Nell’ultimo articolo mi chiedevo se il matrimonio sia una strada di felicità, come scrive il Papa in Amoris Laetitiae. L’ho chiesto a Gianni Menichelli e Orietta Tognetti di Montecassiano, sposati da quasi 19 anni.

Com’è iniziata la vostra storia?
Orietta: Ci siamo sposati con quella piccola, sana incoscienza di chi non è perfettamente consapevole di ciò a cui va incontro, perché credevamo molto nel matrimonio.
Gianni: C’era poi un grande desiderio di camminare insieme ancora più profondamente: la fede ci ha accompagnato fin da quando ci siamo conosciuti, e ci ha sempre sostenuto nel nostro cammino di fidanzamento, quando volevamo capire se il Signore ci chiamava a vivere come coppia. Poi cresceva il desiderio di sposarci e la fede ci confermava nella vocazione verso cui stavamo camminando; fede per noi fondamentale in quanto ci ha unito nelle diversità. Il bello di una coppia è proprio il fatto di essere l’uno diverso dall’altra, perché poi ci si completa a vicenda.
Quando ci fermiamo a guardare indietro, ci sembra di vedere una strada già tracciata, anche se nel momento del “Sì” non ci può essere la certezza che tutto filerà liscio. Però ti butti, perché senti nel profondo che è la tua strada, e la intraprendi. Per noi il matrimonio è stato un affidarci a Dio perché da soli non riusciamo ad affrontare le varie vicende della vita e le incomprensioni che ci possono essere tra di noi.

Durante l’intervista

Un esempio concreto di come la fede vi aiuta nella diversità?
Gianni: La prima cosa che mi viene in mente è che io ero ordinatissimo, mentre Orietta è tutto il contrario: questo ci fa cozzare tutt’oggi. Lei ha un’altra abitudine, ma non gliene faccio una colpa, perché nonostante le nostre discussioni (ridono entrambi, ndr) al di sopra di tutto c’è l’amore e la comprensione del suo modo di fare che io accetto; perché il nostro amore non si appoggia su come siamo fatti, ma su Gesù che mi chiede di amarla così com’è e non per come la vorrei.
Orietta: C’è una cosa che finora siamo sempre riusciti a fare: anche se litighiamo, mai siamo andati a dormire senza perdonarci. E ho sperimentato che, senza fede, questo non si riesce a fare. Riusciamo perché preghiamo, singolarmente, e in coppia.
Gianni: Non è che ci si sposa in Chiesa perché almeno “c’ho il Signore che mi aiuta”, ma perché credi che il matrimonio sia il tuo primo passo di questa chiamata del Signore, a cui ne seguiranno altri.

E cosa vi sta chiedendo di fare oggi il Signore? Come vivete la vostra vocazione, e soprattutto come sentite di essere un dono per la Chiesa?
Gianni: Nel costruire questa casa, volendo espressamente creare un ambiente aperto e accogliente, abbiamo fatto cucina e sala comunicanti. È stato un desiderio fin da quando ci siamo sposati di tenere casa aperta, il più accogliente possibile: tuttora la nostra casa è aperta, innanzitutto a famiglie che desiderano ricominciare un cammino insieme; inoltre, il gruppo diocesano delle famiglie (di cui facciamo parte), ci ha fatto scoprire una Chiesa veramente “in uscita” disponibile per quelle famiglie che fanno difficoltà, perché ferite, ad entrare in Chiesa: non quella di mattoni, ma quella fatta di famiglie, sacerdoti, di credenti.
Orietta: la nostra casa è aperta anche ai sacerdoti e ai seminaristi, perché crediamo davvero che le 2 vocazioni si completino: la famiglia ha bisogno di una guida, come il sacerdote, e viceversa. La nostra guida spirituale ci ha detto: «non pensate che faccia bene solo a voi il nostro stare insieme, fa bene anche a me stare vicino a voi per camminare insieme. Non solo voi camminate e io vi aiuto, ma anche voi aiutate me a camminare». Perché, condividendo i propri cammini, le gioie diventano più grandi, e le croci pesano meno.

Perché oggi due ragazzi dovrebbero affidarsi a Cristo e alla Chiesa piuttosto che convivere?
Gianni: noi oggi consigliamo ai fidanzati di sposarsi in Chiesa perché entrerebbero a far parte di una famiglia più grande, che potrebbe essere al loro fianco nei momenti belli e in quelli di difficoltà, perché la vita è fatta di gioie e di dolori: lo abbiamo vissuto questa settimana con le ordinazioni di Fra Mauro e Fra Francesco e con la morte di Francesca. Se vivi la tua vita matrimoniale insieme a “Qualcuno” più grande di te e condividendo il tuo cammino con altri, i problemi e le gioie le affronti in maniera diversa: nel nostro matrimonio abbiamo sperimentato la ricchezza che ci dà incontrare tante altre famiglie che vivono le nostre stesse problematiche, che servono per confrontarsi insieme, e dire: «ah vedi, la croce non la porto solo io». Ecco l’importanza di sposarsi in Chiesa, non tanto per andare davanti ad un prete, in una bella Chiesa tutta addobbata; ma per esserci, nella Chiesa, e nella comunità parrocchiale. Ed entrarci non solo quel giorno: perché Cristo quotidianamente, attraverso la preghiera, l’ascolto, l’accoglienza, si fa presente.
Alcuni dicono che convivere senza sposarsi è la stessa cosa: non la penso così, perché fai una scelta non responsabile. È come provare un gelato, se ti piace va bene, sennò lo butti. Ma con le persone non può funzionare così! Il rispetto verso l’altro dov’è? Possiamo prendere e lasciare le persone a nostro piacimento come facciamo con gli oggetti?
Un’altra cosa su cui riflettevamo con Orietta è che per noi i momenti di sofferenza e di difficoltà sono quelli che ci hanno unito di più. Quando Orietta ha avuto un grave problema di salute, ci siamo uniti tantissimo: abbiamo riscoperto la bellezza dei grandi doni che abbiamo ricevuto, soprattutto i nostri 4 figli. Ci aiutano molto i momenti di ritiro spirituale, perché sono tempi che nella quotidianità non riesci mai a trovare. E finché non ti fermi a riflettere, non riesci mai a capire: «Dove dobbiamo crescere? Dove stiamo sbagliando?». Incontrarsi con altre famiglie, e con i sacerdoti, è fondamentale perché ci mette in discussione sul nostro modo di vedere le cose. È un’ottima scuola perché nella vita non si finisce mai di essere marito, moglie, e soprattutto genitore.
Orietta: Ritornando alla sofferenza che abbiamo vissuto 6 anni fa, mi rendo conto che ha rafforzato il nostro amore: quello che ho provato, quando ho visto Gianni accanto a me mentre stavo male, credo di non averlo provato nemmeno il giorno in cui ci siamo sposati: lì ci ho letto l’amore di Dio per me. Oltre al tantissimo aiuto che abbiamo avuto dalla gente: i nostri genitori, le famiglie che ci hanno aiutato con i figli e ci hanno sostenuto continuamente, e la preghiera con cui la Chiesa diocesana ci ha accompagnato.
Gianni: Sì, abbiamo veramente sentito la Chiesa vicino a noi. Non ci siamo sentiti soli neanche per un attimo, in un momento di sofferenza davvero forte. Quando Orietta è entrata in coma, ed ero solo con 4 figli, a parte qualche momento di sconforto, non ho avuto mai tempo di piangermi addosso e domandarmi «Ora come farò?». No, ho sentito che anche questo faceva parte del progetto di Dio, e mi son detto «il Signore, anche se io ora non capisco, vuole questo, e io vado avanti!». E non mi sono davvero mai sentito solo nella sofferenza: in questo ho sentito la vicinanza di Dio, la mano del Signore che mi dice «Tu ti affidi? Io ti aiuto». L’importanza di essere umili e riconoscere “da solo non ce la faccio, aiutami”: ecco l’importanza di Dio nella coppia.

Print Friendly

Comments

comments