Interviene quasi in punta di piedi il Vescovo di Macerata, mons. Nazzareno Marconi, al convegno organizzato dall’Ordine degli Architetti della Provincia di Macerata presso l’Aula Sinodale della Domus San Giuliano sul tema “Dopo il terremoto… come agire?”. «La Chiesa dura da 2000 anni perché coinvolge chi opera sul territorio e perché non butta l’esperienza passata, dà valore alla tradizione». Questo per il presule di Macerata può essere un modello per la ricostruzione e, a tal scopo, ha incoraggiato il lavoro di pensare il territorio dopo il sisma. Una sinergia tra territorialità, istituzioni, esperienza e professionalità che auspica anche il sindaco di Macerata Romano Carancini ed è la linea sulla quale improntare un dialogo costruttivo condivisa dall’ing. Cesare Spuri, Direttore dell’Ufficio Speciale per la Ricostruzione Marche.

Se è vero che negli anni, sin dal terremoto dell’Irpinia, slogan cardine di ogni ricostruzione è stato “Dove era, come era”, altrettanto vero è che proprio nel lavoro di team tra varie figure professionali si può valutare di volta in volta se quel buon proposito lo è davvero. L’architetto Francesco Doglioni, che in prima linea si occupò della ricostruzione in Friuli, nel suo intervento pone subito le basi del tema caldo del convegno: «Dov’era e com’era non è un format. Si tratta invece di qualcosa che va discusso caso per caso, luogo per luogo. In Friuli i muri delle città colpite erano stati mantenuti come traccia della continuità di un luogo. Ricostruire il Duomo di Venzone è stato un ricomporre ciò che il terremoto aveva scomposto, pietra su pietra». Non si tratta di un intervento romantico. Quel lavoro fatto di volontà di una comunità attaccata ai suoi luoghi è stato alla base del ripopolamento dei centri storici e la creazione di un motore economico che ha fatto ripartire la loro economia.

«La pista ciclabile per il Tarvisio che ha attraversato Venzone, – spiega Doglioni – ha ridato vita economica all’intero territorio». Di quella volontà si fecero forti gli aquilani quando violando la zona rossa, entrarono prepotentemente per appendere le chiavi dei propri appartamenti ancora non ristrutturati come ad evidenziare l’attaccamento ai propri luoghi.
Altrettanto accorato l’intervento di Carlo Birrozzi, Soprintendente Marche, che ha evidenziato quello che l’ordine degli architetti di Macerata nella persona del suo presidente Enzo Fusari, denuncia da tempo. «Ancora non si parla davvero di ricostruzione, questa è forse la prima occasione – tuona Birrozzi – Siamo di fronte ad un tessuto sociale estremamente impoverito, invecchiato e con un patrimonio storico-architettonico straordinario ma in esubero. Di fronte ai terribili fatti manca un’attività programmatica che miri domani a riportare la gente nelle aree colpite, che trasformi quei luoghi in smart land. Occorre una regia forte che unisca tutti i professionisti e le Università in una visione sistemica di ricostruzione di luoghi e comunità».

Ma non si tratta solo di ricostruire, occorre anche saper creare nuovo senza averne paura, obbedendo non solo a tecniche d’avanguardia antisismica ma anche ad una visione del territorio che miri alla qualità del costruito in armonia con la sua storia e identità. Una fiducia nel costruire con il minor consumo di suolo possibile, ricreando patrimonio e nuovi modelli di vita e di arte.

«Dov’era, com’era»: gli Architetti promuovo una giornata per riflettere sul sisma

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