«Madame blache, c’est l’Afrique, et c’est dure». Non credo che dimenticherò facilmente queste parole, nè lo sguardo con cui sono state pronunciate, uno sguardo di compassione misto a tenerezza. Parole uscite di getto dal cuore della mia compagna di viaggio, sulla strada di ritorno verso Lomè.

Un taxi per cinque viaggiatori si è trasformato, strada facendo, in un minibus: caldo intenso, lo spazio che man mano diminuisce impedendoti quasi di respirare. Uno spazio che scopri essere senza fine ad ogni nuova sosta. Quando l’autista si è fermato per far salire l’ottava persona, e io ero già schiacciata sullo sportello posteriore, con un braccio ben conficcato nel fianco, credo che la mia espressione sia stata inequivocabile: «Ma come si fa a viaggiare così? Assurdo!». La strada che da Vogan porta verso Lomè è una strada solo a tratti asfaltata. Il resto è fango e buche e solchi. Strada piena di auto, camion, moto. Il caldo, la polvere, la confusione, la musica a tutto volume. Una centrifuga di sensazioni davvero indescrivibili. Tu sei lì, un semplice pezzo di carne bianca, ammassato tra gente diversa, che è miracolosamente capace di far spazio anche all’ultimo viandante della strada che torna a casa. Il mio pensiero mi ha preceduto e subito la donna al mio fianco, che fino a qualche istante prima aveva intrattenuto tutti con una discussione animata in lingua eve, in un francese chiarissimo mi lascia senza parole. Le sue di parole mi gelano il sangue, e mi fanno sentire ancora più bianca e straniera di quello che sono, di come sono. «Signora bianca, questa è l’Africa, e l’Africa è dura ». Ed è una verità che in questi mesi ha preso forma, fuori e dentro di me. Ha preso volto attraverso i tanti volti incontrati per strada, in città, nei villaggi, in prigione, nei letti di ospedale, nelle scuole, nell’orfanotrofio, nel centro per bambini disabili, a Dagbati.

Io sono riuscita a balbettare un timido e vergognoso «C’est vrai», mentre nella testa roteavano, in un vortice senza fine, infiniti pensieri, e un senso di inadeguatezza mi ha schiacciato il cuore. Mi sono sentita bianca, di quel bianco candido che non ama sporcarsi, del bianco di chi cerca sempre un po’ di comodo nella sua vita, senza vedere chi, di fronte a te, non ha altra possibilità che un piccolo spazio, quel piccolo spazio che proprio tu sei capace di lasciare per lui. Il viaggio continua, la strada è lunga, più di due ore ci vogliono per raggiungere la capitale. Il mio cuore resta in silenzio e comincia a ripercorrere, tra un sobbalzo e l’altro, il gomito sempre più dentro la mia carne, il calore che prosciuga la pelle, la polvere che altera la vista, un’altra storia: sono i passi di una altra strada, quella dentro il villaggio di Dagbati, in cui fare spazio al viandante incontrato per caso è stato ugualmente una lotta contro il candore dei miei bianchi pensieri.

«Sono riuscita a balbettare un timido e vergognoso “C’est vrai”, mentre nella testa roteavano, in un vortice senza fine, infiniti pensieri, e un senso di inadeguatezza mi ha schiacciato il cuore. Mi sono sentita bianca, di quel bianco candido che non ama sporcarsi, del bianco di chi cerca sempre un po’ di comodo nella sua vita, senza vedere chi, di fronte a te, non ha altra possibilità che un piccolo spazio, quel piccolo spazio che proprio tu sei capace di lasciare per lui…»

A Dagbati, piccolo villaggio nei pressi di Vogan, tutto è profondamente immobile. Sono arrivata di notte nella piccola comunità delle Suore della Santa Famiglia che vivono il loro umile servizio tra questa gente poverissima. La casa, essenziale ma ospitale, la scopri entrando in un cortile pieno di verde, dietro un cancello rosso. Per arrivarci la notte non aiuta. Non ci sono luci per strada, una strada stretta e di terra chiaramente, se non le luci di un lungo corridoio di strada, che anticipa l’arrivo al villaggio, dove giorno e notte si lavora per l’estrazione di solfati. Ma è la luce dell’ingiustizia, e quando la scorpri preferisci di gran lunga l’oscuro sentiero della notte. Dagbati è un paese ricco di solfati. Tutto il Togo è uno dei primi esportatori di questo prodotto. Eppure la vita in questo villaggio sembra ferma, intrappolata in un tempo senza futuro, senza speranza. La compagnia d’estrazione è francese, e nel cantiere che ininterrottamente lavora per succhiare ricchezza, sono impiegati, a prezzo di fame, solo stranieri. Nessun abitante di Dagbati lavora là. E quando chiedi un perchè, la risposta davvero disarmante è: «… perchè chi decide e ha i soldi, ha scelto così!».

71657895La sera passa veloce, una cena buona ristora il corpo e lo spirito. Il giorno arriva presto insieme al canto del gallo. Le tre suore, Caterine, Ciprienne e Fleure, che vivono in comunità, sono di un’accoglienza delicata e genuina. Sento già che quella casa, e quell’ambiente mi tranquillizzano il cuore, nonostante non ci sia acqua sufficiente, come in tutto il villaggio, e la zanzariera che protegge le finestre della mia camera è aperta in alcuni punti. «E’ l’Africa, e l’Africa è dura». C’è una cappella piccola nella casa e un tabernacolo che ristora la mia mattina. Preghiamo insieme, ci nutriamo di lodi e calore. Poi la giornata inizia. Fleure e Ciprienne tornano a Vogan, Ciprienne è in cura all’ospedale per la malaria. Sta facendo da due giorni le flebo di chinino. Una medicina potente che, in realtà oggi si usa raramente, ma che in questa area è ancora consigliata. Gli effetti sono visibilmente davastanti: spossatezza, mal di testa, nausea. Ma lei ha la pelle nera, e quella forza e quella fede che riconosci in ogni donna africana, e di fronte alla quale scopri che la durezza di questa terra ha bisogno del colore scuro della vita. Il colore che ti insegna che l’esistenza non la puoi pensare, o interpretare, la devi vivere così com’è. In casa restiamo io e Caterine. Lei sistema veloce la cucina e poi mi invita ad uscire per scoprire un po’ la realtà del villaggio. Io sono piena di curiosità e di interesse. Tutto ciò che è novità affascina e cattura il mio spirito. Ci incamminiamo lungo i sentieri di erba alta a mais. E’ caldo, non tira un soffio di vento. Tutto è incredibilmente fermo, anche l’aria. Attraversiamo un mercato, le donne salutano la suora con quel calore di chi incontra un sorriso familiare. Si vede ad ogni passo, e ad ogni saluto, che la vita di queste donne consacrate è proprio un dono in questo villaggio, che io sento abbandonato dall’uomo potente, ma pieno di Dio.

«Gesù è qui, si è fermato tra questa gente. E’ così! Qui non vedi la povertà, tocchi con mano la miseria, ma Dio, che ascolta sempre il grido dei miseri, ha fondato qui la sua casa!», mi dice Caterine mentre continuiamo la strada, che segna i miei piedi e ferisce il mio cuore di incredulità. La piccola suora dal passo veloce e sicuro e dal viso aperto e solare conosce tutti e da tutti è benvoluta. Io la seguo un po’ a fatica, il caldo rallenta i miei movimenti ed anche i pensieri. Ci avviciniamo ad una casa. Sembra deserta ma alla voce di Caterine che saluta in lingua, risponde una voce flebile dall’interno. Dopo qualche minuto, dalla penombra della stanza si muove una sagoma. E’ una donna vecchissima, piccolina di statura, capelli bianchi, vestito logoro addosso, spalle ricurve sotto il peso degli anni e della vita. Appena mi vede mi sorride un po’ stupita. Ci facciamo una foto insieme e lei curiosamente appena le vede stenta a riconoscerci. Capisco che non si è mai guardata allo specchio, mai ha osservanto i suoi lineamenti cambiare nel tempo. Lei ha solo vissuto, una vita anche oggi le dice che il tempo ha rimpicciolito il suo corpo, raggrinzito la sua pelle, ma ne sono certa ingrandito il cuore e l’ha resa vera. Mi abbraccia grata per quella visione che la fa uscire dall’oscurità, insieme alla nostra presenza. Mi chiedo con chi viva così avanti nell’età. Dopo un po’ si affaccia dall’esterno un’altra sagoma. Sembra anziana anche lei. E magrissima, il viso scavato, ma gli occhi parlano di altro. Li incrocio per un istante e mi perdo in una storia. E’ la figlia. Ha una mano ferita. La mostra alla mamma che la tocca con delicatezza. Ha il vestito tutto logoro, anche lei, e pieno di macchie.

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La sua storia è la storia di Dagbati, di tanti che qui vivono con una ferita costante. La stessa di un costato trafitto ingiustamente da una lancia. Ha perso dei soldi, non li ha trovati e così è andata a cercare della legna per venderla e recuperare la perdita. La sua ferita è di un pezzo di legno tagliato male. Mentre ascolto la suora che mi racconta, mi fermo a gardare i suoi piedi. Chissà quanta strada segnata di fatica conoscono. Ma anche lei non risparmia il suo sorriso. Non c’è disperazione nel suo volto, forse rassegnazione e un gran senso di dignità. Comunque la vita si vive. Mentre usciamo Caterine mi dice che lei immagina che la donna avesse perso chissà quanti soldi. E invce alla domanda la ripsosta è stata cento franchi, 6 centesimi di euro. Per ritrovare cento franchi lei ha ripercorso il villaggio piedi, per cento franchi ha cercato la legna, per cento franchi ha una ferita sul braccio. Cento franchi. La mia mente dice che ha fatto tutto questo per un niente di euro. Caterine mi spiega che con 100 franchi comunque puoi provare a mangiare qualcosa. Aveva perso il cibo per quel giorno. Tutto quello che aveva. Sento il grido che sale dentro.

Dove sei Signore? Dov’è la tua casa ? Dov’è il tuo sguardo che consola ? Non ho riposte, ma un gesto mi viene spontaneo. Apro il borsellino con i miei soldi e decido di darle 2000 cefa. E’ quello che ho con me. Sono ancora un niente di euro. Ma quando mi avvicino per tenderle la mano con i soldi e un sorriso, lei quasi si inginocchia e non smette di ringraziarmi. Un grazie che fa piegare le mie di ginocchia, di fronte a quella miseria che sa aprire la sua casa e accoglie ogni giorno come un dono di Dio. «Signora bianca, questa è l’Africa, e l’Africa è dura». E’ vero l’Africa è dura, ma Dio è qui, in quella durezza che lascia senza parole, ma che pian piano fa sciogliere il cuore in un pianto di speranza. E la speranza è anche una mano tesa con quel poco che hai.

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