L’Infinito è un capolavoro perché cela la percezione del mistero eterno

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di Marco Testi

E così l’Infinito se ne va dalle Marche, almeno per un po’. Forse fin quando la terra non smetterà di essere quella che era per il giovane coltissimo ventunenne, ovvero madre e matrigna. In questo caso un po’ più vicina alla seconda, ma Leopardi non poteva sapere che l’uomo avrebbe attentato alla salute dell’anziana madre immettendo nell’aria veleni che ci vorranno secoli per smaltire, riscaldandole oltre misura l’aria che lei e i suoi figli devono respirare, contribuendo a cambiare il naturale ciclo delle stagioni e portando allo scioglimento dei ghiacci. Questo Giacomo non poteva immaginarlo anche se nella Ginestra se l’era presa con quelli che pensavano di essere i cantori della magnifiche sorti e progressive di quella talvolta ingrata umanità.

Il manoscritto originale dell’Infinito va via dal palazzo del Governo di Visso, danneggiato già dal terremoto del 24 agosto, per essere accolto per il momento a Bologna (leggi l’articolo), assieme ad altre carte originali leopardiane, tra cui anche un altro idillio, “La sera del dì di festa”. Anche se è proprio L’Infinito ad essere diventato il Leopardi per antonomasia, un Leopardi in cui l’attesa era già la festa. Lo scolastico passare da un pessimismo storico ad uno cosmico dei libri di letteratura ha fatto ormai il suo erratico tempo. Nella “Ginestra”, all’inizio della quale, ma sono in pochi a ricordarlo, è riportato il passo giovanneo “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”, è possibile vedere uno spiraglio di salvezza nella fratellanza umana, e nelle disilluse ultime poesie di rinuncia all’amore erano già visibili i segni della ricostruzione attraverso le illusioni.

Il grande recanatese aveva compreso che l’illusione in sé è il veicolo di miglioramento e molla della vita stessa.

Solo chi è poco domestico delle umane cose poteva pensare che Leopardi potesse pensare che la non realizzazione delle speranze fosse un male. Tutt’altro. I sogni non si realizzano mai esattamente come l’uomo li crea. Sta all’uomo stesso accettare che la necessità si manifesti attraverso vie che noi non possiamo organizzare passo dopo passo. Ci mancherebbe, e sai che tedio. Lo stesso sensismo di Leopardi andrebbe preso in maniera meno meccanicistica e manichea: certamente il recanatese aveva di fronte a sé la nuda realtà, ma la sua lettura di questa realtà è circolare, persuasa che questa materiale vita è destinata ad una inesausta circolarità, al modo di una sua lettura, quella dell’Ecclesiaste: nella vita umana c’è un tempo per gioire e un tempo per soffrire, per cessare la vanità, destinata al tramonto, per capire che il mare non è mai pieno, nonostante i fiumi vi si versino incessantemente.

Non c’è un Leopardi pessimista storico e un Leopardi pessimista cosmico, c’è un uomo che ragiona che la testa e con il cuore, e che vede i segni, come Qoèlet, di una natura e come tale li interpreta, non come un assoluto anche oltre. Per questo L’Infinito è un capolavoro, perché cela in sé, in questa confessione di un giovane che sogna nuovi orizzonti, la percezione del mistero eterno e di un oltre che rimarrà sempre oltre, a prescindere dalle umane, e quindi finite e parziali, teorie sulla materia e i suoi derivati.

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