Un prete incandescente, ma lontano anni luce dallo stereotipo del prete ribelle. Un prete perseguitato da una Chiesa che ha sempre amato e non ha mai voluto lasciare. È don Lorenzo Milani, così come traspare dall’opera omnia, edita dai Meridiani Mondadori col titolo “Tutte le opere”. Abbiamo intervistato il curatore del volume, Alberto Melloni, ordinario di storia del cristianesimo all’Università di Modena-Reggio Emilia e segretario della Fondazione per le scienze religiose di Bologna, che custodisce gran parte delle carte originali di don Milani.

Duemilacinquecento pagine, di cui molte inedite: quale ritratto viene fuori di don Milani?
Per la brevità della sua vita, per l’intensità della sua esistenza, don Milani è stato vittima da subito e per sempre di un forte riduzionismo. Il volume vuole restituire l’integrità e l’interezza di una produzione gigantesca: di Don Milani si ricorda l’“I care” e “l’obbedienza non è una virtù”, ma non si può ridurre tutto il suo pensiero a due frasi carine. Don Milani non aveva la vocazione di un eroe solitario: voleva essere parte, voce, espressione della Chiesa. Ha sempre rivendicato questo, in modo anche violentissimo.

Perché, ancora oggi, ci si divide tra detrattori e ammiratori del parroco di Barbiana?
Perché, a mio avviso, grazie a Dio, don Milani è un uomo complicato, difficile da manovrare. Ha subìto dalla sua Chiesa, che non ha mai voluto né lasciare né discutere, un trattamento di una ferocia inaudita. È stato perseguitato, non semplicemente criticato: la stessa scelta di mandarlo da Calenzano a Barbiana è stata presa non per punirlo, ma per ucciderlo, per spezzarlo. È stata solo la sua anima profonda che ha fatto sì che Barbiana, invece che una prigione, diventasse un trono e una cattedra. La Chiesa cattolica non si può limitare a rendergli un onore tardivo: tutto deve essere risarcito non con benevolenza, ma attraverso un atto di giustizia, che dica davanti a Dio che quella di don Milani è una testimonianza cristiana, come attestava don Oreste Benzi.

Papa Francesco ha già cominciato, indicando pubblicamente don Milani come modello di educatore. Si può dire che sia stato un antesignano della sua Chiesa “in uscita” verso tutti gli scartati della nostra società?
Che Papa Francesco, incontrando il mondo della scuola, pronunciasse il suo nome in piazza San Pietro, nessuno lo avrebbe mai immaginato. Credo che la figura di don Milani sia utile per capire alcuni tratti di Francesco. L’accusa che gli veniva fatta dalla Chiesa era di essere un comunista, un agitatore sociale: espressioni, queste, usate dal fronte opposto come un complimento. La cosa che va compresa è che in don Milani non c’è una militanza politica chiusa dentro un linguaggio politico, ma un’istanza messianica e una forza profetica. I gesti di don Milani sono gesti profetici. Tutto ciò ci aiuta a capire Francesco: la predicazione del Vangelo nelle periferie, in uscita, non vuole dare parole d’ordine o ideologiche alla Chiesa. Ha un senso, per il Papa, se esprime l’autenticità cristiana, il gesto profetico come tale, costi quel che costi.

“Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”, scriveva don Milani a proposito della scuola. Più che verso una didattica personalizzata, attenta soprattutto ai più svantaggiati e a chi resta indietro, non le sembra che stiamo andando verso una scuola sempre più classista, dove l’ascensore sociale è ormai guasto e non c’è nessuno che lo ripari?
Certamente sì. Non va dimenticato che l’invenzione scolastica di don Milani è un’esperienza che, nonostante tutto e nonostante reazioni violentissime, è stata resa possibile dalle convinzioni sociali del tempo e dall’idea che la scuola fosse il motore di produzione della giustizia. Omettere questo significa ridurre il problema a un metodo pedagogico o didattico. La scuola, per lui, era un luogo in cui inverare l’attesa messianica di giustizia. L’intento di don Milani era quello di riuscire a ingenerare in un gruppo umano il senso della propria dignità, all’insegna di un’idea di scuola dove si va per “imparare ad imparare”, innanzitutto a conquistarsi la propria dignità. Al centro, c’è la parola nel senso ebraico del termine, come ciò che distingue l’uomo dall’animale, e l’idea di eguaglianza: la possibilità di produrre eguaglianza, non solo premi di consolazione.

Come recuperare la sua lezione sulla potenza della parola, all’epoca dei social?
La scrittura di don Milani dà la priorità alla parola come parola umanizzante, che si può toccare con mano. È una parola benefica, sanante, che toglie di mezzo l’ipocrisia. Parte dall’idea che le cose non vanno aggiustate in maniera spiritualistica: aiuta a vedere la quota di ingiustizia, e di male, per quello che è. Anche qui c’è un’ analogia con Francesco, che non parla mai dei rifugiati per buonismo. È il realismo cristiano, capace di vedere le ingiustizie come scandalo e di affermare le esigenze di un ordine di giustizia a partire da quel senso messianico che sa che il male non è eterno.

M. Michela Nicolais

Sulle tracce di don Lorenzo Milani

Don Milani, mezzo secolo avanti

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