Un momento del funerale

Franco era un contemplativo del nostro tempo: aveva scoperto l’essenziale della vita, accogliere il divino e coltivare l’umano in un orizzonte planetario. Durante il rito funebre con cui una comunità religiosa multietnica e commossa ha reso l’ultimo saluto a Franco Moneta, l’arcivescovo di Fermo Luigi Conti nell’Omelia ha rammentato che nel linguaggio comune di molte persone veniva utilizzato il nome di Franco per indicare il Centro d’Ascolto e di Accoglienza della Caritas: «Sono stato da Franco Moneta…».

Il suo nome è diventato il simbolo della vicinanza della Chiesa locale maceratese alla vita e ai problemi delle persone, soprattutto di quelle che fanno più fatica. Eppure Franco non aveva mandati o ruoli istituzionali nella Diocesi, né era cresciuto in gruppi parrocchiali o in movimenti ecclesiali. Era cresciuto sulle strade del mondo in costante ricerca di amicizia e di relazione con le persone. E proprio in questa sua ricerca, quando aveva ormai più di vent’anni, aveva incontrato altri giovani con cui aveva intrapreso un’attività di volontariato, e il servizio alle persone gli aveva fatto riscoprire la propria fede.

Aveva scoperto l’essenziale della vita, accogliere il divino e coltivare l’umano

In un incontro di giovani, tanti anni fa, don Bruno Forte (teologo, attuale arcivescovo di Chieti) disse: «I semplici non sapevano che certe cose erano impossibili e le hanno fatte». Credo che questa frase rappresenti molto bene l’esperienza di Franco e dei “miracoli” che “non volendo” è riuscito a compiere. Franco era uno spirito libero, non convenzionale…, era un semplice, ma un Semplice con la S maiuscola, con lo spirito francescano di chi, quando comprende una verità…, semplicemente prova a viverla. E il miracolo quotidiano di Franco era l’incontro: la sua grande, unica capacità di incontrare le persone e di entrare in relazione con loro.

Franco era un Semplice con la S maiuscola, con lo spirito francescano di chi,
quando comprende una verità,
semplicemente prova a viverla

Prima di svolgere la sua attività al Centro d’Ascolto, Franco aveva lavorato anche come ragioniere, come ristoratore, come commerciante ambulante e come sindacalista; ma aveva vissuto e interpretato alla sua maniera tutte queste esperienze lavorative: da ambulante, quando ancora non si parlava di borse lavoro e di stage professionalizzanti, lui era solito portare con sé qualche ragazzo con “problemi di relazione” e si compiaceva delle scene e dei siparietti inusuali che si creavano nell’impatto della clientela con gli improvvisati venditori.

Era un marito e un padre affettuosissimo, che adorava le “sue donne” di cui andava molto fiero, ma la sua vita “privata” era in continua relazione con la sua attività al Centro d’Ascolto che era senz’altro la sua seconda casa. Franco amava immensamente la vita e sapeva gustarne i vari momenti. Era un grande appassionato di sport, soprattutto di tennis, e aveva un suo stile, un suo modo di essere, sempre adeguato, curato, dignitoso.

Franco era giovane, è sempre rimasto giovane, proprio perché sapeva coltivare e trasmettere speranze e amava stare tra i giovani condividendone l’entusiasmo e le passioni. Gli atteggiamenti assistenziali, emotivi, paternalistici, non sapeva veramente cosa fossero: si poneva a viso aperto davanti alle persone, anche a quelle che tutti gli altri rifiutavano o evitavano, e le affrontava da uomo a uomo, mettendosi in gioco senza risparmiarsi, arrivando alla relazione sempre e all’amicizia spesso.

Sarà ricordato per il bene compiuto,
ma era anche un grande uomo di fede

Franco sarà senz’altro ricordato per tutto il bene che è riuscito a compiere, ma in realtà era anche un grande uomo di fede. La sua era una fede semplice, essenziale come la sua vita, ma molto, molto profonda. Nelle conversazioni con lui, quando c’erano dubbi o problemi, spesso ci ricordava: «…e la Provvidenza? Non vi scordate della Provvidenza!», e a quella Provvidenza in cui credeva fortemente lui si è affidato fino alla fine con grande amore e dignità.

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