LA PAROLA DI OGGI
In questa Domenica delle Palme la Chiesa ci invita a leggere la Passione di Gesù Secondo Matteo.
Ne meditiamo un passaggio significativo: Mt 27,3-10.
Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!». Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi. Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: «Non è lecito metterlo nel tesoro, perché è prezzo di sangue». E tenuto consiglio, comprarono con esso il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu denominato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta denari d’argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato, e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.

PER MEDITARE
Per comprendere il racconto della Passione è necessario partire da una domanda che sembra strana: perché gli evangelisti hanno raccontato la Passione? I primi cristiani infatti erano coscienti che il fatto importante da tramandare ai posteri era la Risurrezione di Gesù. Essi si sentono testimoni della Risurrezione e sanno che Gesù ci ha salvati soprattutto vincendo la morte con la sua Risurrezione. In base a questo avrebbero potuto considerare la Passione come un incidente di percorso, un ultimo tentativo del male di opporsi
a Gesù, che fortunatamente non aveva avuto conseguenze irrimediabili. In definitiva avrebbero potuto descrivere solo molto sommariamente alcuni fatti e non, come è avvenuto, dedicare un ampio spazio nei loro Vangeli a questi due o tre giorni. Ma fare questo sarebbe stato “tradire’” il vero Gesù. È infatti “tutto Gesù” che ci ha salvati e non soltanto il Gesù glorioso del mattino di Pasqua. Gli evangelisti vogliono sfuggire alla tentazione molto umana di sorvolare sul dolore e sull’insuccesso per badare soltanto al risultato finale. Per i primi cristiani diventava infatti sempre più chiaro che la gloria della risurrezione era stata costruita da Gesù nel dono di sé attuato nella Passione. La resurrezione non è un episodio, ma costituisce un tutt’uno con la vita di Gesù che ha nel suo “modo di morire’’ il sigillo ed il suo primo coronamento. La Passione è dunque un momento prezioso del messaggio di Gesù, sottolinea l’accettazione della realtà e non la fuga da essa, il messaggio cristiano non è infatti una ricostruzione mitica che consenta di dimenticare il reale. In questo racconto Matteo non si rivolge a un qualsiasi uomo della strada, ma a una comunità cristiana credente, che ha già lungamente riflettuto su Gesù e che vuol approfondire chiaramente la sua fede, vuol mostrare che non c’è frattura tra l’AT ed il NT ma compimento, e che la Chiesa è la continuazione dell’Israele fedele, che ha saputo seguire Dio piuttosto che i suoi capi invidiosi e corrotti. Per questo sottolinea molto spesso il tema del compimento delle Scritture, accanto a quello della conoscenza profetica di Gesù, che entra nella Passione ben sapendo cosa lo aspetta e non come una vittima ignara. A ciò si aggiunge una presentazione benevola del popolo di Israele, che è pur sempre il popolo eletto, e che nel racconto appare soprattutto disorientato: un gregge senza pastore che segue i suoi capi senza capirli ne condividerne i progetti assassini. Gesù si consegna spontaneamente ai farisei perché riconosce nella Passione il compimento del piano di Dio. Inoltre offre un chiaro insegnamento sul fatto che per ottenere la salvezza non sono vie percorribili: né la violenza, né il miracolo, che non lascia spazio alla collaborazione umana. Per ben due volte nel racconto della cattura si afferma con chiarezza il compimento delle Scritture, indicandoci in che modo dovremo leggere questo e tutto quanto segue: con il Vangelo in una mano e l’Antico Testamento nell’altra. In modo particolare le profezie di Isaia (Is 55; 42; 53 etc.). Prima di narrare il processo davanti a Pilato, Matteo inserisce l’annotazione sul suicidio di Giuda e soprattutto sul prezzo del sangue (Mt 27,3-10) che viene pagato e che restituito permette l’acquisto di un campo. Questa insistenza sul tema del prezzo di sangue ha forti reminiscenze bibliche; il tema del giusto venduto è molto di uso a partire dalla storia di Giuseppe (Gn 37). E il sangue collegato con il campo ricorda l’omicidio di Abele, il cui sangue grida a Dio dal campo dove è stato versato. Sullo sfondo di questi racconti la morte di Gesù appare come la morte del fratello, tradito dai fratelli, che con il suo sacrificio salverà la loro vita, come Giuseppe. Il sangue di Gesù, come quello di Abele, farà giungere fino a Dio il suo “grido”, ma non sarà questa volta una richiesta di vendetta, ma una domanda di perdono: «Padre perdona loro, non sanno quello che fanno».

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