«I media hanno contribuito a farci fare dei passi avanti, ci hanno incalzati, ci hanno messo sotto pressione». Il tributo viene da don Ivan Maffeis, sottosegretario Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, che durante il recente convegno degli Istituti diocesani per il sostentamento del clero si è soffermato sul rapporto tra informazione e formazione. «Oggi si tratta di passare da un atteggiamento di pura difesa a una cultura attiva nella comunicazione», la proposta, che comporta «la necessità di essere pronti, propositivi nel dire la verità».

«Abbiamo camminato in fretta in questi anni», l’analisi di Maffeis: «Tante nostre diocesi sono pronte a dare la notizia, per evitare cattive interpretazioni o strumentalizzazione dei fatti» che di volta in volta, dal territorio, assurgono all’onore delle cronache. «Alla gestione onesta e corretta deve poter corrispondere anche uno sforzo comunicativo che sia da tutti verificabile», ha ammonito il sottosegretario della Cei, esortando a uno «stile trasparente che risponda a un’esigenza diffusa, a partire dalle nostre comunità ecclesiali». Solo così, la tesi di Maffeis, «si contribuisce a creare fiducia e volontà di condivisione». Se fino a ieri, infatti, «la distinzione tra emittente e destinatario della comunicazione era molto netta e precisa», nell’era dei social «i destinatari non solo scelgono il percorso di comunicazione, ma diventano essi stessi coautori e distributori di comunicazione». Per recuperare fiducia ci vuole, inoltre, da parte della Chiesa, un supplemento di impegno per «una comunicazione semplice, diretta», in un contesto culturale in cui «il dizionario cristiano è scomparso», dando luogo «a un impoverimento gravissimo del linguaggio», ha concluso Maffeis.

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