Giovedì 2 marzo, presso l’Itas “Matteo Ricci” di Macerata, ha avuto luogo la prima delle quattro conferenze dedicate al rapporto tra uomo e divino nelle arti e nella filosofia rivolto a studenti e insegnanti. Curati dalla professoressa di religione Simona Silenzi, gli incontri si avvalgono della collaborazione di scrittori e docenti come Roberto Mancini, Antonello Tolve e Filippo Davoli, che la scuola ha ospitato per primo e che ha approfondito il tema del rapporto tra musica e divino.

Filippo Davoli

Davoli ha svolto un excursus interessante e avvincente, partendo dal concetto di vuoto e di pieno che è all’origine di ogni ascolto, e che risulta in grado di mettere nella giusta luce anche eventi della nostra quotidianità. Tale digressione si è susseguita lungo i secoli, passando per l’avvento del canto gregoriano e della polifonia pre e post Concilio di Trento, fino al sovvertimento in epoca romantica, che desacralizza la religione e sacralizza l’arte. Non sono mancati ascolti di danze sufi, la cui intenzione di verticalizzazione dal basso fino a raggiungere una sorta di estasi, risulta diametralmente opposta a quella della musica ebraica, che Davoli considera un vero e proprio “canto di ritorno, di lode o di dolore, comunque d’amore, di fronte all’intervento di Dio nella storia”. «Solo in esilio il popolo ebraico tace e appende ai salici le proprie cetre», ha affermato lo scrittore, sottolineando come nella cultura ebraica il silenzio (di Dio) equivalga alla maledizione.

Davoli ha svolto un excursus interessante e avvincente, partendo dal concetto di vuoto e di pieno che è all’origine di ogni ascolto

Dall’avventura ebraica si arriva al Novecento, alla “terra desolata” in cui ogni sistema simbolico si frattura e si frantuma, tanto che la cultura diviene “prodotto culturale”, riproducibile all’infinito, commerciabile, e dunque destinato a diffondersi ovunque, ma ad un prezzo pesante: quello di sparire alla vista. A questo progressivo e sistematico abbattimento di secoli di cultura, di arte e quindi di vita, corrispondono tuttavia tentativi di recuperare un rapporto con la spiritualità. Davoli cita l’ebreo Schönberg, ideatore della dodecafonia, ma anche Ligeti e Pärt, di cui propone l’ascolto di una parte del magnifico “Te Deum”: «Pärt – afferma lo scrittore – opera un singolare svuotamento del linguaggio musicale, giungendo ad una polifonia estremamente essenziale, minimale, al fine di ricreare l’eternità del divino».

La cultura diviene “prodotto culturale”, riproducibile all’infinito, commerciabile, e dunque destinato a diffondersi ovunque, ma ad un prezzo pesante: quello di sparire alla vista

Ma questa operazione, peraltro mirabile, sottintende una pienezza ideale e ideologica, che è ben diversa dal vuoto originario e totale in cui si apre il primo ascolto e si dà il primo incontro tra flatus vitae e la cavità da cui nasce il suono. C’è, nella musica sacra del Novecento, qualcosa che intenzionalmente supera l’ambito della liturgia e si propone l’obiettivo di salire verso il Cielo o di ricrearlo sulla Terra mediante la propria domanda di sacro. Ma, si direbbe, senza attendersi un’irruzione. Come se tutto fosse già stato detto. Nonostante il campanello d’allarme che va in controtendenza e aspira a una rinnovata dimensione dello spirito, si direbbe che la musica si sia ridotta a “perfetta sintassi delle forme”, con una tendenza ad un sempre più pertinente “filologismo” nei riguardi delle fonti, cui troppo spesso però manca il sangue, manca la carne, manca la vita di chi quelle forme è chiamato a riempire.

Di seguito le date dei prossimi incontri in programma (gli incontri sono riconosciuti come attività di aggiornamento e formazione per i docenti. Gli studenti che parteciperanno avranno diritto a ricevere alcuni crediti formativi):

  • giovedì 9 marzo, ore 15.30, “Filosofia e divino”: incontro col prof. Roberto Mancini, docente di Filosofia Teoretica all’Unimc;
  • giovedì 23 marzo, ore 15, “Poesia e divino”, incontro con Filippo Davoli, scrittore e direttore di “Quid Culturae”;
  • giovedì 6 aprile, ore 15, incontro col prof. Antonello Tolve, docente di Semiotica dell’arte all’Abamc.
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