Dante Cecchi

L’ordinario che diventa storia importante del territorio. Potenza della scrittura e, in questo caso, del talento di Dante Cecchi. Un unicum o quasi per il Maceratese, data l’applicazione, peraltro con unanime riconoscimento, in molteplici ambiti, dalla ricerca al teatro, dall’Università fino all’impegno politico-amministrativo. Ma cosa si cela nella scrittura di Cecchi? Quali sono gli elementi ricorrenti e quanto c’è della sua persona nei testi e nei volumi che ha lasciato a futura memoria?

Fabio Macedoni

A queste e ad altre domande ha risposto Fabio Macedoni, personalità che si è evidenziata, senza dubbio, quale autore, attore, regista, insegnante nonché, in passato, assessore alla Cultura nel Comune di Treia, un esempio di quell’essere eclettico e allo stesso tempo puntuale, in tempi e modi, che rappresentava Cecchi (leggi qui l’articolo). In Macedoni si riscopre quel “timbro a fuoco della parola” caro a Dolores Prato, non a caso narratrice per eccellenza di una Treia e di una società che non esiste più.

Nell’immagine un esempio degli abiti di scena indossati dagli attori ne “Le Votaziò”

Cambiano le generazioni, ma Cecchi realizza lo stesso stratagemma appassionante. Essere tra la gente e raccontarla, come dimostrano i vari “tutto esaurito” registrati dalla commedia “Le Votaziò” andata in scena nei teatri della provincia con più repliche ma con lo stesso successo (leggi qui l’articolo). Macedoni (con la collaborazione di Francesco Facciolli e della Compagnia “Fabiano Valenti”) ne è consapevole, “asciugando” le sceneggiature per una delle esigenze della scrittura teatrale più ostica, la durata. «Nelle commedie di Dante Cecchi non vengono trattati direttamente gli eventi tradizionalmente considerati importanti di un trentennio che va dal 1945 al 1975 – afferma Macedoni -, come possono essere la morte di Martin Luther King o di John F. Kennedy, il Concilio Vaticano II e l’uomo sulla luna, oppure la Beat generation e gli hippie, la rivoluzione sessuale o la musica dei Beatles. Eppure tutto questo c’è».

Riproporre le scenografie originali è stata dunque l’occasione per immergersi fino in fondo in quelle atmosfere che dalla fine della Seconda guerra mondiale (“Comme lu sòle”) condussero anche l’Italia nel boom economico, con le speranze, i successi e le delusioni che ancora oggi riscontriamo. «Cecchi fa entrare in queste storie schegge e frammenti di quei decenni – continua il regista -, lo fa, ad esempio ne “Le pasciò de un curatu de cambagna”, un intreccio tra “Diario di un curato di campagna” di Georges Bernanos e “Patre pe’ procura” di Amedeo Gubinelli, in cui i figli dei nuovi proprietari terrieri sono “capelloni”, con pantaloni strappati, gonna corta, dentro la casa di un prete, fatto ancora più eclatante. Nell’opera il prete riassume in sé tutte le religioni ed è il punto di riferimento, come lo sono realmente stati i sacerdoti, di quella società e per questo risolutore di problematiche familiari. Lo vediamo in “Lo petrojo” – aggiunge Macedoni -, con un fantomatico giacimento che fa gridare al progresso e alla ricchezza a tutto il paese tranne al proprietario del terreno che vede perforato il suo orto in lungo in largo».

Il cast de “Le Votaziò” al completo

La salvaguardia (o lo sfruttamento) del territorio è uno degli elementi ricorrenti in Dante Cecchi. Un “campione del buon senso”, come lo definisce Macedoni: «Cecchi è stato un democristiano “puro”, senza “correnti” – sottolinea -, tant’è che nella sua unica commedia politica, “Le Votaziò”, non si riconoscono una “destra” e una “sinistra”, ma prevalgono le necessità (“lu ‘chiappacà”, l’energia elettrica o i lavatoi) e le battaglie per il benessere dei cittadini». Prevale l’amministrazione sulla politica ideologica, mettendo in risalto un aspetto fondamentale di Cecchi: il suo essere “uomo della conciliazione”. «In “Lu postarello su la comune” emerge la dinamica del mito del “posto fisso” – prosegue il regista -, per il quale anche le ragazze ti scelgono per il matrimonio a discapito del contadino, esposto agli eventi atmosferici e che rischia nel proprio lavoro: si tratta di un altro modo delle classi sociali in cui guadagnare o meno “stabilità”».

Sovente nei testi di Cecchi la classe dirigenziale è criticata, giudicata capace di concentrarsi soltanto sul proprio tornaconto, per questo immersa in un sentimento diverso da quello caratterizzante la competizione elettorale, in cui vi è invece un forte coinvolgimento popolare. L’approccio consigliato da Macedoni ai testi di Cecchi, dunque, è quello della curiosità, allo scopo di conoscere quella storia che non è però contenuta “nei libri. Altro filone è quello sentimentale, trasversale rispetto alle opere composte. «Vi è l’amore che disattende le aspettative dei genitori, con la scelta di un terzo incomodo (“Comme lu sòle”) – afferma -, oppure si infila per trionfare tra le logiche della maggioranza e dell’opposizione (ne “Le Votaziò”). Questa bonarietà è abbastanza costante e la ritroviamo ne “Le pasciò de un curatu de cambagna, in cui comunque prevarrà anche in questo caso il lieto fine, altro elemento ricorrente del teatro di Cecchi».

Fine conoscitore degli Statuti dei Comuni del Maceratese e della vita della “civitas” delle città murate del territorio, Cecchi si avvicina alla sua genesi e alla sua gente, secondo Macedoni, attraverso l’uso del dialetto, elevandolo a una nobiltà linguistica e pur raccontando delle storie più dirette al cuore del pubblico. «Cecchi non fa a meno del dialetto perché lo ama – ribadisce -,  lo fa ritornare nel suo alveo originale, utile per una sincera espressione del sentimento. Infine, dal punto di vista della struttura, Cecchi utilizza quasi sempre quella classica e indispensabile del racconto: presentazione, complicazione e risoluzione. La scrittura, anche per il teatro – conclude Macedoni, ha poi bisogno di una rilettura, per “asciugarne” la durata secondo i tempi tecnici del copione, del quale, ad esempio, come Compagnia “Fabiano Valenti”, ne abbiamo anche uno parallelo per i movimenti».

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