Una chiesa affollata ancor più del solito ha fatto da cornice alla celebrazione eucaristica domenicale delle ore 11 a Urbisaglia.

L’appuntamento liturgico principale della settimana è infatti stato anche l’occasione per ricordare Silvia Recchi, la religiosa di 63 anni originaria del paese maceratese, morta nei giorni scorsi in Belgio dove sono stati celebrati i funerali e dove aveva scelto di essere sepolta.

Una parabola umana e spirituale conclusasi prematuramente ma che ha raggiunto il suo compimento nella totale donazione di sé.

Al ricordo iniziale del parroco don Marino Mogliani si è aggiunta un’intenzione di preghiera che l’ha riconosciuta «dono per la nostra comunità e per la Chiesa tutta».

Poi, prima del congedo al termine della celebrazione, si sono succeduti all’ambone don Giuseppe Mari, Emma Lulani e Giulio Pantanetti, persone che in modi diversi hanno condiviso con Silvia gli anni della giovinezza rimanendole sempre legate.

don Giuseppe Mari

Don Giuseppe Mari, anch’egli coinvolto nel cammino della Comunità Redemptor Hominis, ne ha ripercorso la vita dagli anni di studio, culminati con le lauree in Scienze Politiche a Macerata e col dottorato in Diritto Canonico, summa cum laude, presso la Pontificia Università Gregoriana, fino al lungo servizio in Cameroun dov’è arrivata a dirigere l’Università cattolica.

Tra i ricordi autobiografici quello di un incontro fortuito alla stazione degli autobus di Macerata negli anni del Liceo, con Silvia che lo invitava ad andare con lei a Porto Recanati invece che tornare subito a Urbisaglia, per partecipare a un incontro in cui parlava don Emilio Grasso, il sacerdote fondatore della Comunità Redemptor Hominis, che lì fece scoccare la scintilla che avrebbe impresso una svolta alla vita di entrambi.

Emma Lulani, quasi coperta dall’ambone

È stata poi la volta di Emma Lulani, lucidissima coi suoi 93 anni, grande testimone a Urbisaglia degli anni del post Concilio, una persona che ha accompagnato generazioni di giovani alla scoperta della fede e dell’impegno civile e politico. Ha ricordato l’incontro con Silvia nel quale questa le confidò: «Emma, sono stata Loreto e ho fatto la mia consacrazione». Lei le rispose:«Meno male, sono contenta, finalmente lo Spirito santo è passato di nuovo a Urbisaglia. E lei mi disse: “Io per due anni tutte le sere ho detto: Signore se ci sei, fatti conoscere”. E così, senza volerlo, quasi per caso ha trovato don Emilio. Ringraziamo il Signore per quello che Silvia ha dato alla Chiesa. Le chiedo solo adesso di ricordarsi dei giovani di oggi».

Giulio Pantanetti

Da ultimo è salito all’ambone Giulio Pantanetti, già sindaco di Urbisaglia, che ha fatto memoria dei fervidi anni di impegno culturale e politico giovanile, tra il ’68 e i primi anni 70. «Molte delle passioni di Silvia nascono in quel periodo e l’hanno accompagnata per tutta la vita. Silvia è stata una giovane impegnata; ha vissuto appieno gli anni in cui in Occidente spirava un vento nuovo, diverso, un periodo in cui si voleva fare in modo che le cose cambiassero, che i diseredati, coloro che non avevano potere e cultura, potessero riscattarsi. Tre furono le passioni di Silvia: la prima, lo studio; poi il teatro inteso non solo come rappresentazione, ma come spazio in cui crescere, conoscere, capire, un teatro di insegnamento. E poi l’insegnamento considerato in senso proprio».

Tra i ricordi personali evocati, il primo incontro a Urbisaglia con don Emilio Grasso che parlò della sua esperienza di scuola di borgata a Roma. «La Lettera a una professoressa di don Milani era uscita da poco e  anche qui da noi cominciammo a discutere sui temi della scuola. Organizzammo così durante le vacanze estive un ciclo di ripetizioni in preparazione degli esami di settembre, che il preside di allora, Guido Forconi, ci permise di svokgere dentro la scuola».

«Poi – prosegue Pantanetti – venne la sua scelta di fede, una scelta che per molti di noi fu difficile da comprendere e che coinvolse anche altri giovani, che aderirono alla comunità Redemptor Hominis portandovi forse qualcosa di ciò che avevano vissuto nel nostro paese. Guardandola adesso, mi sembra di scorgervi degli echi della Lettera a Pipetta di don Milani. Forse Silvia avvertiva ancora una fame e una sete che la politica non riusciva saziare. C’era qualcosa di autentico che lei ha trovato nella pienezza di questa sua scelta religiosa, realizzandosi in essa fino in fondo. E credo che in questa sua scelta abbia portato qualcosa di quelle tensioni ideali che aveva vissuto negli anni giovanili. Grazie Silvia».

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