Per lui il terremoto, giorno e notte, è diventato davvero uno scomodo ma forzato compagno di avventure. Già dopo la prima scossa del 24 agosto, infatti, con la sua famiglia è stato costretto, su due piedi (e un trolley, è il caso di dire, senza scadere in un’ironia amara), a rivoluzionare la propria vita e quella della sua famiglia.

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Daniele Pallotta

Daniele Pallotta, giornalista professionista, apprezzato e conosciuto nel territorio, fino alla fine di questa maledetta estate che ha ridisegnato il tessuto sociale delle nostre Marche viveva a Tolentino con sua moglie e due bambine. Lavora a San Severino Marche, e, dopo i danni, la sua esistenza non è più la stessa, specialmente dopo la mattina del 30 ottobre, quando esattamente un mese fa la scossa più violenta ha buttato fuori casa molti dei suoi concittadini.

Daniele, anche attraverso i social network lei ci ha resi testimoni di un cambiamento inaspettato ma inevitabile per lei e la sua famiglia…
Sì, è il caso di dire che con il terremoto da tre mesi ci… vivo. Ho iniziato questa strana “convivenza” il 24 agosto quando la prima forte scossa di terremoto che ha colpito Marche, Lazio, Umbria e l’Abruzzo ci ha costretto, purtroppo, ad andar via da casa. In quel periodo abitavo a Tolentino, in un appartamento di proprietà che avevo sistemato e ritinteggiato di fresco: i Vigili del Fuoco insieme ai Vigili urbani la notte stessa mi hanno consigliato di lasciare immediatamente l’abitazione, resa inagibile dal sisma. Tuttavia non mi sono demoralizzato, anzi mi sono fatto una risata perchè il 25 agosto, l’indomani mattina, sarei dovuto partire per le vacanze estive che avevo programmato all’isola d’Elba. Ho tentato di sdrammatizzare: le valigie, di fatto, erano già pronte alla porta…

(foto Facebook)
(foto Facebook)

E poi?
Siamo partiti per le vacanze che si sono rivelate relativamente spensierate, specialmente per le mie bambine, di 4 e 8 anni. Al ritorno, ho iniziato ad affrontare la situazione come la affrontano tutti i terremotati. Cioè, come una persona che non ha più una casa e che deve trovare una sistemazione. A me è toccata la buona sorte di essere ospitato da alcuni amici per un breve periodo. In seguito, una grazia ancora più grande nell’aver trovato un altro alloggio, preso in affitto sempre nella zona di Tolentino. Poi è arrivato il terremoto, quello che io definisco «vero», che mi ha inseguito, lesionandola pesantemente, anche nella città dove lavoro da dipendente della Pubblica Amministrazione: mi occupo infatti della segreteria del sindaco di San Severino Marche e dell’Ufficio stampa. Come potete immaginare, le cose sono drasticamente cambiate anche sotto il profilo professionale, portandoci a lavorare mediamente dalle 14 alle 16 ore al giorno per seguire tutte le notizie in divenire.

prot_civile_2Com’è questo sisma rispetto agli altri?
Difficile descrivere cosa sia affrontare quello che stato definito «il mostro», il «terremoto bianco», il sisma «mangia sogni». A proposito del mio, ormai da tre mesi, scomodo “coinquilino”, sono soprattutto i numeri a dare la dimensione di un vero dramma umano che molte famiglie stanno subendo in tutta la regione. Solo a San Severino Marche, città con 13mila abitanti, su 6.500 edifici più della metà sono risultati danneggiati e ben 1.800 famiglie vivevano in una abitazione che è stata dichiarata inagibile. Il Comune, come noto, ha ospitato ogni notte, nella fase dell’emergenza, ben 600 persone in sei centri di accoglienza allestiti all’occorrenza. Un plauso speciale, poi, va alla Protezione Civile, perchè in drammi come questi i volontari diventano dei veri e propri “angeli”.

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Le immagini della casa del giornalista gravemente lesionata

Da cronista, hai “intercettato” qualche esperienza in questo periodo che sente di raccontare?
C’è un pensiero che mi piace condividere, dopo aver incontrato una nonnina di 96 anni ospitata nel palasport di San Severino: l’accoglienza, per lei come per altri, si è materializzata in una semplice brandina. Questa signora mi ha confidato la storia della sua vita e della sua casa. «La scorsa estate avevo comprato anche il climatizzatore!», ha esclamato, orgogliosa di un acquisto che per lei rappresentava una conquista. Di questi aneddoti ne potremmo raccogliere a iosa, raccontando ogni giorno, attraverso il lavoro che facciamo, la faticosa situazione con cui tante persone si trovano a fare necessariamente i conti. Io e i miei cari siamo stati fortunati, però penso ai tanti, specialmente agli stranieri, che si sono dovuti “reinventare” una sistemazione di fortuna, lontani dai propri paesi e dai loro affetti. Mi viene poi in mente il volto della solidarietà espresso dai tantissimi volontari che si sono messi completamente a disposizione fin dai primi, drammatici momenti, prendendosi cura del prossimo, come in un’unica, grande famiglia. Penso agli abbracci dati e ricevuti, a quanti vivono in campagna e non intendono abbandonare gli animali da custodire, specialmente ora che è arrivato l’inverno, agli anziani che faticano a lasciare la propria terra, le radici cui sono affezionati. Di tutto questo, assieme alla paura e al senso di smarrimento, non posso non conservare lo straordinario affetto percepito in queste settimane.

2016-11-10-photo-00000017Come rassicurare i figli?2016-11-10-photo-00000015
Sicuramente attraverso il dialogo. Di fronte a tragedie come quella che ha colpito il Centro Italia l’importanza delle scuole che riaprono sta in questo: permettere ai piccoli di confrontarsi tra loro e, soprattutto, di aprirsi su quanto è accaduto. Parlandone, appunto. In classe lo faranno sicuramente e bisogna farlo anche a casa, nonostante il terrore che ogni volta le scosse incutono e che mi impone di tranquillizzare le piccole. Questo terremoto, oltre al sacrificio, mi ha lasciato anche un ricordo prezioso, appeso nella casa rovinata. Era un disegno che aveva realizzato la maggiore delle mie figlie, Benedetta: su un foglio aveva rappresentato l’albero dei sogni. Quando abbiamo compiuto uno dei tanti accessi in sicurezza nella casa per portar via le cose più importanti, un Vigile del Fuoco del distaccamento di Civitanova non ha esitato, dicendomi: «Prendiamo ciò che vuoi, ma il primo bene da mettere in salvo è il disegno della tua bambina, colorato di speranza». Ripenso a quel flash e a quanto straordinario sia il lavoro di chi sta operando in sostegno di tutti noi, a rischio della propria incolumità.

L’intervista con Daniele termina così, e all’ultima frase segue un istante di interminabile silenzio. Un silenzio carico di un profondo rispetto nei confronti della commozione dignitosa e autentica all’altro capo del telefono. Arriva sempre il momento in cui un giornalista deve fermarsi con le domande, quando nessuna parola può descrivere certi stati d’animi e certe emozioni sperimentate sulla propria pelle. Ne rimane solo una, coraggio, da augurare a questo collega e a quanti, come lui, nel disagio improvviso possono e devono ritrovare la strada per riappropriarsi della propria quotidiana, meritata serenità.

(ha collaborato Piero Paoletti)

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