Tornare ad Amatrice, ogni volta, scuote l’animo. Lo svuota, riempiendolo di significato nello scorrere delle stagioni, ridimensionando le insignificanti piccolezze della nostra placida quotidianità. Ripercorrere quelle strade, conoscerne la gente ti consegna la misura della dignità, il prezzo del dolore, lo spessore della speranza. Sei mesi dopo, in una cerniera tra la vita e la morte, tra fango e neve, mentre una comunità civile e una Chiesa solidale si impegnano a tracciare il confine della rinascita, ci si accorge che ogni pensiero futile crolla di fronte all’evidenza di uno scenario intriso di mille sentimenti. E valori. Sarebbe impossibile non scrivere, non raccontare ancora di questa terra coraggiosa e particolare, soprattutto nel segno dell’incontro, grato ed emozionante, con chi è sopravvissuto a quel 24 agosto 2016.

Sei mesi dopo il racconto non può non nutrirsi degli spaccati di rinascita che si intravedono in una giornata sfacciatamente limpida, in cui l’azzurro esalta il disegno dei monti e sembra immergersi nel verde che spunta tra la coltre bianca che tarda a sciogliersi. «Non è stato mica l’inverno peggiore, sa….», mi confida una signora che attende di parlare con il sindaco Sergio Pirozzi, ormai volto mediatico d’Italia, in quei metri sacrificati dove il Centro operativo comunale rappresenta per tanti cittadini il punto di riferimento (quasi) quotidiano in cui concentrare il futuro del bene primario: la casa. Vogliono tornare qui, mi dicono, gli amatriciani: a San Benedetto del Tronto l’accoglienza è calorosa, ma il sogno, ora, è quello di abitare quei nuovi fabbricati gialli in cui ruspe e operai si danno da fare, per vincere i tempi in nome della dignità. Protezione civile, Vigili del Fuoco, Esercito, Guardia di Finanza, Polizia, Croce Rossa: il borgo è fantasma, cimitero a cielo aperto di lutti, lacrime e preghiere, eppure il via vai dei mezzi evoca ricostruzione, prospettive, avvenire.

Accompagnata dall’amico giornalista David Fabrizi, responsabile della testata Frontiera, scatto foto alla “famosa” scuola in legno realizzata grazie al sostegno del Trentino, sbircio il cantiere in cui, su vetrate che guardano fiduciose la montagna, sorgerà un moderno polo gastronomico con le eccellenze locali, osservo il bar Rinascimento che ha riaperto i battenti, proprio all’inizio del paese, a pochi metri da quelle macerie che tutti abbiamo imparato a riconoscere. Abbraccio don Savino D’Amelio, un parroco a cui ci si affeziona facilmente, che abbiamo visto piangere in tv dopo l’ultimo crollo di Sant’Agostino, chiesa simbolo di questo angolo laziale che, pur ferita, continua a rappresentare un baluardo di fede per le famiglie del posto. Sorride, mentre mostra il piccolo ma confortevole container allestito nel centro «Don Minozzi», oggi divenuto “quartier generale” e polo logistico di Amatrice. «Ci sarà un posto letto anche per il nostro vescovo», mi racconta, mentre con la spugna si dà da fare per pulire. Instancabile. Come instancabile e costantemente accanto ai terremotati nella vita quotidiana come nelle iniziative benefiche è monsignor Domenico Pompili, dinamico Pastore di una diocesi che sta sopportando una prova imprevedibilmente dura, faticosa, ma capace di rendere padri, madri, anziani e bambini più uniti.

Sei mesi dopo, in questo diario da cronista nel giorno di un triste anniversario, il confine tra la morte, che ha segnato per sempre questa fetta d’Italia, e la vita, di chi miracolosamente si è salvato dallo scempio del sisma, lo tracciano un libro e due volti. Il primo, intitolato «Gocce di memoria» e distillato di piccole ma preziose biografie, intitolato a coloro che tra quelle mura crollate non ce l’hanno fatta. I secondi, che appartengono a due religiose che definire speciali è poco. «I nomi scritti in questo testo non sono una lista, né una lapide, ma una memoria. Ciascuno rievoca un mondo di affetti, di relazioni, di contatti che sono stati interrotti nella notte del 24 agosto. Interrotti bruscamente, ma non distrutti, perché non c’è nulla di più tenace dell’amore che mai cede alla smemoratezza. Ricordare i morti, peraltro, è l’azione più gratuita al mondo».

Così, nella frazione di Torrita, dallo stesso vescovo Pompili è stato descritta quest’opera, curata con sconfinata e paziente accortezza dalla giovane Sabrina Vecchi, alla quale l’Ufficio per le comunicazioni sociali della diocesi reatina ha affidato l’incarico di ricostruire le storie delle vittime del terremoto. «Le abbiamo chiamate “Gocce di memoria”, facendo il verso a una canzone dei nostri tempi, ma sono più che gocce – spiega don Domenico –, sono la terraferma di una lenta e invisibile ricostruzione dei cuori, operazione delicata e ineludibile se si vuole contrastare lo spopolamento di Accumoli e Amatrice. Ripartire dai nomi dei bambini e dei nonni, delle mamme e dei papà è doloroso, ma indispensabile. Farlo insieme significa ritrovare il legame sottile che compone una comunità. Lungi dall’essere la semplice somma degli individui, essa è piuttosto il ramo a cui tutti siamo appesi. La memoria non è mai inerte né solo nostalgica, ma si trasforma in consapevolezza quando spinge ad affrontare il presente, ancora prima del futuro». Il lavoro di ricostruzione è durato circa due mesi, grazie all’aiuto di tante persone, nonchè dei social network, luoghi sempre più “abitati” dai ricordi, che hanno svolto un ruolo fondamentale in questa ricerca così delicata che adesso, e per sempre, costituisce la pietra viva di una testimonianza incancellabile.

Suor Giuseppina Pugliese

Sei mesi dopo, e a ricongiungere il passato con il presente ci pensano gli sguardi dei ragazzini che sono rimasti a vivere qui. Tirano calci ad un pallone, scherzano tra loro, accanto al Centro di comunità Sant’Agostino che funge da nuovo punto di aggregazione. Solo in un secondo momento scopro che due di loro, tra quelle scosse micidiali, hanno perso almeno metà della famiglia, e i loro sorrisi timidi mi sembrano il dono più bello che si mescola al colore del sole di una primavera che, prima o poi, deve arrivare. È qui che incrocio suor Giuseppina Pugliese, mentre esce da quel box che è diventata la sua attuale casa. Non ci si accorge immediatamente della cicatrice che le attraversa la tempia e il respiro per un attimo si ferma: lei è una delle tre religiose risparmiate dal disastro. Il suo viso è comparso poco negli schermi digitali, ma a parlare di questa donna nativa del Molise è stato il volto insanguinato della trentaduenne suor Mariana: fu la giovane consorella albanese (ora ospitata a Roma per motivi di studio), infatti, a chiamare tempestivamente i soccorsi e a far sì che suor Giuseppina fosse liberata da polvere e detriti. «Sono rimasta intrappolata per tre lunghe ore – ricorda –, in uno spazio vitale così ristretto da non poter muovere neppure minimamente le gambe. Ho provato a divincolarmi, e sulle braccia porto ancora i segni di quei momenti terribili. Ho pregato Dio, ho atteso, ma ho avuto paura. Paura di morire». Gli occhi vivaci della piccola suora scrutano ogni dettaglio: lei non sarebbe più ritornata tra queste montagne dove il terrore si è manifestato e non cessa di riaffacciarsi, ma la Provvidenza, che sana il male con il bene, l’ha riportata qui, per alleviare le sofferenze di questa gente che, in un istante, ha perso un mondo.

A poche centinaia di metri, incontro la seconda delle religiose che scandisce di meraviglia la visita in questo epicentro di strazio e forza di volontà. Suor Maria Salvatore mi è seduta di fronte, nella gigantesca tenda adibita, da mesi, a mensa comunitaria. Qui ci si ritrova ogni giorno per condividere un piatto di pasta al pomodoro e una pagina dell’esistenza da riscrivere. Volontari e cittadini, insieme per fissare i mattoni del domani. Parliamo e in quel viso dai lineamenti dolci viene naturale scorgere più sentimenti, dal timore di riannodare i flash di quell’alba maledetta alla necessità, adesso, di farsi interpreti coraggiosi di un destino incerto ma benedetto.

Suor Maria mentre ripercorre i ricordi di quelle terribili ore

Suor Maria è un’altra miracolata. Quando la superiora del loro istituto religioso Ancelle del Signore tornò dal Sud America, dove si trovava nei giorni del sisma, rimase quasi incredula, ripensando alle parole rivelatrici che una donna di profonda devozione gli rivelò oltreoceano: «Madre, torni a casa. C’è stato un terremoto spaventoso nel cuore dell’Italia, ma un angelo ha protetto una delle vostre suore….». E così è stato. La religiosa era convinta, in un primo momento, che si trattasse di suor Giuseppina che, nonostante i traumi, era stata tratta in salvo. Ma è quando vide suor Maria che capì. «Io mi sono ritrovata totalmente illesa – confida la religiosa che in questa fase si occupa dello smaltimento delle risorse Caritas al «Don Minozzi» –, e ancora adesso, se chiudo gli occhi, non mi capacito di come sia riuscita a non riportare nessun graffio: accanto a me, quel materasso contorto su se stesso e il letto ribaltato bastarono a spiegarmi la gravità di quanto era accaduto. Non sarei rivenuta ad Amatrice, ma chissà quali opere ha in mente per noi il Padre? Essere qui per me significa accompagnare queste persone nella riconquista della loro serenità. Poco fa dialogavo con una signora, malata di tumore: non riesce a darsi pace, perchè lei è ancora in vita, mentre la sorella è mancata per via dei crolli. C’è tanto da fare, c’è amore da offrire, e forse se non sono morta è perchè la mia esistenza venga messa a servizio del prossimo, portando assieme una Croce pesante». Il saluto con lei è tutto in un abbraccio, affettuoso e commosso, con la promessa di rivederci presto «Anche solo per fare due chiacchiere», sorride.

Le due religiose ad Amatrice

Sei mesi dopo, osservando quelle pareti sventrate da cui sbucano scene di normalità domestica o ammassi di fango che hanno inghiottito quaderni, zaini, rosari o lavatrici, impietrita di fronte all’anta di un armadio da cui pendono abiti ancora intatti, quel calvario appare davvero penoso. Nel silenzio assordante non si percepiscono profumi particolari. Eppure, anche ad Amatrice «la morte odora di resurrezione», come scriveva Eugenio Montale, perchè per qualsiasi fine, di anime e case, è pronto un altro inizio.

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