito, quindi di fatto per la legge di Sua Maestà non esiste. L’unico parere valido è dunque quello dei medici dell’Ospedale di Londra in cui il piccolo è ricoverato.

Questo particolare caso presenta evidenti rilievi di contestazione di base ai pronunciamenti legislativi. La sospensione dei trattamenti non è stata richiesta da nessun parente, bensì dal personale sanitario che tiene in cura il piccolo Charlie. Chi dà a questi medici il diritto di sospendere le terapie? Se i genitori vivono la presenza del loro figlio come “pupilla dei miei occhi” chi può contestare questa dipendenza? La mamma aveva commentato la sentenza così: «Hanno eliminato i nostri diritti di genitori come se non fosse importato a nessuno. Il modo in cui siamo stati trattati dai medici nell’Ospedale è stato disumano. Nostro figlio è sostanzialmente tenuto come prigioniero in Ospedale».

Questo è un caso di eutanasia di Stato praticato su un soggetto non consenziente. L’autodeterminazione cede il passo perfino all’eterodeterminazione. L’impegno medico che consiste alla conservazione della vita è il primo dovere del medico. Ora si cerca di identificare il “miglior interesse” del paziente con la sua soppressione.

La morte diventa in questo modo un bene morale. È un messaggio pericoloso da introdurre in un’epoca come questa in cui assistiamo ad atti autolesionistici di adolescenti che interpretano come onore un suicidio. Se è un bene, perché negarlo a chi è impossibilitato a richiederlo? L’eugenetica genera l’eutanasia e la selezione allora per entrare a far parte del consesso umano-personale si fa durissima.

Vengono in mente le parole con cui Primo Levi ha intitolato il suo libro “Se questo è un uomo”, ma non riferito alla vittima, ma al suo carnefice.

Presidente locale Scienza & Vita

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