Strade di felicità/2 Erio Castellucci: «La dottrina non è una gabbia per collocare le persone dentro o fuori»

La seconda giornata del Convegno “Strade di felicità” di Assisi ha visto l’intervento di Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo di Modena - Nonantola, già preside della Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna e docente di sacramentaria

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La seconda giornata del Convegno “Strade di felicità” di Assisi (leggi qui l’articolo del I giorno) ha visto l’intervento di Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo di Modena – Nonantola, già preside della Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna e docente di sacramentaria.


Il prelato di origini romagnole ha fatto notare la continuità di Amoris Laetitia in riferimento alla costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, senza tralasciare la Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II nel 1981 (citata 30 volte in Amoris Laetitia) e le quasi 130 catechesi dello stesso Wojtyla sull’amore umano, la sessualità e la corporeità predicate nei primi anni del suo pontificato.

I numeri di Gaudium et Spes dal 47 al 52 sono fondamentali (qui il testo integrale), perché «fino a quel momento la dottrina teologico-morale era ricondotta ai contenuti del Codice di Diritto Canonico; che dice cose importanti ma non dice tutto» sottolineava Castellucci, aggiungendo che «il grande lavoro del Concilio Vaticano II è stato integrare la visione giuridica con quella personalista. È significativo inoltre che la famiglia sia il primo dei cinque argomenti della seconda parte di Gaudium et Spes: la famiglia è il test con il quale si misura lo stato di salute della società».

«Lo schema preparatorio del Concilio Vaticano II, in tema di matrimonio e famiglia, riassumeva il Codice di Diritto Canonico dicendo che il matrimonio è un contratto conseguito con il consenso e che ha per oggetto il diritto al corpo dell’altro in ordine agli atti generativi. Inoltre è elevato a sacramento da Gesù ed ha come fine primario la procreazione e educazione della prole e secondariamente il mutuo aiuto e rimedio alla concupiscenza. Due proprietà (unità e indissolubilità) e tre beni (prole, fedeltà, sacramentalità; dottrina di Sant’Agostino). Manca la parola “Amore” – ha fatto notare l’Arcivescovo di Modena –, eppure il catechismo tridentino di 5 secoli fa, aveva valorizzato l’amore nel matrimonio, dicendo che “pervade i compiti della vita coniugale e conserva un primato di nobiltà”, e che “l’amore è causa e ragione primaria del matrimonio” distinguendo matrimonio in senso stretto, cioè procreare e educare la prole (senso giuridico) e in senso lato, intendendo comunione, consuetudine, società di tutta la vita».

«Già prima del Concilio Herbert Doms, grande teologo tedesco, pubblica un volume corposo “Sul senso e il fine del matrimonio” dove, confortato da Pio XI, ritiene di abbandonare lo schema matrimoniale con fini – beni – proprietà perché non in grado di valorizzare l’amore coniugale; e propone di definire il matrimonio “unità a due che esige mutua donazione”: amore coniugale, che non esclude la prole, ma la considera come un arricchimento dell’unità dei due e non il fine primario».

«Un giovane filosofo, a fine anni 50, prese posizione per l’amore coniugale: Wojtyla, giovanissimo vescovo, influirà su Gaudium et Spes. Nel 1958 pubblicò “Amore e responsabilità”, documento nel quale non era preoccupato di elementi morali e canonici ma di fondare il matrimonio su una visione personalista e sull’amore reciproco-coniugale: da cui derivavano unità, indissolubilità, amore alla vita, metodi naturali, sessualità aperta alla vita che non ha come unico fine la procreazione».

«Fortunatamente i Padri conciliari bocciarono lo schema preparatorio, e al posto di contratto si parla di foedus: cioè patto-alleanza, che coinvolge anche Dio a livello biblico, comporta una fiducia, non solo rispetto delle regole. Parlare di foedus significa parlare di vocazione e entrare subito in contatto con il Signore: dire contratto è diverso da riconoscere un patto, fatto con Dio, per il quale si chiede a lui che duri per sempre».

Ma soprattutto il Concilio Vaticano II, nei sopracitati numeri, parla di “amore coniugale”: il termine ricorre ben 13 volte tra il 47 e il 52, e Mons. Castellucci è «convinto che il grande passo dottrinale su “Amore matrimonio e famiglia” è stato quello del Concilio, approfondito da Giovanni Paolo II nelle catechesi e in Familiaris Consortio e ricapitolato ora da Papa Francesco, che riconosce nella famiglia l’asse portante del lungo magistero del pontefice polacco. Papa Francesco si innesta in questa opera con gli accenti che gli sono propri, né ingenui né buonisti. In Amoris Laetitia c’è la consapevolezza dei problemi del mondo: aborto, utero in affitto, abusi e violenze sessuali, migrazione che separa famiglie, disabili, disoccupazione, difficoltà di educare i figli. E dentro questo quadro il papa riesce a fare un discorso positivo. Non cambia la dottrina, ma si affermano i contenuti essenziali del Vangelo di matrimonio e famiglia. Lo sguardo nuovo sta nel fatto che la dottrina non viene vista come una gabbia per collocare le persone dentro o fuori, ma un sentiero e una meta verso cui tutti sono incamminati. La preoccupazione di Gesù non era classificare le persone ma aiutarle a camminare verso il Regno di Dio. Gesù non è un relativista: non bloccate le persone dentro lo spazio – ha concluso il suo intervento l’Arcivescovo di Modena, esortando poi –, accompagnatele verso una meta; sulla quale la Chiesa non deve sedersi e dire “sei indietro, stai camminando bene”, ma camminare insieme. La dinamicità è la nota evangelica e l’anima della pastorale della coppia e della famiglia in Amoris Laetitia».

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