Strade di felicità/3 Maurizio Gronchi: «Amoris Laetitia, non dottrina ma parole d’amore»

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Dopo l’intervento in mattinata del Vescovo Erio Castellucci (leggilo qui), nel pomeriggio del 29 aprile sono intervenuti don Maurizio Gronchi, docente di Cristologia presso la Pontificia Università Urbaniana, e il professor Manuel Jesus Arroba Conde, attuale Preside dell’Istituto Utriusque Iuris (dove attualmente studia il novello presbitero della nostra diocesi Giacomo Pompei, ndr) presso la Pontificia Università Lateranense e Consultore del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.

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Don Maurizio Gronchi

Il presbitero pisano don Maurizio Gronchi ha posto l’attenzione sul n. 122 di Amoris Laetitia che, citando “Familiaris Consortio”, ha parlato del matrimonio come «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio», premettendo, sempre al medesimo numero, che «non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la Chiesa». Qui c’è un chiaro riferimento alla lettera di Paolo agli Efesini che vede infatti analogamente il rapporto Cristo-Chiesa e marito-moglie. «La teologia del matrimonio si è sempre fondata su questa analogia che lo stesso Francesco, al n. 73 di AL, definisce imperfetta». Il testo infatti riprende una catechesi del Romano Pontefice che, il 6 maggio 2015, invitava a «cogliere il senso spirituale altissimo, rivoluzionario e semplice di questa analogia; i cristiani tutti infatti sono chiamati ad amarsi come Cristo li ha amati: sottomessi, cioè al servizio gli uni degli altri».

San Paolo «vuol mostrare il matrimonio come  luogo concreto dell’amore di Cristo, dove la fedeltà umana è immagine della fedeltà di Dio attestata dal rapporto Cristo-Chiesa, e il Papa allarga l’orizzonte con il suo “tutti chiamati ad amarsi”: l’amore coniugale rappresenta lo sposalizio del Figlio di Dio con l’umanità, prima ancora che con la Chiesa – continua il professor Gronchi –; e l’imperfezione dell’analogia sta nel fatto che non è la fedeltà divina a immagine di quella umana, ma viceversa: la fedeltà che ci si promette, si può accogliere negli impegni a cui il matrimonio chiama (il bene dei coniugi, la generazione e l’educazione della prole ecc) e che sono sostenibili dalla grazia del Sacramento, e non dai nostri sforzi, perché se crediamo che la conversione nasce dai nostri sforzi, non siamo cristiani».

«Per molti la percezione del matrimonio è quella del contratto, firmato il quale, “speriamo che Dio ci aiuti”; ma questa concezione va rovesciata: “Dio ci fa un dono, facciamoci sostenere da Lui”», afferma deciso Gronchi, che poi parla di cosa rende specifico il matrimonio cristiano:«E’ la combinazione di 2 elementi polari che ne determinano l’identità: uno è l’elemento stabile (la grazia di Dio che sostiene l’unità e l’indissolubilità) che fonda lo stato permanente del matrimonio e l’altro è dinamico (fedeltà e fecondità che sono anch’esse frutto del sacramento), perché esso è un processo iniziato e non uno spazio conquistato che necessita di un abbandono progressivo e costante alla grazia di Dio”.

Tra queste due polarità «possono sorgere delle fratture, ma qui ci viene in soccorso la pedagogia divina (AL 78) che è il volto paziente e misericordioso della Chiesa e conferma il primato della grazia che ha come obiettivo il rendere capace la risposta libera della persona – ha concluso Gronchi –; non dimentichiamo che l’amore universale di Gesù si rivolge ad ognuno in modo particolare, e il Papa con Amoris Laetitia non propone una dottrina a tutti gli uomini, ma dice parole d’amore a ciascuno: è qui che sta la rivoluzione».

Il professor Arroba Conde successivamente ha approfondito il problema dell’alleanza uomo-donna nelle situazioni di fragilità e ha spiegato come leggere in modo corretto il rapporto tra norma e persona, affermando che una retta idea del diritto canonico può diventare, quando viene incontro a famiglie ferite, una via di realizzazione e di felicità profonda. Quando si parla di diritto canonico «intendiamo l’ordinamento di una comunità sorretta dalla libera adesione della fede e della missione, la quale a sua volta, ha per contenuto un annuncio di liberazione. Questa “norma missionis” (basata su Mt 28, 19) avverte come sia priva di giustificazione ogni norma canonica che sia di ostacolo all’esperienza della libertà evangelica. La missione chiede di arrivare alla verità restando nella giustizia, nella centralità della persona e nella corresponsabilità dei battezzati».

«La salvezza delle anime deve sempre essere, nella Chiesa, la legge suprema: così si esprime l’ultimo canone del Codice del 1983 – ha ricordato Arroba Conde, affermando anche che – il diritto canonico e le sue norme sono e devono essere strumenti di facilitazione della vita cristiana, non invece strumenti per renderla più triste e complicata».

Nella riflessione giuridica bisogna partire dall’idea che «il matrimonio è chiamata alla santità e alla vocazione familiare proposta e vissuta da Gesù: bisogna assumere l’amore condiviso facendo consistere la propria felicità nel far felice il coniuge nella quotidianità – ha spiegato il giurista – ed è proprio questa dimensione del giorno dopo giorno che implica l’ideale di una reciprocità costante tra coniugi. Questa comunione interpersonale vicendevole non è più solo elemento catechetico e pastorale: è entrato con fatica nel codice del 1983».

Dopo aver analizzato brevemente il percorso che ha portato al Codice di Diritto Canonico del 1983 (di impronta personalistica e non finalistica), il professore si è soffermato su tre elementi di rinnovamento:

  • l’approccio pastorale nuovo verso i fallimenti matrimoniali, mettendo in relazione, grazie ad un modo di annunciare il Vangelo che metta al centro la salvezza delle anime, la percezione delle persone e l’orientamento della Chiesa.
  • le nuove misure sulla preparazione dei processi: per incoraggiare la revisione del vincolo matrimoniale si è predisposta una pastorale giudiziale in stretto contatto con l’ordinaria, affrontata con lo stile di Mosè che si toglie i sandali dinanzi alla terra santa, che in questo caso è l’altro;
  • l’equità canonica come mezzo per una giustizia ed una verità vicina alla persona: sbarazzarsi di una certa teologia che vuole separare misericordia e giustizia, e per fare questo è necessario assumere l’atteggiamento richiamato in  “Misericordia et Misera”, facendo della legge non una pietra da scagliare, ed evitando il buonismo distruttivo che sarebbe un’opera di misericordia ingannatrice.
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