«Siamo vivi. Terrorizzati dalla paura, ma miracolosamente vivi». Tra i bungalow del camping Bellamare, sul litorale di Porto Recanati, è questa la frase che più volte riecheggia, tra fazzoletti di carta e di amore che asciugano qualche lacrima, sorrisi non di circostanza ma di pura condivisione, sguardi un po’ smarriti ma lucidamente pronti ad affrontare una nuova, amara ma inevitabile realtà.

«Sfollati» è un termine che non emerge mai nella chiacchierata improvvisata lì, nel salone allestito per far giocare e distrarre i bimbi con i pennarelli, per fare merenda con un ciambellone offerto dai volontari, per spezzare insieme la Parola. Senza dircelo esplicitamente ma con il solo sguardo, proviamo a guardare oltre gli strascichi con cui la bestia della montagna ha devastato le loro abitazioni, ripartendo proprio dalle radici, dal territorio che a questa gente appartiene prima di tutto nell’animo.

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Per un pomeriggio ma per tutta la vita questi uomini e donne, giovani e anziani, sacerdoti e adolescenti sono semplicemente gli abitanti di Ussita e di Visso che hanno perduto tutto ma non la dignitosa consapevolezza che, dopo il passato, esiste il presente da assaporare attraverso l’esistenza, quel dono di cui sono ancora custodi. E c’è un futuro, che non crolla e non muore. Nell’intero territorio della cittadina rivierasca sono circa 800 i terremotati trasferiti dall’Alto Maceratese al mare dopo le ultime, implacabili sferzate del sisma.

Quasi 200 sono ospitati in questo che è l’ultimo dei campeggi che precedono Marcelli, vicino il noto ristorante Dario, 250 si trovano invece al Medusa, qualche centinaio di metri prima, sul lungomare Scossicci (dove, nella chiesa generalmente affollata d’estate, dormono altre famiglie, prevalentemente di immigrati con diversi bambini) e altri 150 al Pineta, a sud della cittadina. Il resto dei vissani è alloggiato nei campeggi di Porto Sant’Elpidio.

Ad ogni ingresso, forze dell’ordine e Protezione civile presidiano le entrate, a tutelare con la massima accortezza quella parvenza di intimità e una privacy inusuale. Per gente come questa, abituata a lavorare sodo e ad investire il tempo in operosità, questa parentesi non è una vacanza, ma una conseguenza forzata da risolvere con paziente fiducia. E con una serenità da recuperare al più presto. Per ora, ci si fa coraggio vicendevolmente, senza smarrire il senso di gratitudine per essere scampati al peggio e, soprattutto, la fede in Cristo, “via” su cui percorrere i sentieri della rinascita.

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Ad animare pastoralmente le comunità che si sono formate al Bellamare e al Medusa ci pensa lo spirito intraprendente e gioviale di padre Roberto Zorzolo, parroco a San Giovanni Battista, chiesa di riferimento lungo il corso portorecanatese. Sono invece i sacerdoti Salesiani a collaborare per rendere la permanenza degli ospiti al Pineta più accogliente possibile. È lui, tra i vialetti in cui ci si diverte d’estate e ci si incontra in pieno autunno, a guidarmi in questa insolita domenica, tempestata dal vento che inquieta e fatta di solidarietà tutt’altro che retorica, per ricordarci che, lungi da ogni campanilismo, l’identità e l’appartenenza alla terra d’origine sono fondamentali, adesso, tanto quanto lo spazzolino da denti o una coperta. Partendo da questo, e dai valori che accomunano il popolo marchigiano e i maceratesi, si sperimenta la comunione di una Chiesa costruita in primo luogo dalle anime, più che dai mattoni.

Il «braccio operativo» del sacerdote, come lui stesso la definisce, ha invece il volto affabile e rassicurante di Rossana Settimio, referente della Caritas-Tabor, impegnata nel garantire alle persone del Medusa una quotidianità meno faticosa, nel lento scorrere delle giornate in cui non sono gli amati Sibillini a dar loro il buongiorno ma le onde dell’Adriatico. Smaltita la prima fase emergenziale legata alle esigenze e ai beni di prima necessità, è il momento di prendersi cura del resto: per questo, ben presto verrà attivato nel villaggio, un Centro d’Ascolto. Realmente, questa tragedia può insegnare come «ri-farsi» prossimi, tra disagi e speranze.

Fatica un po’ a parlare, invece, don Dominique Malembi, che guida le parrocchie di Ussita e Castelsantangelo sul Nera. Da quel terribile, indimenticabile 24 agosto, la sua missione è decisamente cambiata, lui che in Africa il terremoto non sapeva nemmeno che ruggito avesse ma ha scoperto che «è l’unione solidale ciò che ora può insegnarci a sopportare questa situazione del tutto nuova». Tuttavia, nonostante il suo servizio sia stato stravolto dagli eventi tellurici, sebbene un velo di preoccupazione tradisca la sua tranquillità, questo giovane sacerdote continua ad aver chiaro quale e dove sia l’”epicentro” del messaggio cristiano tramite cui infondere ottimismo alla sua gente…

Mentre si attende l’inizio della messa, sono le signore Francesca, Brigida e Pia a tenermi compagnia (e non viceversa!), confidandomi emozioni e attese. In molti paesi del tratto di Appennino che abbraccia le Marche c’è la tradizione di avere un soprannome in ogni casa, e ci si scherza su, a testimonianza che i capelli argentati o l’età anagrafica non hanno nulla a che vedere con la simpatia genuina insita in questo angolo di mondo. Ussita manca, provoca nostalgia, perchè Ussita vuol dire casa. Quella casa che in gran parte hanno dovuto abbandonare giusto in una manciata di ore, portando con sé il minimo necessario, decidendo su due piedi la mèta del proprio, inatteso esodo.

Mi allontano per fotografare il frutto dell’altruismo che cittadini, parrocchie, associazioni e volontari hanno raccolto a favore delle popolazioni colpite, ma mi imbatto nel signor Gianfranco Tombini. Lui di pacchi di zuccheri o bagnoschima se ne intende, perchè di mestiere fa l’albergatore. È suo l’hotel Felycita, a Frontignano, così come sue e di molti altri ristoratori che lassù, tra una sciata e la buona tavola, di turismo ci campano e sperano di poter trovare presto «soluzioni di vivibilità che consentano di ritornare presto alla normalità, perchè ora gli esercizi commerciali sono andati distrutti, gli edifici sono inagibili, ma non si può non tornare a lavorare». Già: le Marche dell’entroterra, «testa china e pedalare», come bene ha tratteggiato Fabrizio Curcio, davvero sanno quanto, specialmente in questa regione, il lavoro nobilita l’uomo.

Il signor Gianfranco Tombini: è suo il noto hotel ristorante Felycita, a Frontignano di Ussita
Il signor Gianfranco Tombini: è suo il noto hotel ristorante Felycita, a Frontignano di Ussita

Quando arriva, l’arcivescovo di Camerino-San Severino Marche, monsignor Francesco Giovanni Brugnaro, è accolto dal vice sindaco di Porto Recanati, Rosalba Ubaldi, e altri rappresentanti del Comune. Ha un saluto e un pensiero per tutti, il Pastore terremotato tra i terremotati. Anche lui, infatti, ha l’alloggio inagibile, anche il suo orologio a pendolo si è fermato all’ora fatale delle 3.36 due mesi fa, ma occorre non dimenticare mai, sottolinea nell’omelia, che «esiste il tempo della misura umana» ma «c‘è anche un altro tempo, che è quello del cuore, con i suoi minuti di sofferenza e di gioia. Il tempo della vita non è l’orologio a misurarlo, ma è la fede a scandirlo: ogni minuto non è uguale all’altro ma ciò che avremo vissuto sarà parte preziosa del bagaglio di vita». Quanto alla «fraternità» da sperimentare in queste settimane e nei mesi che verranno, «abbiamo bisogno di crescere in essa e il pane che oggi consacriamo non può che aumentare la nostra fiducia».

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Ormai, il patto di fratellanza che ha partorito questo gemellaggio sorto da una disgrazia ma fondato sull’incondizionata generosità, si va consolidando giorno dopo giorno. Vescovi e amministratori, diocesi e istituzioni: “fratello” terremoto spacca le pareti, ma unisce le risorse che la società religiosa e civile possiede.

«Le Chiese sorelle del Nord Italia, penso a Padova o Pordenone, si sono già attivate per aiutarci», dichiara monsignor Brugnaro. Infine, un pensiero, da padre affettuoso, lo rivolge anche ad una coppia di sposi ospitati nel camping, che si stanno preparando al sacramento del Matrimonio: la compostezza di questi giovani promessi sposi sembra “spiegare” che il domani va progettato, sempre e comunque.

Al termine della celebrazione eucaristica il microfono lo prende quell’uomo pacato e distinto, divenuto in questi giorni, suo malgrado, protagonista di diversi servizi televisivi trasmessi dalle emittenti nazionali. Marco Rinaldi, sindaco di Ussita, lascia trasparire tutta la sua commozione, ma da quella fragilità tutta umana sgorga un invito determinato, per ciascuno: questa «transitorietà si può vincere insieme».

Presto, quando le circostanze e le condizioni lo permetteranno, verrà organizzata una cerimonia alla presenza di monsignor Brugnaro, dice Rinaldi. Il motivo? Non tanto per festeggiare, quanto «per ringraziare Dio di essere tutti qui, e poterlo raccontare».

A Porto Recanati, Una Domenica Insieme Ai Terremotati

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