Corso di preparazione al Matrimonio: accogliere un bimbo, il dono più grande/2

Proseguono gli incontri per le coppie di Treia e Appignano

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Prosegue il cammino di preparazione al Matrimonio cristiano per le coppie di Treia e Appignano. Il tema dell’ultimo incontro è stato dedicato al dono più bello che essa possa ricevere e il mistero più profondo a cui essa possa collaborare: accogliere un bimbo. Relatore, l’avvocato Arturo Buongiovanni.

Seconda parte (leggi qui o a fondo pagina la prima parte)

Riformulando alcune domande che si è posti durante l’incontro, è davvero giusto che tutti i bambini siano trattati con la stessa tutela o ci devono essere diversità tra bambini e bambini? Vale meno un bambino in pancia perché è più piccolo e non del tutto formato? Con questo stesso criterio, un neonato è meno valido di un qualunque lettore perché non cammina, non parla, non applica la logica, non ha sviluppato tutte le abilità di un adulto. Che sgradevole deduzione! Un neonato vale esattamente come un adulto e va protetto ancora di più proprio perché indifeso. Per coerenza logica, anche un bambino in grembo deve essere trattato con la stessa dignità e difeso ancora maggiormente. Giù gli atteggiamenti catoniani o inquisitori, la chiave di lettura è semplicemente interessarsi. Se una lettera anonima dicesse che stasera un bambino sarà gettato dal tetto, la reazione immediata sarebbe quella di muoversi per salvarlo.

Arturo Buongiovanni

Contrariamente, se si venisse a sapere che un vicino di casa domani abortirà, che cosa si farebbe? Si avrebbero lo stesso turbamento e la stessa inquietudine che prendono di fronte alla prima scena? Probabilmente no, perché ci si è dimenticati che anche un bimbo nel grembo è un bimbo, oppure si è avuta occasione di convincersi del contrario. Nessuno (o quasi) ne parla e fa capire che quella nel ventre è una vita già iniziata. Chiedendo in prestito a Renato Zero le sue affilate e calzanti parole, “sono gli ultimi in fondo alla lista, sono lì e non li vede nessuno, sono loro gli zeri del mondo, stessi occhi, lo stesso profumo”.

Ogni anno, solo gli aborti chirurgici sono più di 100 mila: almeno 100 mila bambini che, per essere estratti dalla pancia materna, sono fatti a pezzi con pinze e bisturi e gettati nella spazzatura. Spesso la donna coinvolta è debole, è schiacciata dalle condizioni al contorno in cui vive e/o da problemi psicologici. Il grido disperato ma anche salvifico di una madre che ha vissuto sia il parto sia l’aborto è: «La donna che abortisce perde per sempre il bimbo e la pace: lei stessa è la prima vittima. Dall’aborto non si torna indietro! L’unica scelta che non ti fa pentire per tutta la vita è quella di scegliere la vita, accettare la vita». Anche queste parole hanno bisogno di una forte risonanza per illuminare il passo delle mamme in bilico, con l’esperienza di chi ha già scelto più volte provando entrambe le alternative. Bisogna dirle quelle poche semplici frasi, perché alla donna che le ha scritte nessuno le ha mai dette. Infatti, cosa fa il resto della società di fronte alla scelta dell’aborto? Quello che sembra più naturale: niente, essere indifferente.

Non solo, c’è anche una questione di altruismo: nel rispetto della privacy di quella donna o di quella famiglia, meglio tacere. Ovvio che poi anche a una madre che sta per gettare il figlio dalla finestra, non si dovrebbe dire nulla per non turbarla! Allora la questione si trasforma da altruismo a ipocrisia. A volte bastano una carezza e poche parole, pochi secondi sono sufficienti per cambiare le sorti, è questione di un attimo. “Ci vuole molto più coraggio a lasciare questo lettino che a rimanere ma non se ne pentirà, suo figlio sarà il suo sole, la sua forza”: così un obiettore di coscienza, allertato da un’infermiera che non è rimasta indifferente, ha salvato un bimbo e una madre, la quale a sua volta ha convinto qualche altra madre in sala d’attesa per l’imminente aborto, creando una vera catena di evoluzione virtuosa. Il nocciolo della questione si può estrarre chiedendosi: si vuole essere normalmente amici o amici del cuore? Parimenti, si vuole arrivare al cuore delle donne che vogliono abortire per risvegliare il cuore di madre che è dentro di loro o meno? A volte, la maternità può essere sopita e non viene percepita dalla donna, poi di colpo riaffiora in tutta la sua forza.

L’apertura alla vita è un dono ma se non si ha la possibilità di avere figli, cosa fare? Aprirsi all’adozione, con cautela perché non tutti riescono a farlo. Allora ci si deve chiedere cosa vuole Dio che si faccia con i propri talenti, qual è la propria missione in questo limite. Comunque, va ricordato e compreso che avere un figlio non è un diritto ma un dono di Dio. Inoltre, si può far crescere una sorta di “alleanza di amore”: la donna che non riesce a crescere un bimbo può pensare di darlo in adozione a coppie che lo vorrebbero adottare. Se le ragioni venissero spiegate in modo opportuno e il linguaggio “burocratichese” sfoltito, nascerebbe una vera alleanza d’amore. Invece, la cultura dominate ancora oggi ci porta ad additare una madre che abbandona un figlio come snaturata, quindi la migliore soluzione è ucciderlo, o praticare l’aborto se si vuole smussare il linguaggio senza toccare la sostanza. Infine, di fronte a un figlio che non arriva, e quindi a un piano di coppia disatteso, è utile valorizzare l’ottimismo e recuperare la positività piuttosto che tendere al pessimismo e abbandonarsi allo scoraggiamento e al fallimento.

A volte vicino a una donna che abortisce c’è un uomo che è a sua volta in difficoltà, allora è necessario in alcuni casi o sempre agire sull’uomo? Si può agire sull’uomo ma se questo aggrava la situazione con un comportamento deleterio, bisogna lasciar stare. E bisogna concentrarsi sulla donna per aiutarla a capire che la delusione d’amore, generata dal disattendere il volere del partner con il mancato aborto, è superabile, al contrario, il dolore per aver abortito non sarà mai lenito. In sostanza, il padre va coinvolto in prospettiva di aiuto e sensibilizzazione nei confronti della madre ma, se serve, vanno aperti gli occhi della donna sui limiti del compagno.

Perché la società non pubblicizza l’altra scelta, il sì ad una maternità? La società ha sviluppato un senso di relativismo perverso: l’aborto è un male per me ma per qualcuna potrebbe essere un bene, quindi chi sono io per impedirle di abortire? Avrà i suoi buoni motivi. Al mondo esistono forze del bene e forze del male, queste ultime si insinuano nel cuore partendo dalle debolezze, dai punti in cui la razionalità fa fatica a spiegare e fa prima a convincersi della validità delle ragioni della maggioranza. Il relativismo è ben radicato, se si va a indagarlo genera difficoltà e allora si evita di farlo per paura. È simile al femminismo autoreferenziale che ragiona in questi termini: l’aborto è una conquista della donna, la rende libera di decidere cosa fare della sua maternità, opporsi equivale a promuove una società retrograda e misogina.

Come dare concretamente sostegno in un contesto di aborto? Se facessimo un sondaggio chiedendo cosa ciascuno si sentirebbe di fare in una tale situazione, molti risponderebbero che non sanno o che non sono interessati perché non è un problema a loro tangente. Chi invece è interessato, cosa dovrebbe fare? Per primo, aprire gli occhi sulla realtà che lo circonda e rivolgersi a persone che conoscono come affrontare il problema (ci sono associazioni di volontariato dedicate); secondo, avere fiducia nell’amore, cioè agire e le soluzioni arriveranno. Sapendo comunque che gli attacchi del male non mancheranno, sono subdoli e agiscono dove si è più deboli e dove fa più male. E ricordando di valorizzare l’ottimismo e recuperare la positività, perché “Il Signore ruggisce da Sion e da Gerusalemme fa sentire la sua voce” (Gioele 4,16) e di colpo cambiano le cose, di colpo “il cuore di mamma” si può risvegliare. L’augurio, sovrabbondante di grazia e di positività, che il relatore rivolge a tutte le coppie a conclusione della serata è: «Che facciate tanti figli e siate strumento di salvezza per tanti figli».

Josephin e Riccardo

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