«La Corte giudica che la relazione tra i ricorrenti e il bambino non rientra nell’ambito della vita familiare»: è quanto afferma la sentenza di Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo, emessa ieri, martedì 24 gennaio, in relazione al caso «Paradiso-Campanelli contro Italia».

Il caso, si ricorderà, riguarda una coppia italiana residente nella provincia di Campobasso, recatasi in Russia nel 2011: attraverso una società privata, la coppia sposata aveva ottenuto da una “madre surrogata” un bambino, che non ha alcun legame biologico con la coppia stessa. Secondo la legge russa, la coppia ha potuto registrare il bambino come proprio figlio, ma al rientro in Italia, il tribunale si è rifiutato di registrare il bambino come figlio della coppia e, dopo avere appurato che non esisteva alcun legame biologico, aveva disposto che il bambino venisse sottratto alla cura dei ricorrenti (in quel momento il bambino aveva circa otto mesi), affidandolo poi in adozione a un’altra famiglia.

La sentenza appena pronunciata ribalta una sentenza precedente della Corte, del gennaio 2015: essa affermava che la sottrazione del bambino alla prima coppia aveva violato l’art. 8 della Convenzione sui diritti dell’uomo (diritto alla vita privata e familiare), non tenendo conto dell’interesse superiore del bambino. Il nuovo pronunciamento afferma invece che la magistratura italiana aveva agito proprio nel superiore interesse del bambino, ponendo inoltre, di fatto, un freno alla pratica della maternità surrogata.

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