(foto LaPresse)

Archiviato il dibattito sulla riforma, resta il tema dell’attuazione della Costituzione. E su questo, mentre ci incamminiamo verso un’altra campagna elettorale non meno aspra e complicata di quella appena conclusa, è bene soffermarci a riflettere un poco, per non smarrire il filo di un tessuto comune.

Tra i punti di attuazione, spicca l’articolo 49. Quello relativo ai partiti politici, chiamati a determinare “con metodo democratico” la politica nazionale. Rileggiamolo più e più volte, nel lessico ancora attualissimo dei costituenti. Si parla del diritto di associarsi liberamente. Ovvero di partecipare, l’essenza della democrazie. Lasciamo da parte l’attuazione specifica, ovvero una legge sui partiti. Ci si è provato anche in questa ormai declinante legislatura. Con lo stesso risultato della prima proposta, che risale a Luigi Sturzo, nel lontano 1958.

In realtà quello che conta non è tanto – anche se sarebbe necessaria – una legge sull’istituzione partito, che resta non regolamentata. Quello che conta di più è avere partiti forti e vitali, per giocare il loro ruolo costituzionale. Ed alimentare la partecipazione, dunque proprio la democrazia. Invece, siamo al paradosso di partiti sempre più frusti da un lato e dall’altro una sempre più squillante retorica antipartitocratica. Che c’è sempre stata. Si comincia settant’anni fa, quando questa polemica aveva un connotato «di destra», si prosegue dopo il 1989, quanto invece assume connotati «progressisti», per poi diventare, al momento della crisi della cosiddetta Seconda Rpubblica trasversalissima: tutti sono antipartitocratici.

Certo, i partiti stanno male. Sono diventati, dopo i fenomeni di presidenzializzazione, federazioni di portatori di voti, strutturati intorno al leader, che dispone degli strumenti di comunicazione e dei collegamento con le istituzioni. Partiti presidenziali-elettorali, che si comportano come monopolisti e generano specularmente formazioni politiche anti-monopoliste, con le stesse caratteristiche. Si può deprecare fino alla nausea questa situazione, che in Italia è evidentissima, ma che l’Italia condivide con le altre democrazie. Ma la deprecazione non porta da nessuna parte. Al massimo alimenta il circuito populista, come si dice con una parola che però ormai non ha nessun senso.

Certo, i partiti stanno male. Sono diventati, dopo i fenomeni di presidenzializzazione, federazioni di portatori di voti, strutturati intorno al leader, che dispone degli strumenti di comunicazione e dei collegamento con le istituzioni

Che fare allora? Il segreto probabilmente è non lasciare soli i partiti. Anche oggi buoni partiti, forti partiti hanno bisogno di un tessuto sociale e civile vitale. In questo senso i cattolici, quello che un tempo si chiamava «mondo cattolico», ha delle grandi responsabilità, di omissione. E’ sempre in tempo per recuperare, ma si deve rimboccare le maniche e deve operare con franchezza e senza complessi. Alcune iniziative stanno sorgendo, lungo l’Italia, in spirito di comunione e di servizio. Non è più il tempo di schierarsi, è il tempo di ritornare a formare, ad investire, disinteressatamente, per la qualità del nostro tessuto. Certo sfilacciato, logorato, provato, ma ancora vivo e ricco di attese. Cui dare orizzonti e persone di qualità. Presto.

Francesco Bonini

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