«Le Marche che conoscevamo, almeno prima della crisi economica, non esistono più». A dirlo è Ilvo Diamanti, “politologo” e docente, tra gli altri, dell’Ateneo di Urbino “Carlo Bo”, riassumendo l’analisi espressa nel libro “Marche 2016. Dall’Italia di mezzo all’Italia media”. Il volume, curato insieme Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini ed edito dal Consiglio Regionale delle Marche, è stato presentato ieri pomeriggio, giovedì 2 marzo, presso la sede dell’Istituto Adriano Olivetti (Istao), ad Ancona.

Ilvo Diamanti

A Villa Favorita si sono dati appuntamento, infatti, i relatori e gli iscritti della prima edizione del seminario #marcheuropa svoltosi nel corso del 2016. Con il prof. Diamanti erano presenti Pietro Marcolini e Antonio Mastrovincenzo, rispettivamente presidenti di Istao e del Consiglio delle Marche (promotore dell’iniziativa), oltre al prof. Pietro Alessandrini (Università Politecnica delle Marche). L’occasione è stata quella di riassumere ai presenti i punti salienti della ricerca e consegnare gli attestati di partecipazione in vista del via della nuova edizione dell’appuntamento.

Le Marche che conoscevamo prima della crisi non esistono più

Ma come e quanto sono cambiate davvero le Marche? «Da un loro ruolo specifico, che l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi individuava in una “Italia paese di italie”, dove l’unico elemento in comune era la diversità – ha affermato Diamanti -, le Marche sono diventate uno specchio della nazione: un’Italia “di mezzo” che è divenuta Italia “media”». Gli elementi che caratterizzavano la regione, «un’area esemplare dal punto di vista del capitale sociale e non soltanto economico, con piccole-medie imprese e grandi Associazioni e relazioni sociali», sono in declino. Ciò ha reso le Marche “più italiane”, con il conseguente abbandono di quella “terza Italia” che rappresentava. «Si tratta della conseguenza del progressivo affermarsi di un’Italia “incolore” – ha aggiunto Diamanti -, così come le Marche hanno perso le proprie specificità, l’Italia ha perso i “colori” che la caratterizzavano da Nord a Sud».

La regione è diventata “più italiana”, perdendo la sua specificità

Dietro quei “colori” c’era una società delle organizzazioni e un senso comune che si riproduceva nei gesti della vita quotidiana: «Un contesto locale fatto di eredità familiari – ha ribadito – dove fiorivano le relazioni: oggi le Associazioni si stanno perdendo, così come le relazioni; i giovani non ci sono più, se ne stanno andando; e il calo demografico è evidente, non incrementato più dagli immigrati, i quali hanno preso le nostre “abitudini”». Secondo Diamanti, perciò, «dobbiamo preoccuparci di un’Italia senza colori e senza radici, perché perdendo il passato, perdiamo anche il futuro».

L’Italia si è fatta “incolore”, ma dietro quei “colori” c’era una società dotata di senso comune

La ricerca presentata, inoltre, non tiene conto, se non nelle riflessioni, per ragioni temporali, dello sciame sismico iniziato nell’agosto scorso. Tuttavia, tale situazione contiene delle possibili leve per ribaltare lo schema proposto e consentire alle Marche di tornare ad essere un “caso specifico”: «Il terremoto è una grande tragedia – ha concluso Diamanti -, ma può essere anche una importante opportunità per riportare questo territorio al centro dell’Italia. Il grande sforzo che occorre per la ricostruzione, infatti, richiede una nuova spinta e un nuovo ottimismo – ha rimarcato -, per avere ancora, attraverso relazioni e solidarietà, la capacità di guardare al futuro».

Le Marche, c’era una volta l’Italia di mezzo

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