di Ernesto Diaco*

Il pensiero di Zygmunt Bauman ha costituito una viva fonte di ispirazione anche per il mondo ecclesiale italiano. In particolare, i suoi studi supportarono quella fase di fervida elaborazione culturale che prese le mosse alla fine degli anni Novanta, all’indomani del Convegno ecclesiale di Palermo. Nel 2002, al primo incontro nazionale promosso dalla Cei su cultura e comunicazione, dal titolo “Parabole mediatiche”, sembrò naturale chiedere al sociologo di origine ebraica una riflessione sui grandi scenari del millennio appena iniziato. Il suo “Modernità liquida”, uscito due anni prima, era appena stato tradotto in Italia, i suoi saggi “dentro la globalizzazione” e sulla “solitudine del cittadino globale” erano fra le opere più lette anche nel mondo cattolico.

La Chiesa italiana conosceva in quegli anni un fervore di pensiero e di iniziative. Era stato avviato da poco il “progetto culturale orientato in senso cristiano” e stava prendendo forma il grande investimento nella comunicazione: il canale Sat2000 si era ritagliato uno spazio importante nel panorama dell’emittenza satellitare, oltre duecento radio avevano aderito al circuito InBlu ed era in grande espansione l’attività informatica.

In questo contesto, le parole di Bauman sembrarono provvidenziali. Il suo discorso, riletto oggi, appare un messaggio di sconvolgente attualità. «In un’epoca in cui le autostrade d’informazione attraversano il pianeta – esordì – essere spettatori non è più la condizione eccezionale di poche persone. Ora siamo tutti spettatori». Il suo pensiero andava in primo luogo alle immagini di sofferenza provenienti da tutte le parti del mondo e disponibili all’istante e dovunque. Per questo, proseguiva, «nessuna azione, per quanto confinata localmente e ristretta, può essere certa di non avere conseguenze sul resto dell’umanità, né ogni segmento dell’umanità può limitarsi a se stesso e dipendere totalmente e solo dalle azioni dei suoi membri». L’interconnessione globale richiede una nuova etica basata sulla “responsabilità per l’altro”.

L’assorbimento di immagini cui siamo sottoposti, infatti, non genera automaticamente la comprensione di quanto si è visto e una reazione conseguente. Anzi, «la nostra responsabilità umana non è presa neanche in considerazione e non rovina la festa della reciproca assoluzione. Ciò non significa – proseguiva – che la globalizzazione promuova insensibilità e indifferenza morale». Il problema è un altro: «Ora, diversamente che in passato, il volume della nostra consapevolezza del destino degli altri e la nostra capacità di influenzarlo non coincidono». L’intreccio progressivo di interdipendenze globali non è accompagnato da strumenti effettivi di azione, né individuale né politica: «Nella nostra epoca è emerso uno spazio eticamente vuoto», preda di nuove e sfrenate forze economiche.

Così, se da una parte ci abituiamo all’idea che il nostro itinerario individuale di vita sia l’unico terreno sul quale concentrare un’azione efficace, dall’altra la coscienza non si placa e invoca un’azione collettiva che vada alle radici della miseria umana causata dal nuovo vuoto etico globale. Quando terminerà il male riemerso indenne nel XX secolo? «Tocca agli spettatori – concludeva Bauman – lottare per trasformarsi in attori e rispondere a questa domanda, essere essi stessi la risposta».

(*) direttore dell’Ufficio nazionale Cei per l’educazione, la scuola e l’università

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