È il professor Francesco Giacchetta, docente di Filosofia teoretica e Teologia fondamentale all’Istituto Teologico Marchigiano, partecipante al Convegno Ecclesiale di Firenze del novembre 2015, che ha risposto alle domande riguardanti il tema della sinodalità.

Prima di tutto professore le chiedo che cos’è un Convegno Ecclesiale e che tipo di esperienza è stata per lei?
È un evento a cadenza decennale della Chiesa Italiana, in cui il popolo di Dio (vescovi, preti, diaconi, religiosi e fedeli laici) riflette sui temi riguardanti il rapporto Chiesa/Mondo alla ricerca dei segni dei tempi. È nato dopo il Concilio Vaticano II per dare seguito alla sinodalità lì sperimentata. Ringrazio innanzitutto il Vescovo che mi ha invitato a partecipare: per me è stata una bellissima esperienza di Chiesa, quella che immagino spesso: una Chiesa colorata, portatrice di esperienze molto diverse, ma tutte attraversate dalla voglia di renderle vive attraverso il Vangelo. Nei laboratori vescovi, laici, laiche, religiosi, presbiteri si sono trovati fianco a fianco a parlare e riflettere rendendo visibile una sinodalità non facile da rintracciare nell’ordinario. È stata un’esperienza sensibile di Chiesa che manca finché si rimane sempre dentro la propria parrocchia o alla propria diocesi. E poi la presenza di Papa Francesco: ascoltare le sue parole e gustare il modo in cui le pronuncia, l’omelia allo stadio Franchi… È stato veramente un gran bel momento che serberò nel cuore.

Quali passi compiere per crescere nella sinodalità?
Io credo che, dopo il Vaticano II, nella direzione della sinodalità, auspicata in diversi momenti da questo convegno, abbiamo avuto un grande fermento teologico al quale, però, non ha fatto seguito un adeguato rinnovamento di tipo giuridico. Ad esempio, il ripensamento c’è stato nell’episcopato: è nato il Sinodo dei Vescovi, la Conferenza episcopale. In questo ambito, di strada ne è stata fatta; ma forse all’interno della parrocchia è mancata una riforma, e la parrocchia è il luogo dove il laico dovrebbe e potrebbe sperimentare che non si appartiene semplicemente alla Chiesa, ma si è Chiesa. Quindi una riforma della parrocchia che permetta ai laici di non pensare più alla Chiesa come alla “Chiesa del parroco”. Questo passaggio ancora non è stato compiuto: per farlo andrebbe ripensato il ruolo del consiglio pastorale della parrocchia e la ministerialità dei laici all’interno della stessa. È vero che va superato un grande individualismo, un grande riflusso nel privato che esiste nel mondo dei laici, ma forse è un male – l’individualismo – che non riguarda solo le singole famiglie dei fedeli, ma anche una parrocchia nei confronti di un’altra parrocchia o una diocesi nei confronti di un’altra diocesi o un movimento nei confronti della chiesa locale.

E nella nostra Diocesi, a quasi un anno e mezzo da quel discorso del Papa, qualcosa si è mosso?
Io vedo come ottima l’indicazione che il Vescovo ci ha consegnato di creare delle unità pastorali. L’esperienza che posso raccontare riguardo alla mia parrocchia – l’Immacolata – è che mi sono accorto di non conoscere gli spazi della parrocchia limitrofa di Santa Croce (con la quale l’Immacolata forma l’unità pastorale, ndr) e neanche le attività che si svolgono al suo interno, neppure quelle in cui sono solitamente più coinvolto, ossia quelle culturali. Mi sembra un indice eloquente di quanto poco, ancora, siamo capaci di camminare insieme, di incontrarci, di scambiarci esperienze, ma anche di collaborare. Ovunque si fa un gran parlare del mettersi in rete, che non è solo un fare economia di forze e di risorse, o cercare di migliorare l’efficienza, ma è proprio uno scambio di doni, di carismi che possono alimentare nuovamente speranza, fiducia e far sperimentare la comunione. Attualmente le parrocchie, nella misura in cui non si sentono più autosufficienti come lo erano una volta, sono luoghi dove è facile deprimersi, lasciarsi prendere dalla nostalgia dei tempi che furono. Così però viene meno lo slancio e, usando delle categorie di papa Francesco, si fa del problema un ostacolo e non una sfida: un problema è un ostacolo quando chiude, deprime, soffoca la speranza; invece un problema diventa una sfida quando spinge a cercare nuove strade, a sperimentare e magari anche a rischiare nuove vie. Ecco, se in una parrocchia manca la speranza, il problema non riesce a trasformarsi in una sfida, ma rimane semplicemente un ostacolo che gela e irrigidisce, al massimo permette una meccanica ripetizione di quanto si è sempre fatto. Invece, nella misura in cui la parrocchia riesce così a condividere carismi, doni, risorse con un’altra parrocchia, magari è più facile ritrovare la speranza e lo slancio per trasformare i problemi in sfide. Questo mi pare sia un buon passo verso uno stile sinodale.
Naturalmente, a ciò si deve accompagnare la creazione di un adeguato spazio in cui tra la decisione, che spetta sempre al pastore, e la preparazione della decisione costruita sulla consultazione dei fedeli laici, renda possibile una sinodalità effettiva e non solo auspicata. È in questa direzione che, mi pare, il nostro vescovo ci stia sapientemente guidando.

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