Cinque mesi scanditi da sentimenti contrastanti, tra speranza e sconforto, e da un’unica, ormai radicata consapevolezza: il terremoto “appartiene” a questa terra e la natura non potrà che seguire il suo corso, pronunciandosi ancora con quei movimenti improvvisi e imprevedibili, che sembrano incollarsi alla pelle e che, ogni volta, portano con sè angoscia ma altrettanta determinazione a reagire. Cinque mesi in cui l’allarmismo, costante, deve necessariamente cedere il passo alla ragionevolezza su cui fondare la prevenzione prima e la ricostruzione poi. Cinque mesi di sopportazione e allenamento alla resilienza per capire che questo sisma “bianco” non può più essere declinato come una calamità cui assistere passivamente, bensì come un fenomeno ambientale con cui il paesaggio dell’Appennino man mano si va ridisegnando.

Le Marche rappresentano un pezzo dell’Italia ferita nel suo midollo geologico. Una parte di quel Centro così simile per caratteristiche telluriche, eppure diversissimo nelle sue usanze. Il sisma che, dal 24 agosto 2016, non cessa di minare l’ordinarietà della gente che abita comuni, borghi e frazioni di questa regione e la prima considerazione di un bilancio reso ancora più disastroso da questo inverno carico di neve e immensi disagi è che sono gli animi, prima ancora che le case, a pagare il prezzo più alto di questo tormento “infinito”. Inizia così un piccolo viaggio per cercare di fotografare le criticità e le prospettive che convivono qui, dove, nonostante i pesanti danni che anche il patrimonio architettonico religioso si trova a dover calcolare, nonostante le chiese chiuse simbolo di una comunità ferita ma non divisa, le tradizioni e, soprattutto, la fede fatta di devozione autentica possono e potranno fare la differenza.

(foto Vincenzo Varagona)

Neve e terremoto: una popolazione provata. Dopo aver assistito ai drammatici eventi che hanno colpito l’Abruzzo in queste settimane, piangendo le vittime – quattro i marchigiani – che hanno perso la vita nella tragedia di Rigopiano, tra maltempo e le ultime, forti scosse registrate il 18 gennaio, i marchigiani ora con il più insidioso dei “mostri”: lo stress post sisma. A fare il punto dopo i giorni dell’emergenza che ha interessato parecchie delle aree marchigiane, dall’Ascolano al Maceratese (dove i comuni di Sarnano e Bolognola, solo per citarne alcuni, sono state letteralmente sommersi da centimetri e centimetri di coltre bianca), in cui a rendere ancora più complesso il quadro è stato l’isolamento di intere zone non raggiungibili dai mezzi di soccorso, è l’assessore regionale alla Protezione civile, Angelo Sciapichetti. «La popolazione marchigiana è decisamente stremata sia dal punto di vista emotivo che economico. Mercoledì della scorsa settimana, in un solo giorno, ci sono state quattro scosse di grande intensità e una precipitazione nevosa come non si avvertiva in quelle zone del 1956: in alcuni Comuni i cumuli di neve hanno superato i tre metri. A ciò – prosegue Sciapichetti – va ad aggiungersi il grave fatto che, in molte abitazioni, c’è stata l’interruzione dell’energia elettrica. Sono oltre 50mila le scosse di terremoto che si sono susseguite fino ad oggi e già solo a partire da questo dato ci si può render conto della situazione che stanno vivendo oltre 30mila marchigiani».

Angelo Sciapichetti

Il sistema della Protezione civile e la solidarietà espressa da parte di tutte le regioni italiane con l’invio di mezzo meccanici e uomini, spiega l’assessore, «hanno cercato di far fronte nel miglior modo possibile alle numerose problematiche che si sono via via generate». Nelle Marche risultano attualmente 25mila i cittadini sfollati – tra cui coloro che, più per coscienza che per eroismo, hanno scelto di rimanere a vivere nelle roulotte pur di non abbandonare terreni e animali – ma a fronte di una panoramica così preoccupante non va certamente sottovalutato il “volto” prodigo che si è manifestato in questi medi difficili: «abbiamo visto all’opera l’Italia migliore – conclude il responsabile istituzionale -, costituita da tanti volontari e da tanta generosità, che in questo momento rappresenta il bene più prezioso che dobbiamo salvaguardare».

I sindaci “social”, tra tensioni e ottimismo. Mentre non mancano, quasi quotidianamente gli slanci verso iniziative mirate a raccontare il dramma che il Centro Italia sta affrontando, oltre alle manifestazioni pubbliche (l’ultima, quella svoltasi a Roma il 25 gennaio) per ribadire la necessità di interventi più tempestivi in termini di tutela del territorio e di maggiore agilità nelle procedure burocratiche sul fronte edilizio, sono i social network a “misurare” in tempo reale gli stati d’animo e le intenzioni delle popolazioni terremotate. In prima linea i sindaci, che, oltre che ai media, affidano a post, foto e video messaggi in grado di delineare limiti o risultati. Lo fa il Primo cittadino di Ascoli Piceno, Guido Castelli, che nel suo profilo Facebook – oltre agli aggiornamenti sulla sicurezza delle scuole – ha costantemente aggiornato gli abitanti (specialmente le frazioni, come Colonna o Collina, per citare alcuni esempi) nei giorni più critici in cui le perturbazioni non hanno dato tregua. «I nostri operatori sono sfiniti – si legge – ma non non cediamo un metro. I soccorsi intanto hanno portato viveri e conforto ai quattro residenti tuttora intrappolati dalla neve. Quando finirà questo incubo scriveremo la storia di quello che è successo in queste giornate infernali. E sarà una storia di grandi sacrifici assolti con scrupolo».

Con la medesima forza si esprime anche il sindaco di Camerino, una delle città più danneggiate dal sisma, in cui l’Università guidata dal rettore Flavio Corradini ha immediatamente dimostrato di non voler cedere al disorientamento, organizzando lezioni e sistemando gli studenti privati di aule e case. Scrive infatti Gianluca Pasqui, che ha più volte richiamato le autorità governative a prestare attenzione alle difficoltà del centro camerte: «Lavoriamo sodo e lavoriamo ogni giorno per tornare alla normalità. Quotidianamente mi assumo la responsabilità di tutti i Vigili del Fuoco che stanno effettuando puntellamenti, messe in sicurezza e sopralluoghi nel centro storico, così come la responsabilità dei tecnici che verificano gli edifici inagibili e delle persone che effettuano il recupero dei beni. Va bene che i sindaci hanno le spalle grosse e sono abituati a sostenere il peso di chi gioca alla scaricabarile, ma alla luce delle affermazioni della Commissione Grandi Rischi pretendo di sapere dal Governo come devo comportarmi e cosa devo fare a tutela dei miei concittadini e di tutte quelle persone che sono impegnate in questi giorni di emergenza nelle zone più a rischio della mia città».

Tensioni e ottimismo si alternano, dunque, in più di uno dei Comuni non risparmiati dai crolli, e a lanciare un segnale di incoraggiamento è il sindaco di Visso, Giuliano Pazzaglini, che assieme a Marco Rinaldi e Mauro Falcucci, Primi cittadini di Ussita e Castelsantangelo sul Nera (l’area dell’Alto Maceratese più interessata dal dramma, oltre a Pievebovigliana e Pieve Torina), non intende arrendersi sebbene la fatica di iniziare una concreta ricostruzione sia più che evidente. «Non diciamo più che non viene fatto nulla, è irrispettoso nei confronti dei tanti che invece stanno facendo, compresi tantissimi perfetti sconosciuti che ci stanno sostenendo in tutti i modi» evidenzia Pazzaglini. Ci sono delle «assenze», è inequivocabile afferma il sindaco maceratese ma ci tiene a sottolineare che comunque «si sta facendo molto perché da tutte, o quasi, le regioni italiane sono migliaia oramai le persone che ci hanno aiutato e stanno continuando a farlo».

Il lavoro, una sicurezza per i pendolari ospitati negli hotel “risarciti”. La vicinanza espressa in più circostanze dai sindaci ma anche da parroci e vescovi dell’intera Conferenza episcopale marchigiana va anche a quanti, pur nel disagio di una familiarità “disgregata” a causa dei trasferimenti e dell’abbandono di abitazioni inagibili, si sono trovati costretti a lasciare l’entroterra delle montagne per trovare rifugio nelle strutture alberghiere e nei camping di Porto San Giorgio, Grottammare, Porto Sant’Elpidio e Porto Recanati (oltre a quelli in Abruzzo) messi a disposizione degli sfollati.

Decine i lavoratori che, ogni mattina, non si lasciano spaventare dalle ore di strada da percorrere pur di non perdere il proprio posto di lavoro. Accade agli stabilimenti di Acqua Nerea, così come ai salumifici che rendono tipica la produzione marchigiana. Intanto, replicando alle ultime indiscrezioni circolate circolate, l’assessore regionale al TurismoMoreno Pieroni chiarisce che circa il 50 per cento delle somme dovute alle strutture ricettive che hanno accolto i terremotati «è stata già liquidata dall’ente» (leggi Qui il servizio).

Gli allevamenti: come salvare il patrimonio animale? Questo, infatti, è il capitolo più spinoso in cui si sono messi in luce rovinosi ritardi e incongruenze logistiche che hanno portato, purtroppo, alla morte di diversi capi di bestiame per via delle basse temperature che continuano a tormentare le Marche. Molti gli allevatori – sia nelle zone maceratesi, come a Monte San Martino, che nei paesi dell’area del Fermano, tra cui Amandola – che con il sisma si sono visti crollare le strutture destinate agli animali. Ossia, quel patrimonio che per molte famiglie costituisce una primaria fonte di reddito e che non hanno potuto mettere in salvo prima dell’arrivo del grande freddo.

Il mancato arrivo dei moduli promessi da adibire a stalle ha provocato non poche polemiche e il ricovero del bestiame è così diventato terreno di scontro tra la Coldiretti e la Regione Marche. L’associazione di rappresentanza, difatti, denuncia che solo due stalle mobili su 370 sono completate (0,5%) e mancano all’appello circa 150 moduli fienili per il foraggio per gli animali. La Regione, a sua volta, per voce dell’assessore all’Agricoltura Anna Casini assicura che gli allevatori saranno risarciti per i capi deceduti per la neve. «Siamo abituati – dice – a prenderci le nostre responsabilità. Il nostro errore è stato fidarci della Coldiretti che doveva supportare gli allevatori che potevano farsi la stalla da soli sin dal 5 dicembre». Pronta la risposta della controparte: «Il tentativo di scaricabarile sarebbe ridicolo se non ci fossero di mezzo 200 animali morti e altri 6.000 al gelo, assieme a centinaia di allevatori per colpa dell’incapacità della Regione Marche di garantire l’arrivo delle stalle mobili».

Una querelle dai toni velenosi, dunque, dove a fare le spese peggiori sono le campagne. In tutte le regioni colpite dal sisma, infatti, dalle prime scosse sono state montate solo 77 delle 635 stalle mobili previste, appena il 12%, con la percentuale di realizzazione che pero’ scende addirittura nelle Marche allo 0,5% delle strutture completate. Un ritardo «inaccettabile» tuona Coldiretti, e un bilancio terrificante «che ha fatto salire a più di mille il conto degli animali morti, feriti e abortiti nelle zone terremotate, con gli allevatori che non sanno ancora dove ricoverare mucche, maiali e pecore, costretti al freddo, con il rischio di ammalarsi e morire, o nelle strutture pericolanti che stanno cedendo sotto il peso della neve e delle nuove scosse, mentre si è dimezzata la produzione di latte».

(foto Vincenzo Varagona)

L’incognita del turismo verso un’estate incerta. A preoccupare, non poco, tutti gli attori sociali del territorio marchigiano è anche l’ambito turistico. Per quanto riguarda infatti i paesi compresi nel cratere sismico, infatti, le perdite a livello di turismo, sia straniero che italiano, nello scorso anno sono state del 90% ad ottobre, dell’80% a novembre e del 70% a dicembre. Un trend che preoccupa non poco, in vista della bella stagione. Secondo statistiche più precise, nel mese di ottobre gli arrivi di visitatori stranieri sono diminuiti del 36% rispetto allo stesso mese del 2015, con una perdita netta per le strutture ricettive di 15 milioni di euro. I turisti provenienti dall’estero sono passati da 115 mila a 74 mila, mentre la spesa è scesa da 34 a 19 milioni di euro e i pernottamenti da 605 mila a 224 mila. È in queste cifre il primo effetto “calcolabile” del sisma del 24 agosto, prima dunque delle forti scosse del 26 e 30 ottobre, che ha invertito drammaticamente un mercato fino a quel momento in ottima tendenza. Nei primi otto mesi del 2016, difatti, i viaggiatori stranieri nelle Marche erano saliti a quota 945 mila, quasi il doppio dell’anno precedente (546 mila), miglior risultato degli ultimi cinque anni. Per le Marche, una méta scoperta relativamente tardi da inglesi, tedeschi, olandesi e americani, dove il connubio città d’arte, paesaggio, buon cibo si è ormai affermato come un brand riconoscibile nel mondo, non può che trattarsi di un colpo micidiale. Con seri rischi per il 2017 appena iniziato, con l’avvio di una massiccia campagna promozionale sulle reti Rai e i 3,5 milioni di euro dei Fondi europei 2018-2019 che verranno impegnati per la comunicazione turistica.

Ad incarnare l’emblema di un’ansia diffusa e più che comprensibile è Maccario Aureli, titolare di un agriturismo con azienda agricola biologica a Valfornace, nel cuore del Parco dei Sibillini. titolari degli agriturismi di Valfornace, nel cuore del Parco dei Sibillini. «I miei clienti sono per lo più inglesi’ – racconta -, vengono qui in cerca di relax: chissà se ora torneranno… Dopo la “botta” di agosto le prenotazioni erano riprese, per il ponte di Ognissanti c’era il tutto esaurito, poi solo disdette. Non sappiamo quando potremo ripartire. Al momento è tutto fermo: niente casette in paese, e io non posso neppure riparare i danni a mie spese». Dimezzato anche il reddito legato alla vendita diretta, quella di «ciauscolo, carne bovina, lenticchie e ceci che coltiviamo nei nostri 120 ettari bio», l’altra gamba del turismo “acchiappa stranieri”, legata ai sapori del viaggio in Italia», afferma Aureli. E benché il sisma abbia graziato tanti gioielli del Grand Tour nelle Marche, tra cui il Palazzo ducale di Urbino, la paura della terra che non smette di tremare scoraggia i visitatori anche lì.

Rendendo il domani di questa regione pieno di fiduciosa attesa, ma anche di crescenti incognite.

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