di Daniele Rocchi

«Tutto questo monastero che io ho costruito e tutte le cose che ho preparato per i fratelli, per disposizione di Dio Onnipotente, sono destinate in preda ai barbari. A gran fatica sono riuscito ad ottenere che, di quanto è in questo luogo, mi siano risparmiate le vite». Parte da un noto episodio della vita di san Benedetto – narrato da Papa Gregorio Magno nei suoi “Dialoghi” – padre Benedetto Nivakoff, vice priore della Comunità benedettina di Norcia, per raccontare il sisma del 30 ottobre scorso che ha distrutto la chiesa del Santo e reso inagibile pressoché tutta la città dentro le mura storiche, senza tuttavia provocare morti.

La profezia di san Benedetto. «La profezia delle distruzioni del monastero di Montecassino (Longobardi nel 577, Saraceni nell’883, terremoto nel 1349, ndr.) mi ricorda quella di oggi di Norcia – dichiara il religioso – le lacrime del Santo davanti alla visione del crollo delle mura monastiche sono le stesse nostre. Soffrire e piangere per la caduta di un edificio è comprensibile – noi celebriamo la dedicazione delle Chiese, ovvero il loro compleanno – ma più importante ciò che vive al suo interno. Se si fa il giro delle mura della città colpisce che tutte le chiese hanno subito dei crolli, le case sono distrutte o inagibili ma ci consola il fatto che non abbiamo avuto perdite di vite umane.

Dobbiamo sentirci protetti da san Benedetto e salvati da Dio. È stato un miracolo».

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Sono ancora vive le immagini televisive di domenica mattina, quando i monaci e gli abitanti di Norcia fuggiti in piazza subito dopo la prima scossa delle 7,41, si sono inginocchiati a pregare davanti alla chiesa di san Benedetto crollata. Il ricordo di quegli attimi nelle parole del religioso di origini americane: «Quando si è verificato il sisma stavamo pregando e il primo pensiero è stato quello di metterci in salvo. Abbiamo cercato di mettere in salvo, a tratti forzandole, tante persone anziane che non volevano uscire dalle loro case. Abbiamo amministrato anche i sacramenti come l’unzione degli infermi. Siamo sacerdoti e salvare le anime è la nostra missione». Ora bisogna pensare al futuro, alla ricostruzione morale e materiale di questa terra segnata e l’eredità di san Benedetto è, per padre Nivakoff, una forte base di ripartenza. «Paolo VI, quando elevò nel 1964 san Benedetto, patrono principale d’Europa, parlò del valore dell’ora et labora, della preghiera e del lavoro, aggiungendo anche il simbolo dell’aratro.

Ci attende – ricorda il benedettino – un tempo di preghiera e di lavoro, ma anche di aratura. L’aratro è uno strumento di lavoro che ci fa pensare al dopo, si ara il terreno per seminarlo così da raccogliere i frutti. Dopo le lacrime, la fatica, arriverà anche il tempo della raccolta.

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Penso alla mamma che incinta attende nove mesi, durante i quali è ansiosa, stressata, si prepara alla nascita. Ecco voglio pensare a questo tempo che abbiamo davanti come a un tempo di attesa – non mesi ma anni – e di preparazione anche spirituale.

Quando Norcia rinascerà troverà anche una fede rinnovata».

La comunità benedettina della città di san Benedetto questo lo sa bene e continua la sua vita di preghiera, sin dalle 3.30 del mattino, e di lavoro. Dall’alto dei monti sopra Norcia i monaci vegliano sulla cittadina implorando su di essa la protezione di Dio.

In questa missione non sono soli. Con loro anche le monache benedettine del locale monastero di sant’Antonio Abate. Come conferma suor Caterina Corona, badessa della comunità: «questo terremoto può diventare un’opportunità per rinascere. San Benedetto ci indica la via. Egli ha saputo vivere in concretezza il Vangelo e la sua eredità spirituale e umana ci insegna che anche in questa nostra storia tragica si incarna la salvezza di Dio. Da qui la speranza che questa terra risorgerà più forte». La badessa parla mentre con cura, aiutata dai Vigili del Fuoco, porta fuori del monastero ormai inagibile, il tabernacolo ligneo con il Santissimo Sacramento, rimasto illeso dal crollo, come la piccola statua marmorea della Madonna, rimessa in piedi sulla terrazza. Il tempo di un’Ave Maria e di nuovo dentro l’edificio pieno di crepe a recuperare alcuni oggetti personali, libri, computer e abiti di ricambio per le monache. Poi una corsa nell’orto dove le suore hanno ancora gli alveari. «Purtroppo – dice la badessa – molte api sono morte. Ma gli alveari possono attendere. Ora c’è da pensare alla comunità e agli abitanti di Norcia rimasti senza casa. Alcuni di loro attendono con pazienza che i Vigili del Fuoco li portino in sicurezza nelle loro abitazioni lesionate per prendere tutto il possibile». Intorno l’atmosfera è irreale, ferma a domenica, al momento della scossa. Madre Caterina lo sa bene e ripete la sua preghiera: «Posiamo sguardi ed energie su ciò che vale e non tramonta. Che questa tragedia possa essere un’opportunità di rinnovamento di vita e, per chi crede, di fede. Un’opportunità anche per l’Europa. Che guardi ai valori umani, non solo cristiani, e lavori per la dignità dell’uomo, così come fecero Benedetto da Norcia e i suoi monaci dal VI secolo ad oggi».

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