Il terremoto è un qualcosa che ti si incolla addosso, e il terrore che esso genera non ti abbandona. Parole di un collega friuliano che, anni fa, stentavo a capire. Quando però, la sera del 26 e la mattina del 30 ottobre, il “mostro” (così l’hanno ribattezzato il sisma che ha stravolto la geografia del Centro Italia) ha bussato di nuovo e con prepotenza alle nostre case, buttando per strada migliaia di persone, quelle parole sono tornate subito alla mente. L’incubo del 24 agosto, a quasi vent’anni dalle scosse che pure misero a dura prova l’entroterra e i suoi Comuni, è ripiombato sulle Marche, mettendole in ginocchio e portando con sé danni ai muri e agli animi.

No, non ci sono salme da seppellire ma quante vite qui, così come nella vicina Umbria, si dovranno ricostruire? Perchè ai vivi, a tratti morti dentro, occorrerà denaro, certo, per ricominciare, ma anche conforto per rialzarsi da questo dramma umano che non appartiene solo ad una regione ma alla penisola intera. Quel boato inconfondibile ha partorito il panico negli occhi dei sopravvissuti e, al tempo stesso, il grato stupore di sentirsi miracolati. Scampati per un soffio alla tragedia, letteralmente fuggiti dalle abitazioni e privati di tutto ma non della dignità, gli abitanti di Visso, Ussita, Pievetorina, Castelsantangelo sul Nera, Caldarola, Tolentino e di tanti, tanti altri paesi incastonati tra gli Appennini oggi affrontano la prova più dura: quella di essere dimenticati in questo fazzoletto di mondo italiano, quando i riflettori dei media si spegneranno e loro continueranno a battersi affinchè i borghi dalla vista mozzafiato, quelle vie così caratteristiche tornino ad essere fonte di un turismo e di un’economia speciali. Nelle montagne del Maceratese si vive così. Di genuine e peculiari tradizioni, di allevamenti di mucche e trote, di formaggi dal sapore nostrano, di salumi – guai a passare di qui senza aver assaggiato il tipico ciauscolo -, del celebre liquore Varnelli.

C’è poca voglia di parlare nell’aria, ma un immenso desiderio di raccontare e raccontarsi, perchè questa realtà non scompaia, bensì torni a respirare di un avvenire migliore. Con l’inverno, arriva il freddo, ad amplificare i disagi di chi ancora resiste per non abbandonare gli edifici frutto di sacrifici di un’esistenza intera, gli animali da custodire, i paesaggi carichi di memorie. Nel Web dopo la tragedia le vignette di incoraggiamento si rincorrono, nascono immediatamente gli slogan coniati per infondere fiducia, mentre «sfollati», «terremotati», «resilienza», «ansia anticipatrice», tra senso di pudore e dovere di rispetto, entrano a far parte di un gergo ormai comune. «Vengano giù i mattoni, l’importante è non crollare noi», confida sottovoce un parroco, in prima linea come tanti altri preti e i vescovi della Conferenza episcopale marchigiana, pronti a dare una mano ovunque, nelle frazioni disseminate tra le province che proprio non rammentano un fenomeno così devastante. E “strano”, nelle sue altalenanti contrapposizioni in questa provvisorietà che angoscia, ma che va affrontata con lungimiranza.

Terremoto, infatti, è una scuola chiusa ma anche una casa aperta, come ai tempi del Dopoguerra, capace di ospitare anche più famiglie, perchè insieme il domani sembra meno faticoso. Terremoto vuol dire chiese inagibili, forse irrecuperabili, ma anche un tendone allestito con cura o un giardino pubblico dove celebrare messa ed essere, comunque, in comunione con Cristo. Terremoto equivale ad un intero palazzo evacuato, ma anche alle università o ai municipi che, nonostante tutto, traslocano altrove senza smarrire le priorità.

Terremoto è quando la lettera di un sindaco, che spiega alla sua gente il significato di una sobria e doverosa compostezza, si accompagna all’invito di un vescovo che chiede alla comunità di recitare ogni giorno l’Angelus, perchè la preghiera condivisa scaldi i cuori alleviando la solitudine. Terremoto è un funerale celebrato in fretta ma con sconfinato amore lì, dove il cimitero è diventato un cumulo di calcinacci; è uno sconosciuto di Sarnano che in punta di piedi, in redazione, ti domanda un posto dove dormire e ti fa ricordare chi è il «forestiero» spiegato nel Vangelo. Terremoto è una carezza all’anziana che piange mentre racconta gli effetti di un trauma inaspettato, è l’amico disorientato che chiede dove può partorire “al sicuro” sua cugina, trasferita dalla precarietà dei monti al riparo sulla costa. Terremoto è un sorriso gentile, un pensiero attento o un gesto di prossimità che, adesso, può rappresentare un segno di rinascita che asciuga le lacrime. Terremoto è scomoda precarietà durante lo sciame sismico e straordinaria, commovente solidarietà che ridipinge il volto di una nuova umanità.

Fabrizio Caramagna asserisce che «il futuro è avvolto nel silenzio e anche se ci urla addosso non riusciamo a sentirlo». Eppure, mai come adesso i marchigiani sono stati consapevoli “ascoltatori” della propria forza, e da questa si riparte. Terra, tu ci fai ballare di paura ma noi sappiamo danzare i passi della speranza.

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