Non è un’ora di catechismo, solo per i cattolici, e neppure è rimasta confinata in un angolo, sebbene «all’epoca della firma del nuovo Concordato pochi avrebbero scommesso sulla tenuta di questo insegnamento».

L’ora di religione, pur essendo facoltativa, viene ancora scelta dalla stragrande maggioranza degli studenti, per appartenenza religiosa e non solo: anche non cattolici partecipano alle lezioni.

A osservarlo è la «Quarta indagine nazionale sull’insegnamento della religione cattolica in Italia a trent’anni dalla revisione del Concordato», edita da Elledici con il titolo «Una disciplina alla prova», a cura di Sergio Cicatelli e Guglielmo Malizia. L’indagine, promossa dall’Istituto di sociologia dell’Università salesiana e da alcuni Uffici Cei (Servizio nazionale per l’Irc; Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università; Centro studi per la scuola cattolica) su un campione di circa 20 mila studenti e 3 mila docenti, è stata presentata in questi giorni a Roma.

Scorrendo le pagine emerge «un panorama variegato – come recita la scheda di presentazione – che a seconda del punto di osservazione può suggerire valutazioni negative o rassicuranti». A partire dalla percentuale di studenti che sceglie l’insegnamento: dall’82% al Nord al 98% al Sud, con un calo contenuto negli anni e una media nazionale poco sotto il 90%. I numeri combattono stereotipi e luoghi comuni, e così si rileva che gli insegnanti di religione sono per la stragrande maggioranza laici: il 96% nella scuola statale, il 65,7% in quella cattolica.

I docenti lamentano, tra i punti di debolezza, la «persistente confusione con la catechesi» (46,3% degli intervistati), ma gli studenti hanno le idee ben chiare e in meno dell’1% dei casi fanno la medesima equazione.

Lo studio indaga pure il sapere religioso degli studenti che si avvalgono dell’Irc, con risultati che interrogano il sistema scolastico, muovendo da un «sapere biblico» con «buone conoscenze» – seppur alternate a «lacune talora gravi» – alla necessità di riflettere, dati alla mano, «sulla solidità di alcuni principi teologici». Qui, a una domanda fatta agli studenti su «quale fosse il nucleo centrale della fede cristiana», meno della metà ha dato risposta corretta. Deboli pure le competenze storiche e quelle linguistiche, con il termine «cattolica» applicato alla Chiesa «interpretato spesso come sinonimo di cristiana, mentre solo quote oscillanti tra il 20 e il 45% nei diversi anni di corso sanno che cattolica vuol dire universale».

«Se con il primo Concordato lo scopo dell’insegnamento religioso era la formazione cristiana degli alunni, oggi l’Insegnamento della religione cattolica (Irc) mira alla formazione umana degli studenti, una formazione che non può dirsi completa senza essersi interrogata sulla dimensione religiosa della persona», ha sottolineato il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, presentando l’indagine. «Il Concordato del 1984 – ha precisato – dice espressamente che la cultura religiosa è un “valore” e dunque non può essere trascurata dalla scuola, che ha il fine precipuo di trasmettere e alimentare la cultura in tutte le sue dimensioni».

La confessionalità dell’ora di religione, d’altra parte, trova una «motivazione solida» proprio nell’accordo del 1984, laddove viene ribadito che «i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano». «Non è possibile comprendere la cultura e la società italiane senza riconoscere nella Chiesa un soggetto che ha segnato in maniera decisiva l’identità collettiva dell’intero Paese», ha chiarito il segretario generale della Cei, precisando che questa motivazione non può «essere messa da parte con superficialità e sotto i colpi di un ideologismo tanto cieco quanto arrogante».

Francesco Rossi

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