Esclusiva in edicola con Famiglia Cristiana: «Tangentopoli, le parole non dette»

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Il Pubblico ministero e il condannato, faccia a faccia 25 anni dopo Mani pulite. Gherardo Colombo e Sergio Cusani, a un quarto di secolo dall’indagine, si incontrano e raccontano, in esclusiva, sul numero di Famiglia Cristiana in edicola questa settimana, esponendosi alle domande dei ragazzi delle quinte liceo delle Opere Sociali don Bosco di Sesto San Giovanni, che all’epoca di Tangentopoli non erano nati. Si affrontano su temi forti: la responsabilità, il fascino perverso del potere, il senso di lealtà, il carcere, la dignità, gli atteggiamenti autoassolutori.

«Entrai nell’inchiesta nell’aprile del 1992», racconta Colombo ex magistrato del Pool Mani pulite con Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo. «Partendo dall’arresto in flagranza di Mario Chiesa – aggiunge – scoprimmo decine di migliaia di reati: corruzione, finanziamento illecito ai partititi, falso in bilancio, concussione, appropriazione indebita. Percepii presto che una trasgressività così estesa, capillare e articolata, non poteva essere risolta con lo strumento della repressione penale. Prova ne è il fatto che Mani pulite non ha marginalizzato la corruzione. Sergio Cusani è stato tra i pochi a scontare in carcere la pena: altri si sono resi irreperibili o sono finiti prescritti, altri assolti perché le leggi erano cambiate nel frattempo. Per quanto lavorassimo non riuscivamo ad arrivare in fondo. Col tempo mi sono convinto che il problema fosse a monte dei tribunali».

Cusani racconta inoltre ai ragazzi di aver maturato in carcere la consapevolezza di un meccanismo di smottamenti progressivi: «Le micro scelte in apparenza insignificanti, che durante il periodo formativo uno compie autoassolvendosi perché così fan tutti, aprono una breccia. Poi nella maturità diventano macro scelte. (…) Dopo quello che ho attraversato ho cambiato il mio paradigma: il fine non giustifica i mezzi, sono i mezzi a dare senso al fine. Diversamente giustifichi tutto».

Nel confronto con i giovani, poi, scende sul personale: «Ho scelto di difendermi ammettendo le mie responsabilità senza far nomi, per salvaguardare la relazione con i miei figli. Che avrebbero pensato di me se, dopo aver commesso reati, avessi cercato di salvarmi scaricando su altri le mie responsabilità?».

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