Se si misurasse il mondo in termini di serenità e stabilità per i bambini, si scoprirebbe che il modello vincente di questo algoritmo è ancora rappresentato dal matrimonio. Secondo quanto documentato dalla quarta edizione del World family map 2017 (Mapping family change and child well-being outcomes), rapporto comparativo a livello internazionale sui cambiamenti strutturali e valoriali della famiglia in ciascuna nazione, promosso e realizzato da Social Trends Institute, ente indipendente e laico che collega centri di ricerca di tutto il mondo, i bambini nati da coppie sposate hanno meno probabilità di sperimentare condizioni di instabilità rispetto ai bambini nati da coppie conviventi.

Detto in altri termini, monitorando e tracciando 16 diversi indicatori sulla salute globale della famiglia in 68 Stati nel mondo, lo studio del Family map world project ha evidenziato, cifre alla mano, che pur nella differenza delle culture e delle abitudini e nel generalizzato calo dei matrimoni, i bambini (da 0 a 12 anni) che nascono all’interno di una coppia sposata godono di una maggiore stabilità famigliare – minori cambi di partner – che si traduce in maggiore stabilità emotiva.

Vi è infatti un crescente consenso tra gli studiosi sul fatto che il numero di trasformazioni nella coppia dei genitori incida sui bambini, che hanno maggiori probabilità di crescere bene e progredire grazie a famiglie più stabili e più probabilità di “annaspare” in contesti instabili.

«Ci concentriamo sulla stabilità – scrivono gli estensori del report – perché è importante nella vita dei bambini». L’instabilità familiare infatti è associata ad una serie di risultati negativi nei bambini, anche tra quelli nati da genitori con redditi elevati. E una recente ricerca degli Stati Uniti ha rivelato che quando si scioglie un’unione aumentano gli abusi materni e che, in tutte le regioni del Sud, l’instabilità è anche associata a rischio di mortalità infantile. Del resto, il primo dato che viene evidenziato nel Rapporto è che in generale, negli ultimi decenni, si è assistito quasi ovunque a una fuga dall’impegno matrimoniale. I bambini dunque si trovano a nascere e a vivere in situazioni diverse – coppie genitoriali coniugate, coppie conviventi, monogenitorialità –, e, in numero sempre maggiore, al di fuori del patto coniugale.

Partendo dall’Europa occidentale, il tasso di gravidanze al di fuori del matrimonio oscilla tra il 29% dell’Italia e il 57% in Francia, mentre in Europa orientale si va dal 25% della Federazione Russa al 47% dell’Ungheria. Percentuali ancora più cospicue nel Nord America (33% Canada e 65% Messico) e Oceania (34% Australia e 47% Nuova Zelanda). I tassi di gravidanza non coniugale sono anche alti in alcuni Paesi dell’Africa sub-sahariana e, con l’eccezione di Etiopia e Niger, vanno dal 24% del Kenya al 54% dell’Uganda. Ma è il Centro/Sud America ad avere il più alto tasso al mondo di gravidanza non coniugale: in tutti i Paesi presi in esame dallo studio (fatta eccezione per l’Argentina) più della metà dei bambini nasce fuori dal matrimonio, in alcuni la percentuale sale a più di due terzi. I tassi più bassi di gravidanza non coniugale si verificano in Asia e Medio Oriente, dove le maggior parte degli adulti sono sposati e pochi convivono, con l’unica eccezione delle Filippine, in cui oltre il 43% delle nascite si verificano al di fuori del matrimonio.

Eppure, in tutto il mondo, i bambini che vivono con genitori conviventi o con un solo genitore sono molto più esposti, entro i primi dodici anni di vita, a mutamenti frequenti nelle coppie genitoriali. In 17 Paesi i bambini nati da coppie conviventi hanno, entro i loro 12 anni, più del doppio delle probabilità di subire almeno una “transizione” nella coppia dei genitori rispetto a bambini che nascono da genitori sposati, questo divario cresce associandolo all’istruzione materna. Così, da una probabilità maggiore del 19% se la madre ha formazione di livello medio, si arriva al 30% quando la madre possiede invece un basso livello di istruzione.

In Italia le cifre dicono che, entro i primi 12 anni di vita del bambino, la percentuale di ricambio del partner all’interno di una coppia convivente è del 13% se la madre ha un basso livello di istruzione, del 16% tra donne con livello di istruzione medio, del 2% se il livello è alto.

In conclusione, l’analisi condotta nel report dimostra che, in tutto il mondo, vi è un’associazione negativa tra la quota di tutte le nascite avvenute all’interno di coppie conviventi e la percentuale di bambini di 12 anni che vivono con ancora entrambi i genitori biologici. Non solo, la quota crescente di nati tra soli conviventi, presagisce che in futuro, in questa classe di età, saranno ancora meno i figli cresciuti dai due genitori.

Emanuela Vinai

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