«Non correre, pellegrino: la felicità, ciò che dopo ricorderai, non sta nell’alloggio ma nel cammino». Scandita da un’armonica rima, è questa una delle tante frasi che si possono “incontrare” lungo quello che, ad oggi, rappresenta il più famoso dei pellegrinaggi: Santiago de Compostela. Mèta ambita da moltissimi giovani, sfida raccolta da chi desidera misurarsi con le proprie forze fisiche, la città universitaria della Galizia da decenni rappresenta il viaggio per eccellenza in cui spiritualità, condivisione, silenzio, fatica ed esperienza umana, passo dopo passo, rendono il “bagaglio” di vita decisamente più significativo. Era infatti il 23 ottobre 1987 quando il Consiglio d’Europa riconobbe l’importanza dei percorsi religiosi e culturali che attraversano il nostro continente per giungere a Santiago, dichiarando quindi i percorsi «Itinerario di devozione europeo» e finanziando adeguatamente tutte le iniziative per segnalare in modo conveniente «El Camino de Santiago».

Così, sulle tracce di Giacomo, uno dei 12 Apostoli le cui spoglie mortali secondo la tradizione cristiana lì sono custodite, la Pastorale giovanile diocesana quest’anno propone ai ragazzi e alle ragazze delle nostre Unità pastorali un «Buen camino», in programma dal 15 al 26 luglio, per vivere insieme il pellegrinaggio di Santiago de Compostela.

Una veduta della cattedrale galiziana

A spiegare le finalità e il senso di questa iniziativa è Marco Petracci, uno dei referenti della Pg incaricato all’organizzazione del viaggio dal costo indicativo di 350 euro e rivolto ai giovani dai 18 ai 30 anni, che per Emmausonline ripercorre la genesi che ha reso “celebre” questo luogo di culto. «Come noto, l’apostolo Giacomo, dopo la resurrezione di Cristo, per molti anni girò la penisola iberica per evangelizzare. Tornato in Palestina, fu fatto decapitare dal re Erode Agrippa. Il suo corpo fu poi trasportato con una nave, dai suoi discepoli, nei luoghi della predicazione, e fu sepolto in Spagna, nella Galicia. Nei secoli successivi – continua Petracci – si perse traccia del sepolcro ma, nell’813, l ’eremita Pelayo vide, per molti giorni successivi, una pioggia di stelle cadere sopra un colle. Una notte gli apparve in sogno San Giacomo che gli svelò che il luogo delle luci indicava la sua tomba e l’abate, recatosi su questo colle, scoprì il sepolcro. La notizia giunse presto al Papa, e di qui iniziò il culto di Santiago (il nome, difatti, è la contrazione di San Giacomo)».

Il resto è storia più che conosciuta. Proprio nel posto in cui venne fatta la scoperta fu costruita una piccola chiesa sul luogo del sepolcro, e ben presto sorse intorno una città che fu denominata, appunto, Santiago de Compostela (da campus stellae). «Potremmo dire allora semplicemente – aggiunge il responsabile – che compiere questo Cammino vuol dire attraversare un tratto della strada che porta alla tomba di San Giacomo, e che, in oltre un millennio, è stato percorso da milioni di persone. Non è determinabile quale e quanta strada percorrere: dipende da dove si proviene, dal tempo che si ha a disposizione. Neppure è rilevante la velocità del camminare, che dipende dalle proprie condizioni fisiche, ma anche dal proprio carattere e dai propri interessi. Mi sento quindi di poter dire – conclude – che sicuramente il cammino non è, né dovrebbe essere interpretato come un percorso codificato, una marcia competitiva o un itinerario turistico, bensì, un cammino interiore, fatto delle preoccupazioni che sicuramente possono occupare il nostro cuore, ma fatto anche di speranze, di attese, desideri. Lasciando comunque che a guidare il nostro pellegrinaggio, come è stato per l’apostolo Giacomo, sia soltanto la Parola di vita di Gesù».

Print Friendly

Comments

comments