In questo Natale “scosso” dai recenti fatti sismici, tra tecnostrutture di fortuna e provvisorie soluzioni con cui celebrare la festa più attesa da grandi e piccini, quando in tutte le comunità della Diocesi, terremotate e non, si cerca di non smarrire la bellezza delle tradizioni e le Sante Messe della Notte e del Giorno ricordano la gioia della nascita del Bambino Gesù, spicca l’originale omelia che il superiore provinciale della Congregazione Passionista padre Dario Di Giosia ha donato ai fedeli della parrocchia Santa Maria della Pietà in questo 25 dicembre così particolare.

fullsizerenderAnche la chiesa conventuale che svetta nel rione Le Grazie, infatti, ha subito danni in seguito al sisma, in particolare dopo la scossa devastante di domenica 30 ottobre: da allora, dichiarata l’inagibilità della struttura, le celebrazioni e le varie funzioni religiose si svolgono nel tendone attiguo, come sta avvenendo per queste festività 2016, e nel salone attiguo al convento.

Di seguito, il testo integrale della riflessione pronunciata dal religioso:

Permettetemi di entrare in questo Natale con una poesia di Leopardi. Sarete abituati a sentirne.  Sediamoci accanto al poeta, lui sul suo caro ermo colle, noi qui sul nostro colle. Sediamoci e osserviamo come i suoi versi sono capaci di farci avvicinare al mistero del Dio-con-noi. I sentimenti di Leopardi sono così esplicativi dello spirito umano che possiamo ritrovarci tutti dentro.

Al poeta non solo è caro il colle e la sua meravigliosa veduta ma anche una siepe “pudica”, «siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». L’ultimo orizzonte ha in sé qualcosa di troppo grande, talvolta insopportabile e spaventoso.

L’orizzonte ultimo, la verità finale, la possibilità estrema, la bellezza più completa e il timore di un confronto schiacciante, di un incontro deludente. La siepe offre al poeta un riparo. Sembra di vedere in queste foglie la foglia di Adamo che copre la sua nudità davanti a Dio (Gn 3,7).

url-2Spaventato, confuso, imbarazzato l’uomo cerca un misericordioso rifugio. Infrattato. Umanità bisognosa di una mediazione che non esclude ma modera; come per offrire una gradualità alla crescita nella stima e nella fiducia, la bellezza di Dio sa attendere il tempo dell’uomo. Non si impone in modo schiacciante. L’uomo, afferma del resto la Scrittura, non può contemplare per intero il Mistero di Dio. Non può vedere il suo volto. Ne morrebbe (Es 33,20). Così lo spirito umano siede nella penombra, desideroso dell’infinito e al contempo bisognoso di riparo.

Da questa posizione favorevole, perciò, si apre al poeta la strada della contemplazione degli «interminati spazi», dei «sovrumani silenzi» e della «profondissima quiete». E benché nascosto, in modo che il suo cuore non provi paura, lo raggiunge un vento carico di significato: «E come il vento odo stormir tra queste piante io quello infinito silenzio e questa voce vo’ comparando: e mi sovvien l’eterno».

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La contemplazione del poeta sembra qui incontrare un’altra immagine biblica molto conosciuta. È l’immagine di Elia e della sua esperienza sul monte Oreb, quando il profeta riconosce la presenza di Dio nel mormorio di un vento leggero (1 Re 19,11-13). Per il profeta l’incontro con Dio non è nel terremoto, né nella tempesta o nel fuoco. L’incontro con Dio è discreto come una brezza leggera che non spaventa ma invita. Dio si manifesta in modo accessibile all’uomo. Non per sconvolgergli la vita, non per distruggerlo. Dio si manifesta nella piccolezza. Si manifesta nel volto di un Bambino, che nel mistero del Natale chiede di essere accolto. Il Signore supera i cieli e, come affacciandosi dall’eternità, bussa al cuore di ognuno. «Venne fra i suoi – ci dice il vangelo di questo giorno – e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 11-12).

Quanta gioia in questo messaggio. È vero, qualcuno non accoglie la presenza di Gesù, qualcuno alza più di una siepe all’eterno. Qualcuno alza un muro a Dio. Ma quanti lo hanno accolto – eccoci, questi siamo noi – quanti lo hanno accolto fanno esperienza di vivere in Lui e con Lui. Grazie Gesù di questo dono, della tua presenza, dolce come un vento leggero!

Segue ancora “l’infinito di Leopardi: «naufragar mi è dolce in questo mare», immensità, in cui dice: «s’annega il pensier mio». Il poeta è vinto da ciò che il vento leggero e il rumore delle foglie hanno sospinto: «l’eterno, e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei». Leopardi contempla l’immensità ma anche la storia e l’attualità: «le morte stagioni e la presente». Nessun fare contemplativo, del filosofo, del poeta o del profeta, può fare a meno di confrontarsi con la storia. Neanche l’incontro con Dio è una favola, o un mito senza radici. La Scrittura così ci istruisce: «Quando venne la pienezza del tempo Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4). Ed è questo fatto ben documentato dal Vangelo, dove dice che la nascita di Gesù avvenne quando: «un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria» (Lc 2, 1-2).

Oltre a questi dati, che confermano la venuta storica di Gesù, c’è anche la verità dell’incontro personale, di ognuno, con Gesù. Anche questo incontro avviene nella storia. C’è un “oggi” della fede, dell’incontro, ed è un incontro che a sua volta crea storia. È un momento che cambia la vita. Rispetto perciò alle «morte stagioni e la presente … e il suon di lei», rispetto al passato, al presente e al futuro, il cristiano non resta indifferente. Egli diviene capace di leggere questa storia come il luogo della presenza non solo dell’umanità ma anche di Dio.

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Vivere pienamente il Natale vuol dire accogliere un nuovo protagonista nella storia, altrimenti senza direzione, dell’uomo. La presenza di Dio, la presenza di Gesù, apre all’orizzonte, altrimenti inutile, dell’infinito, la possibilità di un significato: la storia dell’uomo ha il suo compimento in Dio.

La possibilità di naufragare dolcemente in questa storia è data dalla fiducia che il Signore è presente, è provvidente, è capace di salvare e quindi di condurre alla pienezza della vita. Incontrare Gesù vuol dire avere in dono una capacità nuova di collocarsi nella cronaca dei giorni, con uno sguardo che sa leggere gli avvenimenti e vedervi anche l’azione di Dio. E questo non solo nell’orizzonte ampio della storia umana, europea o nazionale, ma anche nella più vicina vita di una diocesi e di una parrocchia. Sempre è possibile un vento nuovo che dona vita nuova: e mi sovvien l’eterno. Sempre il cristiano è chiamato a prendere parte di questa storia come cooprotagonista dell’opera di Dio che porta vita e speranza: naufragar me dolce in questo mare.

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