«I pellegrini che decidono di intraprende un viaggio verso i maggiori santuari europei – Lourdes e Fatima in testa – lo fanno non tanto per chiedere una guarigione fisica, ma per un atto di ringraziamento. Le percentuali emerse da uno studio Unitalsi, che si basa su un questionario a risposta multipla su 16 possibilità di scelta, parlano chiaro: il 76% va in pellegrinaggio soprattutto come atto di ringraziamento, il 69% come atto di speranza, il 68% come gesto di condivisione della propria fede, il 65% per sentirsi più vicini a Dio. Solo il 40% dichiara di andare per chiedere una guarigione fisica, attestandosi al 14° posto come scelta dei pellegrini».

Sono questi i dati emersi dal focus «Le motivazioni per un pellegrinaggio» realizzato dall’Unitalsi e presentato a Fatima in occasione del convegno «Significato del messaggio dopo 100 anni» che ha richiamato da tutta l’Italia oltre 30 operatori sanitari dell’associazione. L’incontro terminerà domani 5 aprile.

«Ho sempre pensato – dichiara Antonio Diella, presidente nazionale Unitalsi – che peggio del soffrire c’è soltanto il soffrire in solitudine. L’Unitalsi può vivere questa straordinaria esperienza di compagnia con chi soffre, ma non per intristirsi, anzi, per comunicare una possibilità di gioia e viverla insieme a chi ha questo grande problema della salute che comincia a mancare, della sofferenza e della solitudine, che può però essere vinta». “Abbiamo voluto anche cercare di comprendere i motivi per cui persone con malattie plurime scelgono di partecipare a un nostro pellegrinaggio – aggiunge Federico Baiocco, responsabile nazionale medici Unitalsi –. È sorprendente scoprire che lo fanno in primo luogo per ringraziare».

«L’uomo nella vita ha bisogno di pane, cioè di salute, di nutrirsi, di vivere una vita dignitosa, ma ha bisogno anche di senso – commenta don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei –, e questa necessità emerge in modo altissimo quando si vivono momenti di sofferenza. Quindi le mete di pellegrinaggio sono un aiuto nella ricerca di questo senso, che non è la possibile guarigione, ma il dono della salvezza, che ci dà la luce per vivere nel modo migliore l’esperienza terrena, ma ci dà anche l’orizzonte dell’eterno».

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