In vista della “Passione della Bura”, in programma Tolentino sabato 8 aprile, padre Giuseppe Scalella (leggi qui un altro intervento del sacerdote) ha partecipato all’incontro di presentazione dell’appuntamento promosso dal Circolo Colsalvatico in collaborazione con l’associazione “Don Primo Minori”. Oltre ad un breve percorso storico sull’origine delle sacre rappresentazioni, padre Scalella ha sottolineato lo stretto legame tra evento, che non è semplicemente un dato storico ma un fatto che riaccade, e popolo. La rappresentazione, quindi, come “affermazione della contemporaneità della Passione di Cristo”, che investe il quotidiano. Aspetto confermato anche dagli interventi dei protagonisti della “Passione della Bura”, presenti all’incontro di persona o intervenuti con registrazioni video.

Padre Giuseppe Scalella

Per conoscere di che cosa si tratta quando si parla di sacra rappresentazione bisogna risalire indietro fino al periodo medioevale. È il termine italiano con cui si designa il teatro religioso del Medioevo, che si sviluppò più intensamente dal 1200 al 1500. Esso è creazione schiettamente medievale e costituisce una delle manifestazioni spirituali e letterarie più originali dell’Europa cattolica. Quando si parla di Medioevo per molti si intende l’epoca più oscura della storia, con la caccia alle streghe, le crociate e l’Inquisizione; ma non si pensa mai che questa è l’epoca dei grandi santi come san Francesco, l’epoca delle cattedrali, l’epoca della ricostruzione civile e culturale dell’Europa con il monachesimo di san Benedetto dopo la devastazione delle invasioni barbariche. Ed è quindi l’epoca della sacra rappresentazione.

Lo scopo delle rappresentazioni è rivivere carnalmente e realmente i misteri della vita di Cristo

La più popolare che ha sfidato i secoli e è giunta fino a noi è il presepio di Greccio, inventato da S. Francesco nel 1223 proprio con il desiderio di rivivere la nascita di Cristo. Tutte le altre nascono e si sviluppano con lo stesso intento: rivivere carnalmente e realmente i misteri della vita di Cristo, in particolare la Passione. Ritengo però importante mettere in evidenza i due elementi che danno il senso a tutto quanto stiamo dicendo sulla sacra rappresentazione: da una parte l’evento, e dall’altra il popolo. Due elementi che fusi insieme – perché di fatto si fondono insieme – danno proprio l’immagine esatta. Con la sacra rappresentazione è come se i cristiani volessero perpetuare in eterno, sfidando la storia e tutti i suoi avvenimenti, l’evento che essi vogliono rappresentare, sia che si tratti dei grandi misteri della fede come la passione, la morte e la resurrezione di Cristo o la sua nascita, oppure le vite dei Santi.

Quando si parla di evento si parla di fatti, di fatti realmente accaduti e con i quali il divino ha voluto non solo comunicare se stesso ma rendersi presente fisicamente. Gesù è il prototipo dell’evento perché è l’Evento per eccellenza. Se i cristiani hanno fatto questo è perché si erano accorti del rischio che correva il cristianesimo, cioè il rischio di essere ridotto a discorso o ad ammonimento morale. In poche parole il rischio di essere messo fuori dalla storia. Infatti è questo il rischio che correrà la cristianità dal ‘600 in poi: il razionalismo, lo scientismo ecc… Dall’altra parte troviamo il popolo. Un popolo che non si occupa solo di rievocare o di interpretare in modo soggettivo i misteri della fede ma desidera riviverli, come se accedessero di nuovo con la stessa intensità. È l’esperienza infatti quella che ha sempre caratterizzato il popolo cristiano, basta guardare i Santi.

I Cristiani ricorrono alle rappresentazioni perché sentono il rischio di essere messi fuori dalla storia

Chi incontrava san Francesco diceva che Cristo era tornato di nuovo sulla terra. L’esperienza del popolo quindi non è ripetere formalmente un evento ma riviverlo in tutta la sua intensità quasi per voler dimostrare a se stessi la verità dell’evento e la sua forza trasformatrice. Un popolo che così diventa sempre più protagonista della sua fede, non succube del potere di altri, e capace di rivivere e riproporre il dramma del rapporto tra l’uomo e il mistero di Dio. Sappiamo bene quale sorte è toccata al popolo cristiano specialmente quando ha preso il sopravvento l’ideologia. La sacra rappresentazione è un modo con cui il popolo riprende il suo posto di protagonista della storia. Lo stesso tono drammatico si riscontra nell’arte. Basta pensare a due grandi opere: la Pietà di Michelangelo e la Maestà di Duccio di Boninsegna.

Duccio è un senese e vive tra il 1200 e il 1300. Nel 1311 finisce la Maestà, una gigantesca pala d’altare destinata al Duomo di Siena. Nella parte frontale rivolta al popolo rappresenta la Madonna seduta in trono con il bambino in braccio circondata da una folla di angeli e santi. E’ la rappresentazione del Paradiso, cioè il destino di ogni credente, redento dalla morte e dalla resurrezione di Cristo e partecipe quindi della sua gloria. Sul retro, destinato alla visione del clero, è rappresentata la passione la morte e la resurrezione di Cristo. Michelangelo scolpisce la Pietà verso la fine del 1400. A differenza di altre opere del genere Michelangelo riversa in quest’opera la sua esperienza di credente. Maria tiene in braccio il figlio morto ma la scena è tutta pervasa da una grande dolcezza e dalla certezza della salvezza. Il volto di Maria non è disperato o sconvolto, è disteso e pervaso dalla certezza del senso di quella morte. Con la mano sinistra è come se volesse invitare chi guarda a partecipare di quel dramma.

L’esperienza del popolo non è ripetere un evento ma riviverlo in tutta la sua intensità

Se ci affacciamo un attimo nell’ambito musicale troviamo un vastissimo repertorio di opere che rappresentano la Passione o altri misteri del cristianesimo. Basti pensare all’immensa opera di Bach, ai suoi oratori, alla passione secondo Matteo e secondo Giovanni. Io mi limito a citarne una tra le più significative: lo Stabat Mater di Dvorak. È una riflessione emozionata che viene provocata a ogni nota dello Stabat Mater. Attraverso la libertà e la croce ci si accorge che diventa redentore, forza redentrice anche ciò che abbiamo sofferto noi, come fu per il grande compositore boemo, che poté comporre questo affresco fantastico, grandioso, dopo la morte dei figli, e come fu per la Madonna. Questo capolavoro di Dvorák non è la commemorazione mesta di una morte, ma è una festa che celebra la gloria di Cristo nella storia.

Riprendo la 10ª e 11ª strofa: “Fac ut ardeat cor meum in amando Christum Deum ut sibi complaceam (Fa’ che il mio cuore arda di amore per Cristo Dio, affinché io sia gradito a lui). Sancta Mater, istud agas, crucifixi fige plagas cordi meo valide. (Santa madre, opera questo: imprimi saldamente nel mio cuore le ferite del Crocifisso. Fac ut ardeat cor meum: fa che tutta la mia vita si accenda. Tutto di me si accorga della grande forza redentrice di Cristo. Interessante notare che Dvorak affida il canto a un basso: per esprimere ancora meglio non solo il dramma chiuso nelle parole ma soprattutto la loro forza. Da notare la dolcezza infinita della musica e il ripetere continuamente come se quelle parole si dovessero scolpire nel cuore. Bellissimo, dolce e struggente il passaggio del coro che canta: Sancta Mater istud agas. Il tono della musica dovrebbe essere triste e sofferto e invece è dolce e struggente proprio per mettere in evidenza il desiderio di partecipare alla forza redentrice di Cristo.

La Bura si prepara alla 16ª rappresentazione della passione di Cristo

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