«Di basso profilo, ostinato: testa bassa e pedalare». Ha fatto il giro dell’Italia e del mondo intero la definizione con cui il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio ha definito il popolo marchigiano, fiaccato dalle continue scosse, nelle crepe dei muri e degli animi, in questi giorni di profondo disagio per i territori colpiti dal sisma. Senza dubbio, è stata una festività di Ognissanti del tutto particolare quella vissuta oggi in ogni diocesi della regione, con chiese “improvvisate” nei parchi pubblici e messe celebrate all’aperto, nel segno di una provvisorietà crescente ma incapace di sminuire la solidità della fede.

(foto Luca Maria Cristini)
(foto Luca Maria Cristini)

Il messaggio di speranza dell’arcivescovo di Fermo. Già il 30 ottobre, nella maledetta domenica in cui il terremoto è tornato a bussare violentemente nell’entroterra delle Marche, minando una situazione già minata dal “mostro della montagna” a fine estate, tutti i sacerdoti e i diaconi, per sicurezza, sono stati invitati a celebrare le messe fuori dalle chiese e così, nella diocesi di Fermo ha fatto anche l’arcivescovo Luigi Conti, senza sottrarsi per primo a questo compito e conferendo, all’aperto, il sacramento della Confermazione ai ragazzi della parrocchia di San Girolamo. «Rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi». Oggi, 1° novembre, il presule si lascia ispirare dalle parole dell’apostolo Paolo ai Filippesi perchè esse «esprimono anche ciò che provo in questi giorni angosciosi e drammatici per la nostra regione e per la nostra Chiesa locale». Pur nella forte prova, tuttavia «rimane possibile vivere nella gioia e nella pace di Cristo. Prima di tutto, in questi giorni, il nostro sentire diventa il medesimo. Nelle sensazioni dell’angoscia, della precarietà e della paura tutti sperimentiamo la fragilità della nostra vita ed il forte desiderio di affidarci a Dio ed invocare il suo amore e la sua misericordia. La sua mano sia con noi e custodisca la nostra vita». Assieme ai timori umani, inoltre, «in questi giorni si sta manifestando una forte carità: è la carità – riferisce ancora monsignor Conti nel suo messaggio ai fedeli fermani e non solo – con la quale le strutture e le parrocchie della zona costiera stanno accogliendo coloro che il terremoto ha costretto ad allontanarsi dalla propria terra, è la carità che spinge le famiglie ad aprire le porte, è la carità che ha spinto i monasteri ad accogliere altre monache che hanno visto i loro monasteri inagibili». Da qui, possono ripartire i segnali di speranza di cui l’arcivescovo si fa interprete. «Da una parte – conclude – sono con voi, in particolare con tutti coloro, laici, presbiteri, religiosi e monache che hanno perso la propria casa, nel condividere il disagio di questo momento e la paura che a volte può suscitare, dall’altra ringrazio il Signore per quanto lo Spirito sta suscitando in termini di accoglienza e disponibilità. Vi incoraggio a perseverare perché nella fragilità dell’esistenza e delle strutture risplenda la compattezza di una Chiesa di pietre vive, che siamo noi».

img_6017-2Già duramente provata dal terremoto di fine estate, la zona del Fermano, annovera ora lesioni profonde alle abitazioni dei cittadini, agli edifici di culto e, in particolare ai monasteri. Le suore benedettine di Monte San Giusto si sono dovute subito trasferire presso la sede delle loro consorelle di Fermo, mentre le religiose di Amandola si sono aggregate con gli sfollati ospitati in palestra. Le monache dell’Immacolata di Montegiorgio sono in attesa di trovare una sistemazione alternativa e risultano compromessi i monasteri di Monte San Martino e Santa Vittoria in Matenano. «Purtroppo gli effetti di questo terremoto sono molto ingenti – spiega ancora l’arcivescovo marchigiano -, ma la cosa che è più importante è che non piangiamo le vittime: gli edifici potranno essere ricostruiti. La cosa più importante, ora, è non perdere il senso di comunità, quella comunità cristiana che ci permetterà di affrontare questo momento di sofferenza con la speranza di ritrovare la pace interiore, nonostante la terra continui a tremare». Parola di un vero Pastore con l’”odore” delle pecore, che guida con coraggio il suo popolo, nonostante i nuovi danni arrecati dalle scosse al Duomo e alla sua stessa abitazione.

A Macerata, un’ospitalità accogliente per vocazione. Quella di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia è da sempre, per “vocazione”, una diocesi accogliente, nel nome del patrono della sua città capoluogo, san Giuliano Ospitaliere, e anche in queste ore di emergenza conferma la sua indole generosa. «La diocesi c’è, e si è subito attivata assieme alle istituzioni e al mondo del volontariato per aiutare chi ha bisogno», dichiara il vescovo Nazzareno Marconi, costantemente aggiornato sulla drammatica situazione dei comuni del Maceratese e, in particolare, sulla comunità di Tolentino «dove i danni sono ingenti: alcuni sacerdoti sono ospitati altrove, il convento di San Nicola è quasi evacuato e le monache Carmelitane Scalze sono già state trasferite nella struttura di Fano». A Frontignano di Ussita è crollata la Domus Laetitiae, “storica” casa di ospitalità per gruppi giovanili e famiglie già pesantemente lesionata dopo le scosse di mercoledì scorso e a Treia, altra zona interessata dalle lesioni, ha ceduto la volta del Santuario del Santissimo Crocifisso, già gravemente compromesso del terremoto del 24 agosto. Centinaia di abitanti dell’entroterra – trasportati con i pullman da Pievebovigliana, Ussita, Fiordimonte e Camerino – sono stati spostati presso i camping della riviera, a Porto Recanati: a Recanati riporta ferite profonde anche il celebre Ermo Colle leopardiano, con circa quindici famiglie costrette a lasciare le proprie case.

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Il vescovo Marconi celebra l’Eucaristia all’aperto nell’area dei giardini Diaz

Nel dramma comune, però, si svela anche l’opportunità per riscoprire i valori dell’unità e della fratellanza. Si sta affrontando questo delicato frangente con lucida prontezza sotto il profilo organizzativo, grazie alla operosa sinergia tra le istituzioni e il mondo del volontariato e alla generosità di molti volontari. E come poter contribuire a dare ulteriore sostegno a chi sta affrontando situazioni di reale disagio? L’invito ad una vera e propria solidarietà spirituale ai fedeli delle varie Unità pastorali lo lancia lo stesso vescovo Marconi che, da agosto, è di fatto impegnato in prima linea insieme alla Diocesi nel verificare l’entità dei danni provocati dal sisma e nel portare la propria vicinanza agli sfollati. «Cari fratelli – comunica il presule, proponendo un gesto quotidiano di condivisione cristiana -, in questo tempo di prova vogliamo dare un segno di preghiera che ci tenga uniti e ci dia coraggio nel Signore. Nelle comunità ed in ogni casa, quindi, vi propongo di pregare insieme l’Angelus. Alle 12.00 di ogni giorno preghiamo l’Angelus seguito da una decina del Santo Rosario su: Radio Nuova Macerata (frequenza 90.00), Radio Padre Matteo Ricci, èTv Macerata (canale digitale terrestre 89 e 605). Pregheremo insieme per tenere compagnia a chi è solo e vuole pregare con gli altri». Intanto, continua l’opera di accoglienza diocesana nei confronti delle persone dei Comuni maceratesi impaurita dalle scosse o impossibilitata a dormire nelle proprie abitazioni inagibili. «Ad oggi – riferisce ancora Marconi – a Tolentino risultano ospitati 220 cittadini nella parrocchia Spirito Santo e 70 nei locali parrocchiali della Santa Famiglia, mentre altri 200 stanno pernottando presso l’Aula sinodale messa subito a disposizione di chi ha bisogno».

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Fabriano-Matelica: una diocesi che continua a tremare. Ancora se li ricordano bene, gli abitanti della diocesi di Fabriano-Matelica, gli effetti che il sisma provocò nei comuni e nelle frazioni quasi vent’anni fa, nel 1997, e ora l’incubo si è riaffacciato nell’amenità della vita di provincia. «Non abbandoneremo queste popolazioni – confida il vescovo Stefano Russoche ben rammentano il dramma di quasi vent’anni fa. Ora la mia premura è essere vicino agli sfollati, a chi ha perso tutto: a loro, prima di tutto, va il mio personale sostegno». La cittadina più seriamente colpita dalle ultime scosse è quella di Matelica che conta 10mila abitanti. La zona del centro storico è stata fatta sgombrare, il Comune sta mettendo a disposizione alloggi attrezzati per la notte e la mensa per chi ha bisogno. Diverse abitazioni risultano inagibili e su molte altre danneggiate si stanno facendo gli accertamenti necessari. Come in gran parte dei paesi marchigiani, sono stati allestiti dei luoghi coperti per ospitare la gente. Dichiarate tutte inagibili le chiese, tranne quella di Regina Pacis, di più recente edificazione: qui, nel salone, i cittadini in queste notti hanno potuto pernottare al sicuro. Tra gli edifici parrocchiali, invece, ad aver subìto ha subito i maggiori danni risulta quello di S. Teresa.

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Nella città di Fabriano, aggiunge monsignor Russo, «tutte le chiese sono state chiuse cautelativamente per consentire le verifiche del caso, fatta eccezione della chiesa parrocchiale della Sacra Famiglia e della chiesa parrocchiale di San Giuseppe lavoratore». Alcune, tuttavia, risultano comunque del tutto inutilizzabili e «fra queste la struttura di San Nicolò, la parrocchia più grande della comunità diocesana». Vista la giornata di sole, in diversi casi si sono celebrate messe all’aperto, mentre l’Amministrazione comunale, attraverso la Protezione civile, ha allestito ben quattro palazzetti dello sport per famiglie, anziani e quanti stanno vivendo una condizione di disagio. Anche in stazione è disponibile un treno con vagoni-cuccetta che può accogliere fino a 300 persone. «Ad oggi – spiega ancora il vescovo – sono 60 le famiglie che hanno la casa inagibile, per un totale di 170 persone. Si ipotizza che, complessivamente, potrebbero essere 300 le persone con la casa inagibile». Per loro, attrezzato un punto di vitto e ristoro presso un istituto scolastico cittadino. Infine, nella zona di Sassoferrato, per prudenza a motivo dei danni riportati, molte chiese, tra cui la parrocchiale di San Facondino, sono state chiuse. Sette famiglie, residenti in una palazzina danneggiata, sono state trasferite in un albergo nella vicina Albacina.

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La Chiesa di Camerino-San Severino Marche, la più ferita. Con le sue vie fantasma, il cuore della città ducale off limits e interi edifici inaccessibili, il quadro generale che, con il passare del tempo, si delinea nella diocesi di Camerino-San Severino Marche è a dir poco spettrale. Pur non essendoci stati né morti, né feriti, infatti, ingentissimi sono i danni che, ad oggi, conta la popolazione del Maceratese, con un’intera provincia, distribuita su tre diocesi diverse e che ben conosce i sacrifici affrontati nei faticosi anni della ricostruzione. Castelsantangelo sul Nera, Pievebovigliana, Visso, Ussita, Pievetorina: sono questi i comuni più colpiti, privati dell’ordinaria quotidianità – quasi tutte le abitazioni risultano inagibili e gran parte degli abitanti, che già dopo le scosse del 26 ottobre, avevano abbandonato i centri storici – sono stati trasferiti lungo la costa, al sicuro.

img_6018La piazza vissana, celebre meta turistica per i marchigiani e non solo, piange inoltre la rovina di un valore architettonico unico nel suo genere, con edifici di culto quasi del tutto distrutti. Pesantissime le perdite dal punto di vista culturale, a due mesi di distanza dal dramma che non ha concesso sufficiente tempo per la messa in sicurezza di opere e beni artistici. Il piccolo ma prezioso scrigno dei Sibillini perde inoltre un altro pezzo di prestigiosa storia. Sono ben 27, infatti, i manoscritti di Giacomo Leopardi, tra cui quello de «L’Infinito», custoditi nel Palazzo dei Governatori, che la città di Bologna si è già offerta di ospitare. La struttura, già compromessa dal sisma che ha colpito Amatrice e Accumoli, è sovrastata dalla chiesa di Sant’Agostino (XIV secolo), sede del Museo civico diocesano, dove ad agosto rimase gravemente danneggiato il campanile a vela e dissesti c’erano stati anche nei due pinnacoli della facciata, con pericolo di crolli che, dopo le nuove scosse di domenica, si sono inevitabilmente verificati. Il museo è di proprietà della diocesi camerte, mentre il prezioso patrimonio letterario costituito dagli scritti leopardiani appartiene al Comune.

A Camerino un punto di alloggio per gli sfollati

Anche in seguito dell’ultima scossa registrata nella mattinata della festività di Tutti i Santi, particolarmente critico risulta l’accesso alla città ducale di Camerino, sede della storica Università che già mercoledì scorso ha visto scappare i suoi studenti dalle case più antiche e gravemente lesionate. Su tutta la comunità, civile e religiosa, l’attenzione costante e la sincera vicinanza da parte del vescovo Francesco Brugnaro, anche lui ospite in un alloggio alternativo. «Vivo anch’io da sfollato – racconta – e capisco fino in fondo i disagi di questa gente, stremata dalle continue scosse. Ho appena mangiato con un gruppo di persone raccolte presso l’ostello di San Ginesio prima di trasferirsi verso le zone della riviera. Tutto il territorio diocesano, con la sua gente così provata, è affranto – aggiunge monsignor Brugnaro -, alcuni luoghi caratteristici, penso a Caldarola, ad esempio, sono completamente distrutte, le opere artistiche del territorio sono a fortissimo rischio, se non addirittura irrecuperabili. Ora, prima di tutto, siamo chiamati a stare vicino a chi sta soffrendo in questo momento e non ha una casa dove trovare accoglienza».

img_5915Ad Ascoli Piceno, in una terra già ferita dalle scosse del 24 agosto. «Le scosse che si ripetono a ritmo incessante hanno aggravato la situazione creatasi dopo l’estate, producendo, purtroppo, danni incalcolabili e forse talora irrecuperabili alle strutture, alle case e particolarmente alle chiese come pure alle opere d’arte anche se fortunatamente, a differenza di prima, non hanno fatto vittime umane». Si esprime così monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo della diocesi di Ascoli Piceno, mentre la terra del Centro Italia continua a partorire sfollati e problemi. Arquata del Tronto, le frazioni limitrofe con i suoi inconfondibili paesaggi: ormai si parla di paesi letteralmente rasi al suolo. «Il compito della Chiesa in questo momento – afferma il vescovo, che fu tra i primi a soccorrere i feriti e ad estrarre cadaveri dopo il terremoto nell’Ascolano – è soprattutto quello di testimoniare la vicinanza e la solidarietà alle persone che sotto le macerie hanno perduto tutto cercando anche di ridare fiducia e speranza ai tanti che vivono nella paura e nella precarietà per il perdurare del fenomeno sismico». L’impegno, profuso «in tutti i modi», è quello «di coinvolgere chi può nell’azione di sostegno ai terremotati che ormai, solo nella nostra diocesi, sono circa diecimila». L’importanza, prosegue monsignor D’Ercole «è non perdere lo stile della solidarietà: su questo la nostra Chiesa locale, insieme a tutte le realtà che stanno operando per i soccorsi, vuole impegnarsi ed ha attivato una rete di condivisione fra tutte le associazioni». Il secondo passo sarà quello di impegnarsi nella ricostruzione: il terremoto «sfida la nostra splendida terra e ci interroga su come ricostruire non solo materialmente le case ma anche e in primo luogo le comunità». Solo imparando ad adottare questo «punto di vista» il terremoto, da «evento funesto» può diventare «anche occasione provvidenziale per un nuovo rilancio umano, sociale, economico e spirituale delle diocesi». Per ora resta fermo da parte del presule marchigiano l’invito per tutti «a pregare e a mantenere accesa la fiamma della fiducia in Dio e nelle istituzioni impegnate sul campo».

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Da Pesaro a San Benedetto la vicinanza dei Pastori. Nonostante vi sia stato avvertito con minore intensità, anche nelle Marche “del nord” è stata forte la paura per gli ultimi eventi sismici che perdureranno per settimane, secondo le stime degli esperti. Pensieri di «vicinanza e sostegno spirituale» sono arrivati ai confratelli marchigiani anche da parte del vescovo dell’arcidiocesi di Pesaro, Piero Coccia, mentre anche la città di Ancona, pur essendo più distante dall’epicentro, conta qualche danno. La zona più colpita del quartiere dorico risulta il quartiere di Vallemiano, mentre nel centro storico si è registrata la caduta di diverse parti dei cornicioni: immediate le misure di sicurezza e l’allestimento di punti di accoglienza per le persone in difficoltà. Secondo quanto riferito, poi, dal direttore dell’Ufficio dei beni culturali della arcidiocesi di Ancona-Osimo, don Luca Bottegoni, «sei chiese sono state chiuse in via precauzionale, ma in cinque di esse la messa domenicale è stata comunque celebrata nei locali parrocchiali attigui». Una ventina di strutture, ha aggiunto il responsabile diocesano «saranno ovviamente sottoposte a verifica, ma in certi casi è difficile stabilire se si tratta di lesioni storiche o avvenute in seguito alle scosse degli ultimi giorni». Di certo è che, come confermato dalla Protezione civile attiva in ogni Comune marchigiano «tutte le chiese, al momento, come in gran parte della regione, risultano letteralmente «stressate» da questo sisma, “replica” di un fenomeno anomalo ma simile verificatosi circa 300 anni fa nelle medesime zone.

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Infine, ad attestare la propria solidarietà ai terremotati e agli altri presuli della Conferenza episcopale marchigiana, è monsignor Carlo Bresciani, vescovo della diocesi di San Benedetto-Ripatransone-Montalto: nei comuni della riviera delle Palme sono state già ospitate numerose famiglie fuggite dalla furia della natura. «La nostra Chiesa diocesana – afferma – vive momenti non facili, in quanto siamo impegnati su due fronti: quello dell’accoglienza sulla costa e quello sul fronte interno, con centinaia di persone che hanno dovuto lasciare in fretta le proprie abitazioni. Molti sfollati sono venuti nelle nostre zone di mare in cerca di tranquillità e di sicurezza. Pertanto, la diocesi si sta impegnando attivamente attraverso l’accoglienza, assistenza spirituale e l’ascolto». Attraverso la Caritas diocesana e i vari organismi, aggiunge il vescovo «noi
cerchiamo di accompagnare questa gente, esortandola ad affrontare la grave situazione. Rivolgiamo lo sguardo e la nostra vicinanza ai paesi dell’entroterra marchigiano: luoghi che non devono e non possono morire, perchè sarebbe davvero una perdita indescrivibile per tutti».

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