Segue il testo dell’omelia pronunciata dal vescovo Nazzareno Marconi durante la Santa Messa celebrata ai Giardini Diaz di Macerata il 1 Novembre.

Stiamo celebrando la festa di Tutti i Santi. Il primo messaggio che ci viene da questa festa, quello che la nostra fede cattolica ci insegna, è che le persone buone, che hanno vissuto l’impegno di bene in questa vita, quando vanno di là, quando vanno nella vita che ci attende, non se ne stanno con le mani in mano.

Questa è la festa dei santi! Una piccola santa, Teresa di Lisieux, alle suore che stavano intorno al suo capezzale e le dicevano: «E ora?» rispose:«Voglio andare in cielo, perché se qui ho potuto fare un po’ di bene, da lassù ne farò molto di più e passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra». Ecco perché oggi abbiamo bisogno dei santi, abbiamo bisogno dei santi che ci consolino, dei santi che ci facciano sentire la loro vicinanza, per questo preghiamo.

La parola di Dio di oggi, nel giorno dei santi, ci propone il cuore del Vangelo. Il cuore del Vangelo sono le Beatitudini, quelle che abbiamo ascoltato. Che cosa dicevano le religioni prima della venuta di Gesù, che cosa insegnavano? Sostenevano che: se ti va tutto bene, vuol dire che Dio ti vuole bene; se ti va male, vuol dire che Dio ce l’ha con te. Questo insegnavano e qualche religione ancora lo insegna. Per cui, a chi succede un disastro, e ce ne sono anche tra noi, pensa magari che anche Dio che ce l’ha con lui. Invece la prima cosa che le Beatitudini ci dicono è che questo non è vero; Dio non ce l’ha con noi! «Beati i poveri, beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati da Dio». Dio non ce l’ha con noi, anzi ci mette per primi! Primo di tutti, il Signore sta al fianco di chi soffre e non manda le disgrazie.

«Dov’eri tu Signore? Si chiede un sopravvissuto ad Auschwitz. Dov’eri tu Signore, quando io ero lì?». E questo giovane polacco, che era sopravvissuto ad Auschwitz, salvando una fede tutta incrinata, come le nostre case, risponde:«Ora so che eri con me, anche tu eri là nel campo». Ecco la nostra fede. Ci dice che il Signore ci è vicino in questi momenti, soprattutto nei momenti difficili.

Ma come ci è vicino? Ci è vicino col suo Spirito, ci è vicino perché Lui è con noi, ma ci è vicino anche attraverso tutti i fratelli, perché: dove sono oggi le mani di Gesù? Le mani di Gesù risorto sono i cristiani, che si danno da fare. I piedi di Gesù risorto sono i piedi dei cristiani, che camminano per andare incontro a cercare chi ha bisogno. Il Signore ci vuole bene e ci sostiene anche attraverso l’impegno di tutti.

Per questo il Papa ha detto di pregare il Signore per coloro che soffrono, perché sia loro vicino, e di pregare il Signore per tutte le persone di buona volontà che si impegnano, perché loro sono le mani e i piedi del Signore che camminano, che danno sostegno e che consolano quanti sono nel pianto. Fanno del bene a quelli che sono poveri e aiutano quelli che hanno fame e sete di giustizia. Questa è la nostra fede!

Un ebreo, André Chouraqui, che conoscendo bene la lingua di Gesù, la sua stessa lingua, ha voluto tentare di tradurre le Beatitudini così come le aveva pronunciate Gesù, ha tradotto la parola “Beati” in un modo strano. “Beati” è una parola che si trova spesso nei salmi, si pronuncia “asherè” e vuol dire “c’è gioia”, ma ancora di più “c’è speranza”. Chouraqui l’ha tradotta così:«Mettetevi in cammino!”. Mettetevi in cammino perché c’è speranza». Potremmo leggerle così le Beatitudini: «Mettetevi in cammino voi poveri, perché c’è speranza, il regno dei cieli lo potrete avere. Mettetevi in cammino voi che siete nel pianto, perché c’è speranza, troverete la consolazione, nel Signore e da parte dei fratelli. Mettetevi in cammino, voi che avete fame e sete della giustizia, perché c’è speranza: il Signore e tutti gli uomini di buona volontà vi sazieranno».

Lette così le Beatitudini, se siamo nella sofferenza ci consolano, ma ci dicono anche:«Se vuoi essere cristiano, fai qualcosa di buono!». Se vuoi essere cristiano rimboccati le maniche e aiuta.

Anch’io sono vicino a voi, in mezzo a voi, proprio in mezzo e sono orgoglioso di questa nostra gente. Ieri sera ho fatto il giro dei centri di accoglienza, come sto facendo in questi giorni, e sono tanti i luoghi dove si stanno accogliendo le persone che non possono stare in casa, che non ce la fanno a stare tra le mura domestiche durante la notte. Sono stato soprattutto a Tolentino, dove due parrocchie più altri centri sono aperti per accogliere gli sfrattati. E c’è chi mette le brandine, chi distribuisce le coperte, chi cucina… C’era una signora che stava in cucina, e mi ha detto che le avevano consegnato un minestrone già pronto, ma non era granché. «Come si fa a tirargli su il morale con un minestrone così? Allora ci siamo messe insieme, abbiamo unito le esperienze, abbiamo aggiunto qualche ingrediente speciale ed adesso… quasi si mangia!».

Sono orgoglioso della nostra gente, perché nella nostra gente c’è speranza. «C’è speranza», mi dicevano delle persone che stanno molto peggio di noi: quelli che vengono dall’epicentro più grave del terremoto e che sono stati accolti nei camping a Porto Recanati.

i sono sentito con padre Roberto Zorzolo, che si impegna con i ragazzi della parrocchia di Porto Recanati. Stanno andando lì e si stanno organizzando per accogliere i ragazzi nelle scuole, perché questi ragazzi di Ussita e Frontignano non perdano l’anno scolastico. Già si danno da fare e stasera celebreremo una messa nel camping, dove sono accolte queste persone.

Padre Roberto ha chiesto se ci sono altri giovani che vogliono venire a tenere compagnia a questi terremotati, perché hanno bisogno di qualcuno che li consoli ascoltandoli. Qui a Fonte Scodella sono andati già gli scout, come i giovani di Azione Cattolica all’Aula sinodale. Tutti abbiamo bisogno di essere consolati, ma tutti possiamo consolare, tutti possiamo dare una mano, un ascolto. Tutti possiamo pregare.

Perciò vi chiedo una cosa sola: per non perdere questo senso di unità, alla fine della Messa faremo la preghiera dell’Angelus, che si fa tutti i giorni a mezzogiorno. Vi chiedo, in questi giorni a mezzogiorno di fare la preghiera dell’Angelus. Di farla insieme, dove siamo. Chi non può fermarsi a lungo dica almeno un’Avemaria a mezzogiorno. Chi può, si fermi e faccia la preghiera dell’Angelus seguita poi da una decina del Rosario. Noi lo faremo alla fine della Messa, poi attraverso la radio, la televisione, attraverso i nostri mezzi di comunicazione, rilanceremo questa preghiera, sempre a mezzogiorno.

Ci diamo appuntamento a mezzogiorno in questi giorni, preghiamo gli uni per gli altri e facciamoci coraggio. Perché nessuno è solo, soprattutto gli anziani e i malati. Nessuno è solo! Offriamo questa consolazione, perché noi siamo i piedi di Gesù e le braccia di Gesù per i nostri fratelli.

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