Femminicidio e male senza senso: manca il senso di colpa

La mancanza di sensi di colpa connota i comportamenti più antisociali: lo stupro, il vandalismo fine a se stesso, l’abuso di bimbi indifesi, la crudeltà e il male senza senso, il bullismo e la violenza fra pari, il femminicidio

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Ha ragione Massimo Recalcati. Senza un recupero del “senso di colpa” (già, proprio di quel senso di colpa, tanto vituperato e poi seppellito, negli ultimi decenni, con esasperato accanimento, dall’esaltazione narcisistica dell’autogiustificazione, dell’indulgenza estrema con se stessi, dell’autoassoluzione senza se e senza ma e della deresponsabilizzazione dei comportamenti), ebbene senza il senso di colpa non c’è “legge” che possa iscriversi nel cuore dell’uomo, non c’è argine all’oltraggio e non c’è contenimento all’attitudine predatoria nei rapporti umani. È proprio l’assenza del senso di colpa che colpisce nella sciagurata vicenda di Pontelangorino, minuscola frazione, dove tutti si conoscono e dove tutti sono stati puntualmente sorpresi dal comportamento dei due sedicenni che hanno ucciso a colpi di ascia (a colpi di ascia nel sonno!) i genitori di uno dei due, sfregiando senza pietà uno dei comandamenti più belli, “onora tuo padre e tua madre” perché sarai felice, espressione della gratitudine per la vita e patto fecondo tra le generazioni perché la vita stessa abbia futuro.

Come è possibile premeditare un piano così efferato senza provare una morsa al cuore, senza potersi dire “ma che sto pensando”? Come è possibile uccidere così crudelmente e poi giocare tranquillamente alla play station, come se loro stessi fossero intrappolati in un surreale videogioco dell’orrore?

La mancanza di sensi di colpa connota i comportamenti più antisociali: lo stupro, il vandalismo fine a se stesso, l’abuso di bimbi indifesi, la crudeltà e il male senza senso, il bullismo e la violenza fra pari, il femminicidio. Tornano alla mente molte altre vicende, come quella di “don” Pippo (siciliano, mite ottantenne perseguitato, torturato e ucciso da bulli privi, a detta dei magistrati, di codice etico, così, solo per gioco) oppure come quella di Foffo e Varano e la loro trappola mortale per un 23enne, ucciso per vedere che effetto fa, solo per citarne alcune. È la mancanza di senso di colpa che consente a troppi pirati della strada di travolgere le vittime e fuggire, senza fermarsi, senza tentare un soccorso e infischiandosene delle conseguenze. Ma la tragedia di Pontelangorino evidenzia altri fenomeni inquietanti.

Il primo è senz’altro l’insopportabilità del limite e l’incapacità di tollerare la frustrazione e il malessere per questa generazione di adolescenti: la violenza, efferata e crudele, esplode difronte ad ostacoli anche ragionevoli, persino minimi, posti dai genitori. Torna alla memoria il recente caso di quella ragazza diciassettenne che in un piccolo paese, dove pure tutti si conoscevano, Melito Porto Salvo in provincia di Reggio Calabria, ha ucciso la madre, infermiera, che le voleva proibire il telefonino visto i cattivi risultati scolastici. Analogie inquietanti tra Pontelangorino e Melito. Sembra quasi che se, da un lato, abbiamo adolescenti e ragazzini che si oppongono a limiti persino minimali e che non sopportano la più piccola frustrazione, dall’altro emergono figure genitoriali e adulte sempre più sbiadite ed inconsistenti, generando una sostanziale desertificazione delle relazioni intergenerazionali.

Ma tutto questo avviene su uno sfondo caratterizzato dal trionfo narcisistico, che confonde i bisogni di io ipertrofici e i loro desideri con la realtà: la soddisfazione di noi stessi è la misura che regola gran parte del nostro agire. È questo il mix terribile della vicenda di Pontelangorino: assenza di sensi di colpa, insopportabilità del limite, elefantiasi narcisista dell’io e nessuna regola al desiderio, anche se smisurato e irrealista. Attenzione però: questo mix, che sì, in quella vicenda ha generato un comportamento mostruoso capace di scioccare tutti, è il mix dell’orribile normalità che sembra connotare l’agire di molti di noi: difficile tirarsi fuori, perché Pontelangorino, almeno in parte, siamo tutti noi. Perciò basta con gli stucchevoli predicozzi, le analisi, i moralismi e i tentativi di spiegare: per quanto mostruoso quell’evento è frutto dell’inquietante normalità dell’orribile che giorno dopo giorno inconsapevolmente costruiamo.

Recuperare la responsabilità dell’agire, il senso della giusta colpa, l’importanza del limite e del sacrificio, la distinzione tra desiderio e realtà, il depotenziamento dello stile narcisistico e del bisogno di successo apparente, ebbene tutto questo potrebbe sembrare banale, eppure a mio parere è l’unica strada per restituire l’umano agli abitanti della postmodernità. Pontelangorino è una tragedia che ci interroga tutti proprio perché non è un evento ascrivibile ad una causa eccezionale, ma è il frutto, sia pure mostruoso, di una sorta di orribile normalità abitata da tutti noi.

Tonino Cantelmi

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