La terra continua a tremare, mettendo a dura prova la resistenza psicologica degli abitanti ma non permettendo che si incrini il dialogo tra le Chiese locali e i vertici dello Stato sul delicato binomio sisma e ricostruzione.

Mentre riaffiorano il timore (ormai persistente) e l’allerta dopo le ultime scosse di magnitudo 4 registrate poco prima dell’alba, ieri, 3 febbraio, i vescovi (o in alcuni casi i loro vicari) di Marche, Lazio, Abruzzo e Umbria – affiancati dai tecnici e consulenti di Curia addetti -, su invito del commissario straordinario del Governo per la ricostruzione, Vasco Errani, hanno tenuto a Macerata un incontro per trovare la giusta sintesi tra la macchina della burocrazia e le esigenze dettate dai tempi. Per comprendere, soprattutto, quale direzione seguire in questo delicato frangente, in cui termini come «vincoli paesaggistici», «pubblica incolumità» e «tutela dei beni culturali» assumono una valenza prioritaria, da interpretare con attenzione e professionalità.

Puntellamenti e messa in sicurezza: il primo step.

Diversi i temi affrontati nel pomeriggio presso la Sala rossa della Domus San Giuliano, alla presenza del capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio, e del segretario generale del Ministero per i Beni e le Attività culturali, Antonia Recchia Pasqua, coadiuvata da Paolo Iannelli, soprintendente speciale per le aree terremotate. Sul tavolo, le urgenti questioni della prima fase, relative ai puntellamenti e alla messa in sicurezza dei beni lesionati dal sisma. Quindi, uno sguardo più a lungo termine sulle procedure necessarie per dare concretezza ad una ricostruzione sinergica, sulla scia del confronto avviato presso la Conferenza episcopale italiana l’8 novembre 2016.

Il commissario per la ricostruzione, Vasco Errani, al suo arrivo a Macerata con l’arcivescovo Francesco Giovanni Brugnaro
La riunione dei vescovi e dei tecnici in Cei svoltasi nel novembre scorso, alla presenza dei responsabili del Mibact

Nel dibattito diverse le questioni affrontate da parte dei vescovi, corredate da esempi più che tangibili e sintetizzate da una domanda comune: cosa fare e attraverso quali competenze. «Abbiamo definito un percorso di legge e gli abbiamo dato attuazione: l’invito ora è quello di presentare i progetti secondo le procedure», ha esordito Curcio, cui sono seguiti i chiarimenti da parte della responsabile Mibact, che ha fotografato la situazione attuale sul monitoraggio del patrimonio artistico messo in salvo, con «7mila opere recuperate nelle sole Marche», le forze in campo attraverso decine di squadre che operano sul territorio e una media di «500 verifiche a settimana».

Al tavolo, i vertici dello Stato: da sinistra Vasco Errani, Fabrizio Curcio, Antonia Recchia Pasqua e Paolo Iannelli

Un lavoro che tiene conto della «compatibilità culturale» nell’ambito di un meccanismo che segue «la sua logica essenziale», come evidenziato dai rappresentanti del Governo. «Ammontano ad 80mila i beni ecclesiastici custoditi in totale Italia – ha proseguito Recchia – e uno screening assolutamente preciso non esiste. Dopo il terremoto, la «diagnosi» dei danni rilevati richiede accuratezza e non tarda ad arrivare la rassicurazione: «Ci sono e ci saranno senz’altro delle sbavature, delle mancanze: la macchina è complessa, l’obiettivo importante, ma stiamo facendo tutto il possibile per risolvere i problemi».

Il commissario Errani sulla legalità: «Ci giochiamo il futuro di territori sani».

Normativa in tema di edilizia, dunque, libertà di manovra, bisogni delle comunità psicologicamente provate dallo sciame tellurico che non si arresta, disagi nelle sistemazioni dettate dall’emergenza e competenza dei tecnici preposti ai sopralluoghi: questi i punti salienti cui, come sottolineato da Errani, «bisogna fornire risposte trasparenti e sgomberare il campo da ogni ambiguità anche lessicale, cogliendo prima di tutto il valore della legalità, perchè qui ci giochiamo il futuro di questi territori che sono sani e che, nel futuro, con l’arrivo dei finanziamenti, rischierebbero di diventare ammalorati».

Da parte del commissario, inoltre, l’esortazione «a sottoporre le proposte utili, in cui specialmente i giovani diventino interpreti e facilitatori della ricostruzione». «La gente vive in un vortice comunicativo estenuante – prosegue -, in un’epoca dove non c’è una proiezione, ma solo un qui ed ora. Esistono zone in cui pensare di ricostruire richiederà una discussione complessa. Ci sono borghi in cui il catasto non c’è e dovremo inventarci una forma di diritto ed equità per sovrastare gli egoismi in campo. Le risorse ci sono, ma occorre coltivare una cultura comunitaria generando verità, prima che questo “frullatore” di esperienze macini il buono facendo crescere il male».

Tracciando le sue conclusioni, Vasco Errani ha ipotizzato infine «un primo stralcio delle chiese recuperabili tramite il lavoro svolto finora». Sarà fondamentale «valutare interventi definitivi con la speranza di dare un segno di comunità laddove è possibile, ben sapendo che occorrono comunque delle priorità: aiutiamoci in questo, per trovare simboli importanti da riconsegnare alle popolazioni. Mi è chiaro cosa rappresenta per le persone l’edificio di culto, e in una situazione dove la terra continua a tremare anche questi sono segni di serenità».

I vescovi prima dell’incontro svoltosi alla Domus San Giuliano: il confronto è stato intervallato da diversi interventi

Le domande (concrete) dei vescovi del Centro Italia.

Come impedire i piccoli “cortocircuiti” che generano una comunicazione poco efficace? In che modo indirizzare eventuali donazioni da parte di comunità e parrocchie desiderose di riavere presto ristrutturata la propria chiesa? Questi alcuni quesiti rivolti anche alla presenza di monsignor Giuseppe Baturi, sottosegretario della Cei, e di don Valerio Pennasso, direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici della Cei. Dalle diocesi abruzzesi, ferite dal sisma e scosse dalle tragedie delle ultime settimane, intervengono i vescovi Giuseppe Petrocchi e Tommaso Valentinetti.

L’intento è percorrere un cammino fondato sulla chiarezza. Per le Marche, monsignor Stefano Russo, vescovo di Fabriano-Matelica e delegato al coordinamento dell’incontro auspica: «Qualche bene architettonico, anche senza un restauro completo, potrebbe essere recuperato privatamente con un intervento parziale». Inoltre, «si faccia in modo di snellire i passaggi che costituiscono un intoppo per le diocesi che hanno paura di non avere garanzia di un ritorno economico». Un cenno, tra le righe, al sisma che nel 1997 colpì Colfiorito e i territori circostanti, quando «molti interventi furono realizzati con fondi delle comunità assieme a quelli statali. Chissà che questo non possa avvenire anche stavolta».

A destra, il vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili

Si ascolta e si prende la parola nel corso del dibattito, dove tra la disamina dei «soggetti attuatori» e l’appello ai decreti, non viene meno, ovviamente, il rimando all’aspetto umano della vicenda e alle difficoltà che migliaia di famiglie stanno attraversano nella fatica di un inverno terribile. Chiedono pertanto lumi anche monsignor Carlo Bresciani, che guida la diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, così come monsignor Luigi Conti, vescovo di Fermo, con diverse strutture danneggiate. Secondo monsignor Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, «sono tre i tipi di intervento da seguire: messa in sicurezza in senso classico, recupero funzionale e, infine, restauro e ripristino finale».

Monsignor Francesco Giovanni Brugnaro, arcivescovo di Camerino-San Severino Marche, ricorda che «serve tener conto della diversità dei paesi, ciascuno con peculiarità diverse: a me gli sfollati domandano se potranno essere sepolti nei propri paesi d’origine…». Lo slancio a non cedere al disorientamento arriva invece da monsignor Giovanni D’Ercole, che evidenzia «il clima positivo che si è comunque creato a partire da quel 24 agosto e che ci incoraggia a fare proposte». Proposte in cui i compiti «non siano demandati» e che coinvolgano «la gente», aggiunge il vescovo di Ascoli Piceno, parlando di una programmazione capace di rendere «partecipi» le comunità «che non devono scoraggiarsi», ma, piuttosto, «sentirsi stimolate ad impegnarsi nella progettazione: la formula vincente risiede proprio in questa collaborazione reciproca. Lo sappiamo bene: non basta rifare una struttura, bisogna ridare la chiesa ad un popolo».

Monsignor Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, accoglie Errani assieme al segretario generale della Diocesi, don Gianluca Merlini

Quindi, a chiudere il ciclo di botta e risposta, la richiesta di monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, che, notando uno «stile ancora troppo “fluido” nella gestione delle problematiche», sollecita «l’acquisizione di un metodo e di un ritmo scandito da incontri regolari capaci di portare frutto. Se già ai primi di marzo ci fosse l’opportunità di un momento come questo, ci sarebbe d’aiuto per non perdere le fila di un impegno che ci vede interlocutori attivi in un dialogo costante».

Che dalla città dell’illiminato padre Matteo Ricci, allora, emerga un piano esecutivo maggiormente robusto e che, dalle parole ai fatti, il passo al prossimo appuntamento (in una delle località del Centro Italia ancora da definire) sia breve.

(foto Vincenzo Livieri/ LaPresse)
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