Il prof. Alberto Lo Presti, docente all’istituto universitario Sophia di Loppiano-Firenze e Direttore del Centro Igino Giordani ha presentato a Macerata il testo, pubblicato nel 1864, del vescovo von Ketteler, alla base della Dottrina sociale cristiana. In una Germania segnata dalle lotte di classe, esce un volume che segna la nascita del pensiero sociale della Chiesa.

L’Opera affronta la questione del giusto salario, dell’ingordigia della borghesia, dell’erosione della morale causata dal trionfo dell’egoismo rapace. Temi attualissimi ancora oggi. Il vescovo di Magonza non si ferma sul terreno morale ma polemizza con il pensiero liberale e con quello socialista, segnalando le insufficienze e le ingiustizie determinate dai loro programmi politici. L’enciclica Rerum novarum attingerà molto da questo testo.  Il seminario di Macerata, promosso dall’Associazione culturale Agorà, ha messo al centro questo volume attualizzandolo con il titolo «Liberiamo il lavoro».

«Il lavoro si trova tra vulnerabilità e identità», fa affermato Silvia Spinaci, responsabile della Cisl maceratese. Il lavoro conserva nella vita delle persone la sua carica valoriale (mezzo di definizione di sé e della propria identità, mezzo per la realizzazione del proprio progetto di vita, mezzo per sentirsi parte attiva di una comunità, garanzia di identità, libertà, dignità). Ci si approccia al lavoro ancora con aspettative alte. La crisi non è bastata a far evaporare nelle persone il senso e la carica valoriale del lavoro. Ma il lavoro, dopo dieci anni crisi, è diventato anche la prima causa di vulnerabilità delle persone. Soprattutto per giovani (generazione non sdraiata e rassegnata, ma costretta a vivere il peso crescente dell’incertezza) per le donne (entrano tardi nel mercato del lavoro, con posizioni discriminate  rispetto agli uomini in termini di stabilità dell’impiego, retribuzioni, mansioni e possibilità di carriera, escono dal lavoro spesso per le difficoltà di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro) e per i lavoratori over 50 che perdono il lavoro e vivono nella piena solitudine la difficoltà della ricollocazione.

Liberare il significa trovare percorsi possibili per restringere la forbice tra identità e vulnerabilità, tra aspettative valoriali sul lavoro e realizzazioni concrete.
Questi alcuni dei percorsi possibili:

1- Uscire dalla trappola della disoccupazione passando dalla denuncia del lavoro che non c’è alla valutazione delle strade da intraprendere per creare lavoro e nuovo lavoro:

  • Innovare il tradizionale motore occupazionale del nostro territorio, il manifatturiero (servono reti d’impresa, servizi avanzati alle imprese per promuoverne le capacità di innovazione di prodotto e di processo, di internazionalizzazione e l’inserimento nei mercati esteri, le strategie di marketing e di vendita).
  • Valorizzare le potenzialità occupazionali dei nuovi motori di sviluppo: servizi alla persona, impresa culturale e creativa, turismo, culturale, arte, risorse naturali e paesaggistiche, agro-alimentare e produzione tipica locale.
  • Guardare al lavoro in senso ampio, tutelando dal punto di vista normativo ma anche sostenendo, promuovendo e mettendo in rete la micro imprenditorialità del lavoro freelance.

2- Accompagnare la vulnerabilità: individuare e potenziare strumenti, azioni, percorsi che non lascino sole le persone in cerca di lavoro:

  • Politiche attive del lavoro: un sistema di interventi il più possibile personalizzati che accompagnino la persona in cerca di lavoro in tutto il percorso dell’inserimento lavorativo o della ricollocazione. Queste politiche sono ancora il grande assente del nostro Paese, per questo è fondamentale che sia dato corpo alla parte del Jobs Act rimasta inattuata (proprio la riforma delle politiche attive).
  • Nei territori dobbiamo investire nella costruzione di una rete di servizi al lavoro, integrata tra pubblico e privato e capace di accompagnare la persona in cerca di lavoro dal primo orientamento, alla formazione mirata, all’incrocio domanda-offerta, fino al reinserimento lavorativo.

Romano Ruffini, imprenditore dell’Economia di comunione, ha poi sviluppato il dialogo.
«Dato il tempo ristretto rimasto non entro nelle problematiche dello sviluppo economico, della competitività delle nostre aziende, in quelle relative alla “quantità di lavoro”, che pure rappresenta l’emergenza attuale.

Personalmente vorrei toccare, sia pure brevemente, il tema della “qualità” del lavoro e delle problematiche degli incubatori di nuove aziende. Torniamo alla qualità del lavoro all’interno della quale si evidenzia la diffusa crisi relazionale del nostro tempo.

Nelle dinamiche aziendali si mette al primo posto la sola dimensione economica: si afferma cioè che “Gli affari sono affari”. La dimensione relazionale o dei beni relazionali non sono considerati come essenziali, eppure sono fondamentali proprio per lo sviluppo economico.

Nella nostra esperienza aziendale, che ormai ha ventitré anni di vita, abbiamo cercato, sia pure con non poche difficoltà, di mettere i beni relazionali al primo posto e se in questi anni di crisi non abbiamo chiuso la nostra attività lo dobbiamo a questa scelta.

Un esempio lo ha mostrato un nostro tecnico, molto preparato e valido, il quale ha ricevuto un’offerta di lavoro con uno stipendio tre volte superiore a quello che prende nella nostra cooperativa, di cui è socio lavoratore. Eppure ha rifiuto l’offerta affermando che voleva restare nella nostra azienda dove si sentiva protagonista e non un dipendente: questo perché come metodo abbiamo quello della continua “comunione”, sui problemi, sulle scelte da operare, sulle soluzioni.  Questa impostazione ha fatto scaturire una dinamicità e creatività inaspettate.

Mettere al primo posto i beni relazionali anche con altri attori del mercato ci ha aperto nuove strade. C’è una parte del mercato del settore dei servizi elettrici che è bloccato. Tutto ormai viene pervaso dalla tecnologia che utilizza internet come base di connessione, che è propria del nostro settore informatico-telematico. Così gli elettricisti si trovano in difficoltà perché non hanno questa formazione, i commerciali, che vendono questi prodotti, ugualmente non riescono a venderli come vorrebbero, perché questi apparati presuppongono una conoscenza tecnica informatica.

Abbiamo cercato di metterci in relazione positiva con questo mondo, offrendo formazione, dando soluzioni più abbordabili. Recentemente, per effetto di una legge che per le nuove costruzioni obbliga ad adottare impianti multiservizi in fibra ottica, questa problematica si è acuita ancor di più. Da questa relazione, che punta allo sviluppo del lavoro a tutta questa filiera costituita da noi tecnici informatici-telematici, dai due commerciali di questo settore, da elettricisti e da studi di progettazione, stanno nascendo nuove e, per noi, inaspettate possibilità. Abbiamo effettuato un progetto per una nuova struttura alberghiera in Libia, un impianto in una villa e un progetto per un albergo del nostro territorio. Siamo diventati anche un’agenzia di una società italiana produttrice di fibra ottica ed apparati connessi. Con convinzione e per esperienza possiamo dire, nel nostro piccolo, che la relazione messa prima del solo profitto, lo genera ed è portatrice di sviluppo.

Un altro aspetto è quello degli incubatori di aziende. Ci siamo accorti, per alcune circostanze, che la mancanza di relazione vera, non permette a queste strutture che dovrebbero far crescere nuove aziende di essere incisive. I dati che abbiamo a livello nazionale ci dicono che gran parte delle nuove aziende nate dagli incubatori non sopravvivono e che la mortalità delle stesse è altissima e che lo sforzo economico investito si esaurisce prevalentemente nel lavoro per le strutture e per i tutor.

Alcuni giovani desiderosi di creare aziende ci hanno contattato per avere supporto, ma erano molto titubanti perché avevano fatto l’esperienza di essersi rivolti ad incubatori che avevano “catturato” l’idea, rubandola e sviluppandola per proprio conto. Altri hanno avuto un finanziamento, che sarebbe stato erogato solo dopo aver investito la cifra del finanziamento, ma non avendo questa possibilità non sapevano cosa fare. Comunque mancava l’esperienza di imprenditori che aiutassero a capire come si imposta un’azienda, quali passi fare o non fare, in modo da avviare un percorso più maturo per dar vita ad aziende che possano durare.

Anche qui sembra che la deficienza sia proprio quella relazionale: siamo d’accordo con papa Francesco quando afferma che “L’impresa non solo può non distruggere la comunione tra le persone, ma può edificarla, può promuoverla” edificando anche un’economia virtuosa e uno sviluppo economico più armonioso».

Associazione culturale Agorà

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