Nessuno poteva immaginare che la scaletta della serata sarebbe stata letteralmente stravolta nella forma, sebbene non nella sostanza. Ma, sebben le due violenti scosse che mercoledì 26 ottobre hanno gettato i Comuni del Maceratese nel panico dopo due mesi esatti dal terribile sisma che a fine estate ha devastato il Centro Italia, gli operatori pastorali della diocesi di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, assieme a numerosi parroci, non sono comunque voluti mancare al primo appuntamento che ha aperto il percorso formativo «Chiesa sinodale e ministeriale che testimonia la Carità». A relazionare è stato Luca Diotallevi, ternano di origine e professore di sociologia all’Università di Roma Tre, che è riuscito a raggiungere comunque Macerata (accompagnato dal vicario episcopale, don Egidio Tittarelli) nonostante il maltempo e gli improvvisi disagi causati in serata dal sisma.

«Dalla tristezza individualistica… all’entusiasmo di fare il bene». Ha tremato, pur essendo antisismica, l’Aula Sinodale, e hanno “vibrato” gli animi dei presenti ascoltando la dissertazione del sociologo, ricercatore, autore tra l’altro di numerosi testi ed esperto conoscitore degli stili di vita che animano il mondo giovanile e degli aspetti vocazionali legati alla formazione pastorale.

Lo ha introdotto, con una breve lectio, il vescovo diocesano Nazzareno Marconi, che conosce Diotallevi da tempo, affiancato da Mario Bettucci, direttore della Caritas Diocesana. Per entrambi, il compito di intrattenere la platea nel comprensibile ritardo che le delicate circostanze del caso hanno generato, con l’intento di spiegare, a partire dalla condivisione della Lettera di San Paolo ai Filippesi, il senso e la valenza di questo ciclo di appuntamenti – strutturati secondo il coordinamento dei tre Uffici diocesani della Carità, Catechesi e Liturgia – sullo «stile di una Chiesa sinodale», in cui «la carità di un cammino condiviso, l’unione nella fede e la compassione» possono aiutare a superare quell’individualismo che fa parte della nostra ordinaria quotidianità. Con un riferimento a quel I care («Mi interessa») espresso anni fa da don Milani, in cui si concretizza il passaggio dal «chiuso egoismo» al desiderio di un «coinvolgimento che ci spinge a farci prossimi». Come ci esorta, contestualmente, la prima Lettera pastorale di don Nazzareno (leggi Qui) incentrata sulla Carità.

Da sinistra: il vescovo Nazzareno Marconi, Luca Diotallevi e Mario Bettucci
Da sinistra: il vescovo Nazzareno Marconi, Luca Diotallevi e Mario Bettucci

Con la sua consueta schiettezza, il docente, riferendosi in più passaggi al testo della «Evangelii Gaudium» (così come alla «Gaudium et Spes») ha subito chiarito che l’incontro non avrebbe certo “risolto” il vulnus delle polemiche legate allo stato attuale della Chiesa o ai paragoni tra i diversi Pontificati. Semmai, in una chiave sociologica, attraverso «un discorso inevitabilmente parziale» ma con lo scopo di apporre un «tassello» ulteriore nel prospetto della formazione pastorale diocesana, si è cercato di rimarcare concetti delicati ma urgenti come «discernimento ecclesiale» o «dinamismo globale», in cui le reti commerciali ed un’economia sempre più fagocitante e omnicomprensiva rendono la «tristezza individualista» un rischio costante per il nostro credo.

img_5744Quindi, il richiamo al valore della «libertà» del «tempo», specialmente per le donne – «il mondo moderno, strutturalmente, produce più libertà, e la libertà costringe a compiere delle scelte per decidere come essere in ogni ambito» -, e alla necessità di discernere, appunto, «accostandoci alla fede con la consapevolezza che la società odierna, nella sua complessità, ci pone delle sfide impegnative, da accogliere alla luce del Mistero divino». In fondo, per affrontare «il realismo cristiano», ha sottolineato Luca Diotallevi, «basta seguire l’esempio dei santi, dei santi moderni, che ci raccontano come solo con la Parola di Dio possiamo capire cosa ci viene chiesto per attuare il progetto del Signore sulla nostra umanità».

“Provocando” con sana padronanza il pubblico durante il dibattito, il ricercatore ha ricordato che «l’autentico discernimento non consiste tanto nel pianificare “tattiche” quanto, piuttosto nel capire cosa di buono sta per sgorgare dalla realtà che siamo chiamati a sperimentare, intuendo e cogliendo quel positivo attraverso cui potersi coinvolgere e impegnare, senza nostalgie…». Un messaggio più che mai opportuno anche per la Diocesi maceratese, che con le Unità pastorali dovrà imparare a cimentarsi con nuove “prospettive” in termini di confronto e di dialogo costruttivo ed operoso.

Infine, forti del fatto che «abbiamo alle spalle una valida cassetta degli attrezzi lasciata in eredità dal Concilio Vaticano II», consci che «il Signore traccia sempre per noi una strada, l’importante è seguirlo», imparando ad «uscire» per «umanizzare» questo tempo, il ricercatore ha citato lo straordinario gesto di papa Benedetto XVI, che con la sua rinuncia ha sancito «la chiusura della fase confessionale del cristianesimo». Un esempio di umiltà e intelligenza al contempo, fondamentale per tutti noi cristiani «che se mediteremo meglio di essere graziati dal Padre forse riusciremo più facilmente a renderci testimoni di prossimità».

I prossimi appuntamenti in programma vedranno invece la presenza di: monsignor Luca Bressan, vicario episcopale della Chiesa di Milano, che mercoledì 23 novembre relazionerà sul tema «La Chiesa è una comunità che annuncia-celebra-testimonia la carità»; padre Giulio Michelini ofm, biblista della diocesi di Perugia, chiamato ad intervenire, il 14 dicembre, su «La carità dono di Dio»; don Paolo Asolan, pastoralista della diocesi di Treviso, relatore sul tema «Comunione e servizio nella vita ecclesiale» il 25 gennaio 2017.

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