Gli italiani? Un popolo di formiche: risparmiano molto perché hanno paura del domani

Dove depositiamo i risparmi? Nei soliti posti: circa la metà dei soldi del Paese sono sui conti correnti, nei Bot o in Posta

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Negli ultimi tempi siamo stati inondati di cifre e percentuali sullo stato di salute della nostra economia: non passa quasi giorno senza che arrivi un nuovo dato sul Pil, l’inflazione, la produzione, l’occupazione, i voucher, la disoccupazione giovanile, l’export, le tasse, le cartelle “rottamate” di Equitalia, i crediti deteriorati delle banche, le vendite di case e i bilanci delle famiglie. Anche gli specialisti fanno fatica a raccapezzarsi tra questa selva di numeri e percentuali. In occasione della 92° Giornata mondiale del risparmio, un piccolo squarcio interpretativo su come stiano veramente le cose lo ha offerto l’Acri (Associazione di fondazioni e casse di risparmio), diffondendo un rapporto dal titolo “La cultura del risparmio per la crescita”. Ne emerge un quadro in chiaroscuro. Infatti, da un lato la ricerca mette in luce che gli italiani che riescono a risparmiare sono in aumento.

Dall’altro però, la ripresa in atto è molto contenuta: parliamo di uno 0,8%, se andrà bene. Poca cosa in rapporto ad altri Paesi europei e soprattutto agli Usa, Cina, India e così via. Inoltre questa timidissima ripresa non sta riguardando tutti: c’è prevalentemente al nord Italia, e in poche aree del centro e pochissime del sud. Col risultato che più di un quarto delle famiglie continua a soffrire per crollo dei redditi, disoccupazione dei giovani, mancanza di prospettive e, di conseguenza, zero risparmi, anzi saldo negativo, accesso a prestiti se non agli usurai. Permane un pessimismo di fondo (86%). Tutto questo si traduce in un perdurante pessimismo di fondo, dove l’86% dei nostri concittadini percepisce la crisi come tuttora “grave” e dalla quale pensano che usciremo non prima del 2021-22. Aumentano gli sfiduciati anche verso l’Unione Europea (54%) e cresce anche il numero di quanti dichiarano di voler risparmiare (l’88%, erano il 90% un anno fa). Da un certo punto di vista si potrebbe dire che è cosa buona: se un capofamiglia, o un giovane lavoratore, o una massaia dichiarano di voler risparmiare, si può trattare dell’antica saggezza italiana che ci ha visti come un popolo di “formiche”, intenti a lavorare e accantonare risorse per il futuro.

A titolo di cronaca, la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ammonta (dati Banca d’Italia) a ben 4.117 miliardi di euro, così ripartiti: 1.100 miliardi depositi bancari; 442 miliardi in titoli obbligazionari (dei quali 131,5 del debito pubblico e 187 obbligazioni bancarie); 456 miliardi in fondi comuni; 957 miliardi in azioni italiane ed estere; 864 miliardi in assicurazioni e fondi pensione; 297 miliardi in altre attività (conti postali, biglietti e monete ecc.). Facendo un calcolo stile “media di Trilussa”, sui 4.117 miliardi complessivi, ogni italiano è come se avesse un patrimonio finanziario di 68.600 euro, quindi una famiglia di 4 persone teoricamente dovrebbe avere in banca tra conto corrente, fondi, Bot, Btp, assicurazioni, qualcosa come 274mila euro, il che purtroppo non sempre avviene. La distribuzione della ricchezza continua ad essere piuttosto squilibrata: da noi ci sono oltre 281mila famiglie che dispongono di patrimoni finanziari superiori al milione di euro e purtroppo oltre 5 milioni di famiglie povere, che a mala pena riescono ad accantonare piccole somme tra i 5 e i 10mila euro.

Si sceglie la liquidità e (ancora) le obbligazioni subordinate. La notevole propensione al risparmio rivela quindi una sotterranea paura del domani. Si accantona quasi più per disperazione, non vedendo chiaro nel futuro, e si cercano strumenti “sicuri”. Due italiani su tre infatti preferiscono la liquidità (conti correnti, titoli a breve, buoni postali) invece di fondi, azioni, etf. Però, al tempo stesso, la scarsa cultura finanziaria fa sì che si continui a sottoscrivere obbligazioni bancarie, tra cui le temibili “subordinate” che oggi, con il bail-in, verrebbero incamerate dai liquidatori in caso di tracollo degli istituti emittenti. I 4.100 miliardi di euro di risparmio nazionale rendono meno di quanto potrebbero, perché per metà circa riposano sui conti correnti o nei titoli di stato o sulle obbligazioni con tassi vicino allo “zero” se non negativi. In Europa su un totale di 28mila miliardi di risparmi continentali, siamo al secondo posto dopo il Regno Unito per consistenza (la Gran Bretagna dispone di 5.700 miliardi).

Da noi, quasi due terzi di questi soldi sono fermi a garantire il debito pubblico (che si avvicina ai 2.250 miliardi). Certo, tutto questo tranquillizza i governanti perché sanno che nell’ipotesi peggiore, a pagare il fallimento dello Stato sarebbero gli stessi cittadini che insieme alle banche detengono oltre il 70% dei titoli pubblici. Come notava già il Censis nel rapporto dello scorso anno, siamo diventati una “società a bassa autopropulsione che non ritrova il gusto del rischio” e va sul “sicuro”. Il boom economico degli anni ’50 e ’60 è ormai un ricordo. Allora non c’erano i soldi, ma c’era la volontà di fare impresa. Oggi ci sono i soldi, ma dormono sui conti. Un vero peccato.

Luigi Crimella

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