Quando le notizie arrivano – ed è proprio il caso di dirlo stavolta – a portata di mano sarebbe abbastanza naturale “approfittarne”, estraendo rapidamente taccuino e registratore per pubblicare il pezzo nel minor tempo possibile. Invece, di fronte alla storia di Valentino Nobili e Roberta Vitali la fretta lascia lo spazio alla pazienza. Quella stessa pazienza che questa coppia sta coltivando, con augurandosi che da questa transitoria provvisorietà in cui «la quotidianità va organizzata, giorno per giorno» non crolli la missione su cui hanno fondato la propria vita: quella di crescere cinque figli (tre naturali, Alessia, Federico e Ilaria, di 14, 12 e 8 anni, e due in adozione) e farsi prossimi di chi ha bisogno.

Loro, che «per vocazione», come sposi e come casa famiglia «Nostra Signora della Pace» della Comunità Papa Giovanni XXIII, quindici anni fa hanno scelto di accogliere, oggi si trovano ad essere accolti, in un appartamento messo a disposizione dalla nostra Diocesi nei locali della Domus San Giuliano, a Macerata, dopo che le scosse del 24 agosto prima e il sisma potentissimo del 30 ottobre poi, hanno letteralmente messo fuori uso a Tolentino la chiesa di Sant’Andrea e l’abitazione adiacente in cui vivevano.

Sorride con garbo, Valentino, quando lo raggiungo telefonicamente e mi invita a passare per conoscerci di persona, dato che la redazione di Emmausonline è praticamente al piano superiore del loro nuovo alloggio. Il sorriso è di quelli che ti scaldano il cuore. Le stanze, sistemate all’occorrenza, odorano di buoni sapori e di speranza. Perchè è quella ora che occorre, per affrontare le giornate, per «non perdere le radici, dove i figli sono cresciuti», pur nella sconfinata gratitudine «verso la curia maceratese e il vescovo che hanno concesso questi spazi».

Valentino Nobili, al centro, con due ospiti della casa famiglia trasferitasi a Macerata
Valentino Nobili, al centro con due ospiti della casa famiglia trasferitasi a Macerata

Ha già rilasciato diverse interviste ai media nazionali ma non si sottrae ad una chiacchierata questo papà quarantenne che nasce come pasticcere – «un lavoro che mi piaceva parecchio, tra l’altro», confida – ma che dopo «aver incontrato Gesù» non ha potuto fare a meno di trasformare la propria esistenza mettendola a disposizione degli ultimi. Attualmente, per la Comunità, è referente amministrativo di Umbria, Marche e Abruzzo (mentre sua moglie segue i progetti di Servizio civile per la medesima area) e si è già attrezzato per non perdere il ritmo del lavoro, anche se le settimane ora sono scandite da orari stravolti, legati alla nuova condizione, alle esigenze scolastiche dei ragazzi, ad una dimensione inaspettata ma inevitabile. Negli anni, più d’un “terremoto” ha scombussolato i piani della sua famiglia, ma ora questa prova di disagio e di resilienza al contempo, non può che lasciare un insegnamento costruttivo: è da qui, mi comunica tra le righe con sguardo limpido, che si riparte.

Come vi siete sistemati qui alla Domus e, soprattutto, come state interiormente?
La sensazione che ci pervade è quella di una enorme gratitudine, unita al sollievo di poter stare tutti insieme e uniti. Dobbiamo accontentarci di quel che ora ci è concesso. Si tratta di una situazione in divenire, nessuno di noi può prevedere quel che accadrà ma è bello poter scorgere comunque una “bellezza” esistenziale in questo scomodo passaggio. Siamo fiduciosi che il Signore chiude una porta per aprirne una ancora più grande: non ci è dato sapere come e quando accadrà, ma la fede ci induce a sperare.

20160825-terremoto-lesioni-edificio-tolentino-2-430x286La mente si sta adattando a questa novità, ma il ricordo corre anche a quegli attimi di terrore…
La paura, come per tutti i marchigiani, è stata immensa. Subito dopo le scosse di agosto, che hanno generato le prime crepe agli edifici di Sant’Andrea, ci siamo confrontati con lo spavento: non sapevamo cosa fare e come affrontare quel momento, che credevamo di aver superato. Invece, la mattina del 30 ottobre il letto ha iniziato a ballare con forza inaudita: pensavo fosse una scossa passeggera e la prima preoccupazione è stata per i ragazzi. Eravamo undici quel giorno a casa: al piano terra un disabile, al piano superiore mia moglie con i piccoli e Giacomo, con noi dal 2004, che ha 77 anni e vari disturbi. L’istinto paterno mi ha portato immediatamente dai bambini, ci siamo rifugiati sotto un architrave. Sembravano istanti interminabili e intanto mi domandavo quale fosse lo stato d’animo dei miei cari. Tanto di Federico, quanto di Giulio, affetto da paralisi cerebrale che, in carrozzina, aveva oggettivamente più difficoltà per spostarsi: il terremoto lo ha fatto irrigidire provocandogli una ricaduta, mentre tutti cercavano di mettersi in salvo. Pensavo a Sirin, anche lei adottata e ipovedente, a Giuseppe, paraplegico. Dopo il terrore, sono seguiti i giorni dello smarrimento, per trovare una sistemazione alternativa e adeguata. Le strutture della Papa Giovanni presenti in ambito diocesano si sono subito attivate per ospitarci. Inizialmente, infatti, ci siamo trasferiti nella casa famiglia di Montecassiano, dormendo in venticinque sui materassini per sconfiggere il panico! Poi, per non perdere il contatto con la nostra terra, sapendo che don Sergio Fraticelli, nonostante il caos creatosi in città, stava proseguendo a Tolentino l’attività pastorale, siamo stati ospitati da Stefano e Stefania Paoloni, nella casa famiglia in contrada Abbadia di Fiastra. Quindi, ci siamo spostati qui, grazie alla generosità di monsignor Marconi. Ogni giorno, compatibilmente con la “logistica”, facciamo la spola da qui a Tolentino per riprendere pian piano le nostre cose. Dopo i sopralluoghi, sia la chiesa, danneggiata all’interno, che la canonica sono chiuse per sicurezza. Qui ci troviamo benissimo, anche il nostro Giacomo si è convinto a lasciare la sua stanza dopo le iniziali reticenze, ma il desiderio di tornare là è comunque forte…

«Siamo fiduciosi che il Signore chiude una porta per aprirne una ancora più grande: non ci è dato sapere come e quando accadrà, ma la fede ci induce a sperare»

Quello della sua famiglia è uno spirito missionario: come inizia la vostra storia?
Da quando, circa vent’anni fa, incontrai Cristo e quindi la realtà della Comunità di don Oreste Benzi, compresi che la mia vita non poteva che essere spesa per chi ha bisogno di aiuto. Da Varese mi sono trasferito a Rimini, lavorando in una cooperativa: nel 2000, in occasione della preparazione del Giubileo, l’incontro con mia moglie Roberta e la convinzione di dare forma concreta ad un progetto di amore aperto agli altri. Dopo il matrimonio, nel luglio del 2001, ci siamo trasferiti in Bolivia, dove siamo stati tre anni, affrontando poi la difficile prova della malattia di uno dei nostri ragazzi adottati. Uno “scossone” che ci ha costretti a rivedere il nostro futuro, riportandoci in Italia, a Tolentino, dove appunto abbiamo fondato la casa «Nostra Signora della Pace».

Cosa si augura dopo tutto questo?
Siamo testimoni diretti di una solidarietà incredibile ma, al tempo stesso, è terribile la sensazione di una quotidianità che ti viene brutalmente sottratta. Non possiamo, però, non guardare avanti e l’auspicio è quello di una rinascita: oggi siamo noi a sperimentare cosa significa essere accolti, ma vogliamo continuare ad essere una casa famiglia aperta. E accogliente.

Quando ci salutiamo, con la promessa di prendere un caffè insieme «perchè sicuramente il tempo di permanenza qui non sarà breve», in quell’abbraccio c’è tutto il senso di un’incertezza costante che il sisma ha creato spaccando la nostra terra, senza scalfire, però, l’animo forte di chi confida in Dio e in quella «pace» di cui Valentino, Roberta e i loro ragazzi sono veri, esemplari abitanti.

mani-solidarieta

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