Di M.Michela Nicolais

In un panorama mediatico sempre più complesso e frammentato, «per paradosso emerge una grande domanda di senso», ed il futuro dei settimanali cattolici sta nella capacità di «comprendere e saper rispondere a questa domanda di senso». Ne è convinto Nando Pagnoncelli, presidente dell’Ipsos, che nell’incontro svoltosi il 27 ottobre, per iniziativa dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali, con i direttori dei settimanali cattolici aderenti alla Fisc,  ha suggerito di «dare risposte di senso al singolo cittadino e al singolo credente», partendo dalla constatazione che «quella dei lettori non è una massa indistinta». «Formare informando», l’imperativo di sintesi per «favorire un processo di apprendimento e di approfondimento, non solo per l’opinione pubblica ma anche per le classi dirigenti».

19 minuti: è questo il tempo medio di un lettore per sfogliare un intero giornale quotidiano, mediamente composto di 60 pagine. Il rischio, per Pagnoncelli, «è che l’enfasi sia posta su un livello superficiale di informazione, e tutto questo ha un impatto molto pesante: il primato della percezione sulla realtà, dell’emotività sulla razionalità». In questo modo, «le opinioni diventano volatili, e anche la fiducia dei cittadini verso le istituzioni è sempre meno basata sui riscontri empirici e sul discernimento consapevole». Di qui la «forte responsabilità dei mezzi di informazione sul modo in cui si informa il cittadino». Perché prevalga «il principio di realtà».

Il 97% degli italiani si informa utilizzando il mezzo televisivo, «in tutte le sue modalità».  Scorporando il dato, si scopre che la visione di un telegiornale – la cui durata media, per servizio, è intorno al minuto –  è di gran lunga preferita tra gli “over 65”, mentre i giovani si orientano di più sulla tv “on demand”.

«Aumenta la quantità di cittadini informati, ma si riduce drammaticamente la quota di cittadini consapevoli, dotati di discernimento»:

questo, per Pagnoncelli, “il vero problema” con cui si deve fare i conti. Quasi due italiani su tre ascoltano la radio tradizionale, mentre i giornali cartacei sono passati dal 67% del 2007 al 40,5% del 2015, con un calo inesorabile e progressivo. Perfino la “free press” registra una contrazione molto significativa: dal 35% al 9,6%. I settimanali, infine, sono passati dal 40,3% del 2007 al 20,7%: ciò vuol dire che sono letti da poco più di un quarto degli italiani. «La stampa – ha commentato Pagnoncelli – sta soffrendo in termini economici: si riduce il “digital divide”, ma aumentano le persone che hanno perso il rapporto “press divide” con la carta stampata, in particolare tra i giovani».

Per essere ancora più chiari: il calo della stampa, per il presidente dell’Ipsos, è «un trend inarrestabile». In questo panorama, «è indiscutibile che i settimanali cattolici abbiano una posizione unica, distintiva, ma è difficile immaginare di avere una rendita di posizione». «Autorevolezza e qualità editoriale»: sono questi, per il relatore, i requisiti da valorizzare, in un quadro mediatico «in cui c’è una flessione generale per due ordini di motivi: il cambiamento della dieta mediatica degli italiani e l’assenza di un ricambio generazionale sia per quanto riguarda l’accesso ai media, sia in termini di dinamiche demografiche». «Paradossalmente», però, «cresce la domanda di comprensione dei fenomeni», ambito nel quale «le tecnologie possono favorire il ricambio generazionale, ma non riequilibrarlo del tutto».

«Essere massa critica»: questo il ruolo assegnato da Pagnoncelli ai settimanali, senza «rincorrere altri mezzi». Per il presidente dell’Ipsos, «è tempo forse di fare scelte più coraggiose, che vadano a valorizzare la specificità dei mezzi. È vero che si dedica meno tempo alla lettura, ma non si può rinunciare alla funzione specifica della stampa».

«Chi entra in un portale quotidiano e settimanale si porta a casa le notizie che gli interessano di più in quel momento, ma non è detto che sappia contestualizzare e gerarchizzare. Il recupero di questa funzione può essere una via d’uscita per la stampa in difficoltà».

A quest’ultima, e dunque anche ai settimanali cattolici, Pagnoncelli assegna «un ruolo più opinionale»: i settimanali devono «aiutare il discernimento, aiutare a interpretare i fenomeni, a favorire lo scambio, a evitare che prevalgano sempre le percezioni sulla realtà». Altro imperativo per la carta stampata: «rinunciare alla logica dell’audience, quella per cui è sull’emozione che si muovono i comportamenti».

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