Il ruolo della comunicazione nella contemporaneità, la natura interattiva, economica e finanziaria dei social network, la dimensione pubblica della Rete, le strategie di marketing applicate sui minori, il fenomeno della «pedofilia culturale», sono solo alcune delle complesse tematiche affrontate durante la lectio magistralis dal titolo «Minori e media. Vigilare per educare», svoltasi venerdì 27 gennaio, nella gremita parrocchia Buon Pastore, nel rione Collevario di Macerata, e tenuta da don Fortunato di Noto, fondatore dell’associazione Meter, che da 25 anni contrasta il fenomeno della pedofilia e pedopornografia in Rete (leggi l’intervista rilasciata alla vigilia dell’incontro), nell’ambito dell’undicesimo ciclo di incontri realizzati in sinergia con dieci associazioni: Aiart, Azione cattolica, Age, Acli, Csi, Aimc, Uciim, Movimenti per la Vita e per l’Infanzia, Figli della Luce.

Un momento dell’incontro a Collevario con don Fortunato Di Noto (a destra) accanto al parroco don Gennaro De Filippi (al centro), Lorenzo Lattanzi, responsabile Aiart Marche (a sinistra) e l’avvocato Maria Suma, vice-presidente e co-fondatrice Meter

Educazione e maggiore consapevolezza nell’utilizzo dei social media, ri-conoscere la Rete come opportunità, ma anche come ambiente dai tanti lati oscuri, da parte sia dei minori ed in particolar modo dagli adulti, ci aiuta a salvaguardare i bambini e la loro innocenza e, allo stesso tempo, contrastare tutte quelle forme di devianza e criminalità che hanno saputo approfittare del potenziale di Internet.

In particolare, don Fortunato si è soffermato sull’attuale mutamento socio-comunicativo e fenomeno della pedofilia, che sta prendendo sempre più piede nel deep web e che rischia di imporsi nella società, come «nuova cultura» e «forma di amore» nei confronti dei bambini.

Un primo piano del sacerdote siciliano durante il suo intervento

Era il 1989 quando, per la prima volta, il sacerdote iniziò ad esplorare la Rete. A don Fortunato, però, risultò subito chiara la forza di Internet, la possibilità di esplorare e comprendere, attraverso la tecnologia, le molteplici facce del mondo, percepite o meno, e ben presto si scontrò con una realtà piuttosto complessa e agghiacciante come quella della pedofilia online.

Da quel momento comprese quale fosse la sua vera «missione»: conoscere, analizzare, denunciare tutto ciò che potesse in qualche modo limitare la serenità, la libertà, i diritti e la natura innocente dei bambini. Negli ultimi anni, infatti, come ha affermato lo stesso religioso, si sono affermate «favelas digitali, periferie esistenziali dove Dio non è presente, ma ciò che emerge sono nuovi scenari, spesso sconosciuti, di schiavitù che vedono protagonisti i bambini, naufraghi nel web».

Il recente report Meter del 2015, mostra come almeno 1 bambino su 5 abbia ricevuto attraverso Facebook o altre chat almeno una proposta a sfondo sessuale, 315 minori su un campione di 1500, ha ammesso di aver ricevuto immagini non adeguate sul proprio dispositivo digitale.

No quindi, ad un uso improvvisato dei social e un no forte e chiaro anche alla «cultura dei toyboys»: i bambini non sono vetrine, non sono merce, la nostra società «puerocentrica», è una realtà fondata sull’immagine e sul baby-marketing, che rischia di intrappolare i nostri figli, attraverso tv e web, con false promesse e percorsi di micro-celebrità che creano solamente realtà distorte e false aspettative.

Il fenomeno dell’«adultizzazione», già denunciato dal sociologo Neil Postman, rischia di alimentarsi ancora di più attraverso i social media e gli adulti sembrano non accorgersi e accettare passivamente questa dicotomia bambino-business e l’evoluzione di quest’ultimo in «mobile-born». Viviamo in una realtà complessa, sociale e virtuale, dialogare e osservare il comportamento non verbale del proprio figlio non basta più.

L’educazione e la media-education sono gli strumenti che possono aiutare a ridurre i pericoli e navigare consapevolmente tra le «onde virtuali»: così, diventa fondamentale conoscere le dinamiche emotive ed identitarie, sviluppare consapevolezza e competenze mediali digitali, riprendere in mano lo strumento della comunicazione e dell’ascolto. Il genitore deve “semplicemente” continuare a svolgere il suo ruolo, essere consapevole del fatto che il principale compito è quello di sostenere i figli, ma da ora interessandosi anche al loro comportamento in Rete.

La giusta domanda da porsi oggi è dunque questa, come suggerisce il sacerdote: «Noi adulti che tipo d’infanzia desideriamo per i nostri bambini?».

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