Diana Papa*

In viaggio di Gesù verso Gerusalemme, ormai giunto a termine, prosegue, dopo il suo ingresso trionfale, con il tempo della passione del Signore. A Gesù resta l’ultimo tratto da fare per portare a termine il progetto di Dio: il cammino che gli resta, si snoda anche davanti a noi. Una calca lo accompagna: molti lo seguono per curiosità, altri per condannarlo, alcuni rimangono a distanza, per non essere coinvolti nell’accadimento, altri ancora si nascondono per non essere riconosciuti discepoli. Ogni gruppo può svelare la storia variegata di ogni uomo e, nello stesso tempo, ognuno di noi può sentirsi rappresentato dal gruppo.

Tra i tanti c’è Giuda che, guardando la debolezza di Gesù, vede infranti tutti i suoi progetti. Legato ai soldi, non può più difendere il suo potere attraverso la gestione dell’economia. Tradisce Gesù per denaro, scotomizzandolo e ignorando la relazione con lui. Arranca per sopravvivere: è troppo doloroso per lui perdere il controllo del potere, il consumo delle risorse. Non si preoccupa se la gestione dell’economia senza etica possa passare sulla testa della persona. L’esperienza di Giuda non è lontana dalla nostra, perché anche noi scarichiamo su Dio o sugli altri la responsabilità dei nostri fallimenti e svendiamo le persone, tradendole. Ci comportiamo come Giuda quando non ci doniamo nella gratuità, quando non condividiamo le nostre risorse materiali ed esistenziali con tutti coloro che sono nel bisogno, quando difendiamo gli spazi e non siamo attenti al bene comune. Gesù, il volto umano di Dio, ci chiede di porre attenzione verso coloro che sono vulnerabili, verso i fratelli e le sorelle che subiscono ogni genere di oppressione; ci invita ancora una volta a farci dono senza condizioni, perché l’altro viva.

Ci comportiamo come Giuda quando non ci doniamo nella gratuità, quando non condividiamo le nostre risorse materiali ed esistenziali con tutti coloro che sono nel bisogno, quando difendiamo gli spazi e non siamo attenti al bene comune

Tra i tanti che sono coinvolti nella storia di Gesù c’è Pilato, colui che vive di compromessi per salvare la carriera, che non vuole fastidi per paura di incorrere nell’impopolarità e nell’insuccesso. Per lui è importante l’ascesa politica più della persona da salvare. Dall’iniziale intenzione di liberare Gesù passa al gesto del lavarsi le mani (cfr. Mt 27,24): scarica sugli altri la sua responsabilità del sangue innocente. Egli, pur incontrando Gesù, non si fa sfiorare dal suo dramma, né riesce ad entrare empaticamente in relazione con lui. Pilato siamo noi quando siamo animati da uno sfrenato arrivismo che soffoca la nostra umanità. Ci comportiamo come Pilato quando preferiamo rimanere in disparte per non esporci, quando non prendiamo posizione anche impopolare pagando di persona e lasciamo con indifferenza che i deboli siano schiacciati.

Gesù ancora una volta ci sprona a non occupare spazi, a vivere strutturando il tempo alla presenza del Signore, per comunicare ai rifiutati e condannati della storia tutta la prossimità di Dio attraverso la condivisione, la solidarietà, l’ascolto, l’attenzione, l’empatia. Lungo il cammino verso la croce ci sono coloro che scherniscono Gesù, lo deridono, lo beffeggiano. Sono persone che scaricano verso Gesù le loro frustrazioni. Gesù non si difende e lascia fare. Anche noi siamo tra costoro: ci nascondiamo spesso dietro i paraventi del nostro perbenismo. Abbiamo paura di comprometterci, di perdere la faccia con coloro che contano, scegliamo di stare dalla parte del più forte.

Lungo il cammino verso la croce ci sono coloro che scherniscono Gesù, lo deridono, lo beffeggiano. Sono persone che scaricano verso Gesù le loro frustrazioni. Gesù non si difende e lascia fare. Anche noi siamo tra costoro: ci nascondiamo spesso dietro i paraventi del nostro perbenismo

Gesù, come agnello mansueto, senza difendersi va a celebrare sul Golgota l’amore infinito per l’umanità. Si consegna nelle nostre mani per dirci ancora una volta quanto siamo importanti per Dio. Gesù, caricando su di sé il peccato dell’umanità, ci chiede oggi di essere messaggeri di speranza accanto a coloro che hanno perso la dignità per le loro colpe o per eventi della vita. Gesù continua ad offrire la sua amicizia anche a chi lo tradisce. Durante l’ultima cena Pietro, pur non condividendo il gesto servile di Gesù della lavanda dei piedi, è disposto a farsi lavare tutto (cfr. Gv 13,8-9). Tocca lo scacco del suo limite quando rinnega Gesù tre volte prima del canto del gallo (cfr. Lc 22, 31-34). Pietro, dopo la sentenza su Gesù, si mimetizza nella mischia di chi è spettatore. Nonostante il tradimento, Gesù rinnova la sua fiducia in Pietro e, mentre incontra il suo sguardo, gli fa percepire il mistero del suo amore per sempre. Pietro piange amaramente (cfr. Lc 22,61-62).

Anche noi a volte siamo compagni di Pietro, condividiamo con lui le nostre infedeltà, il suo rinnegamento. Gesù, però, che è fedele, continua a fidarsi di noi, nonostante tutto. L’esperienza di perdono e di accoglienza con lui ci impegna a testimoniare la misericordia soprattutto con chi ci ha tradito, a chi è venuto meno all’amicizia, a chi si aspetta di essere perdonato. Maria, in obbedienza alla volontà di Dio, segue Gesù sul Golgota nella consapevolezza di chi sa che è giunta l’ora in cui Gesù avrebbe compiuto la volontà del Padre. Ella che offre tutta se stessa, collabora con il Figlio per la realizzazione del progetto di Dio. Solo l’abbandono in lui permette il dono totale di sé a lui sotto la croce. Camminando con Maria capiamo che seguire il Signore significa impegnarsi a costruire con Dio la storia talvolta incomprensibile. Ella ci chiede di fare «ciò che Gesù ci dirà» (cfr. Gv 2, 5 ), per divenire come lei veicolo dell’amore infinito di Dio nelle piccole storie umane di ogni giorno.

Gesù ci invita a non rimanere spettatori lungo la strada che lo porta alla croce. Ci chiede di cadenzare il passo secondo il ritmo del suo cuore, per cogliere tutto l’amore fedele di Dio per ogni uomo e donna. Lungo il percorso che porta alla croce, Gesù ci svela che il luogo della manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità, l’altare del dono, è illuminato, che non termina sul Golgota, ma va oltre. La sua Risurrezione ci apre alla speranza, rendendoci credibili testimoni del Risorto sino ai confini del mondo.

*abbadessa presso il monastero delle Clarisse di Otranto

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