C’eravamo lasciati con l’esperienza della relazione umana, che fonda sull’incontro e sull’amicizia le sue basi essenziali. Nel racconto di Antoine de Saint-Exupéry, però, trovano spazio anche temi più “scomodi”, come il dolore e la morte. Da leggere con uno sguardo particolare, per concludere il cerchio…

*Dario Di Giosia

Tutti gli insegnamenti del Piccolo Principe si collocano all’interno di un contesto alquanto drammatico. Il pilota ha avuto un guasto al motore del suo aereo e, seppur è vero che non ha passeggeri a bordo, il deserto del Sahara non è il miglior luogo per il suo atterraggio di fortuna. Ha infatti acqua solo per una settimana e la storia mostrerà che, solo al levar del sole del nono giorno, troverà un pozzo a cui abbeverarsi.

Questo contesto di pericolo tuttavia viene presto dimenticato, per dare spazio alla fantasia dei personaggi e alla irresistibile simpatia del giovane protagonista. Sono giorni ricchi di vicende che riempiono le pagine della favola. Insegnamenti sull’amore e sull’amicizia, sulla fiducia e sul valore dell’incontro. Insegnamenti che vogliono condurre ad un valido modello di vita, attraverso il confronto con tante personalità bizzarre e vite mal riuscite. Ma non è tutto. Non è tutto perché sono evidenti, fin dal dramma del inizio, per seguire poi lungo le pagine del racconto, altri temi all’attenzione dell’autore.

I drammi del distacco, della perdita di una persona cara, la necessità di farne memoria, il bisogno di speranza, di consolazione per il futuro e, quindi, i significati della sofferenza e della morte, sono passi molto ben tracciati. Forse non ci si accorge subito, ma il Principe muore. Muore e tuttavia è ancora vivo. È evidente che l’autore, tra il divertimento e la fantasia delle pagine, ha voluto parlare di un tema impegnativo. E lo ha fatto bene. Oggi troppo spesso ai bambini la morte quasi la si nasconde, lasciando un vuoto nel loro cuore. Quasi per timore che ne abbiamo troppo a soffrire. Senza considerare quanto grave sarà tuttavia quel vuoto di senso e, talvolta, quel senso di colpa per l’abbandono subito, che a loro comunque rimane. La morte risulta un tema difficile da trattare e quindi accantonato.

Forse non ci si accorge subito, ma il Principe muore. Muore e tuttavia è ancora vivo. È evidente che l’autore, tra il divertimento e la fantasia delle pagine, ha voluto parlare di un tema impegnativo. E lo ha fatto bene

La fiaba del Piccolo Principe si presta invece ad una lettura fiduciosa su questi temi, apre alla speranza di una vita oltre la vita dal vago sentore cristiano. Un racconto che può guidare il cuore di piccoli e grandi. Non si parla granché di Dio nelle sue pagine, anche se il narratore-pilota dice di ricordare «la musica della Messa di mezzanotte» di Natale. Ci sono però tutti gli argomenti. A cominciare dalla devota memoria: «Sono già sei anni che il mio amico se ne è andato con la sua pecora e io cerco di descriverlo per non dimenticarlo. È triste dimenticare un amico». Il dispiacere per la perdita di una persona cara diviene allora racconto, scritto, sfogo, messaggio, un modo comunque caro di manifestare il proprio affetto.

Il Principe, dal canto suo, si può dire che è andato “incontro” alla morte. Come affrontando un passaggio inevitabile, si è preparato all’appuntamento con essa. Questo “trovarsi”, però, non avviene perché il giovane disprezza i suoi giorni, ma perché li ama e ne vuole la pienezza. Il racconto manifesta di fatto l’attaccamento alla vita, già quando il Principe si preoccupa per l’incolumità del suo fiore, del suo amore, che rischia di essere mangiato dalla pecora: «I fiori sono deboli. Sono ingenui. Si rassicurano come possono. Si credono terribili con le loro spine…». Fortunatamente alle pecore, che mangiano fiori e spine, si può mettere la museruola. Così l’angoscia del ragazzo svanisce.

Il serpente sarà invece una malattia mortale. Un incontro quasi cortese il loro. Da subito, infatti, questi manifesta al ragazzo il suo potere e la sua disponibilità: «Colui che tocco lo restituisco alla terra da cui è venuto… Potrò aiutarti un giorno se rimpiangerai troppo il tuo pianeta». La morte appare così come un “essere restituiti”, come un “aiuto alla vita” per raggiungere una patria celeste. Perciò, quando giunge il momento, il ragazzo chiede solo: «Sei sicuro di non farmi soffrire troppo tempo?».

Il Principe, dal canto suo, si può dire che è andato “incontro” alla morte. Come affrontando un passaggio inevitabile, si è preparato all’appuntamento con essa. Questo “trovarsi”, però, non avviene perché il giovane disprezza i suoi giorni, ma perché li ama e ne vuole la pienezza

La sofferenza, la paura, l’ignoto, non sono troppo facili da accettare. Per questo, quando anche il narratore-pilota si trova di fronte al serpente mortale, reagisce d’impulso per proteggere e salvare il suo amico: «Pur frugando in tasca per prendere il revolver, mi misi a correre, ma al rumore che feci, il serpente si lasciò scivolare dolcemente nella sabbia». Quanti amici, papà e mamme, parenti, prenderebbero il revolver pur di scampare la morte ai loro cari. Qualche volta si riesce. Altre volte no. La morte appare inevitabile, ed è con questa che il Principe si relaziona delicatamente.

Dispiace, certo! Come potrebbe non dispiacere! Il ragazzo appare molto malato al suo amico: «Arrivai davanti al muro giusto in tempo per ricevere fra le braccia il mio ometto, pallido come la neve». Questi si prende cura di lui e il Principe a sua volta lo consola: «Anche io oggi ritorno a casa…». Quasi a non voler lasciare nessuno senza un messaggio di speranza, il Principe indica il cielo: «Guarderai le stelle, la notte… la mia stella sarà per te una delle stelle». Ha compiuto la sua missione, ha vissuto i giorni che gli erano necessari. Ora torna a casa e, nel distacco, usa parole di conforto: «Quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico».

Quanti amici, papà e mamme, parenti, prenderebbero il revolver pur di scampare la morte ai loro cari. Qualche volta si riesce. Altre volte no. La morte appare inevitabile, ed è con questa che il Principe si relaziona delicatamente…

La favola vuole risparmiare il dolore al lettore, giovane o grande. Non lo scansa però, non lo evita. Parla della sofferenza ma non per crudeltà. Queste pagine, tante pagine, sembrano voler rispondere ad un bisogno che comunque la vita impone. Ed è un bisogno di umanità forte nei momenti forti. Il Piccolo Principe parla della morte come di qualcosa di apparente: «Sembrerà che io mi senta male… sembrerà un po’ che io muoia… sembrerò morto e non sarà vero». Parla anche del corpo e del suo destino: «È troppo lontano. Non posso portare appresso il mio corpo. È un corpo pesante… Ma sarà come una vecchia scorza abbandonata. Non sono tristi le vecchie scorze…».

Morso dal serpente, il ragazzo muore: «Cadde dolcemente, come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia». L’amico-pilota lo ha accompagnato fino all’ultimo passo. Grande esempio di dedizione e di vicinanza sempre possibile. Grande la speranza che riceve e che lascia anche al lettore: «So che è ritornato al suo pianeta, perché al levar del giorno, non ho ritrovato il suo corpo».

Come in una nuova pasqua di resurrezione, il Principe è vivo, e forse sarà possibile incontrarlo ancora. Il racconto, è vero, non ha un tono espressamente cristiano. C’è spazio anche per una lettura semplicemente animista dell’immortalità dell’anima, oppure per la trasmigrazione induista, o per la via al Paradiso di altre religioni come l’islam o l’ebraismo. Va bene così. C’è vita e c’è speranza. C’è umanità e c’è rispetto. C’è soprattutto attenzione a tutti, ai bambini e ai grandi, perché la morte è difficile per ciascuno. Un messaggio aperto alla fiducia valica i muri per giungere all’essenziale. C’è perciò anche la possibilità di incontrarlo ancora. Così l’autore, rivolgendosi a tutti, conclude: «Scrivetemi subito che è ritornato…».

*Congregazione della Passione di Gesù Cristo

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