Molto più che una favola. Le vicende di Pinocchio (leggi Qui le “puntate” precedenti) continuano a trasmetterci ben più di un messaggio. E stavolta scopriamo che…

13876519_1118541494877376_6493448019437216119_n-222x300*Dario Di Giosia

Il Grillo-parlante è una figura pedagogica specifica nella vita di Pinocchio. Non è un famigliare, e neanche un amico. Non è il frutto dell’immaginazione o una voce interiore. Il Grillo è un vero e proprio amico-formatore, un “filosofo paziente” che prende a cuore la causa del giovane. Lo stile della sua pedagogia, però, è stranamente fallimentare fino all’ultima pagina del libro. Rileggiamolo.

Il Grillo si presenta con una verità che è buona soltanto per il bambino che Pinocchio non vuole essere più: «Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori». La morale dell’obbedienza ai genitori va bene fino a quando il giovane non sente l’esigenza di avere una propria visione della vita, piuttosto che ripetere ancora uno schema già tracciato dalle scelte altrui. Il Grillo non asseconda Pinocchio in questa ricerca di un proprio stile, non coglie il nuovo che c’è in lui, la meravigliosa novità della persona che il bambino è chiamato a diventare da grande.

Il Grillo-parlante propone a Pinocchio solo dei doveri senz’anima: devi studiare, devi lavorare. Non lo interessa alle ragioni per studiare o lavorare, se non dicendo che lo si deve fare per vivere. La paura di finir male, così, non è per il burattino un’attrattiva valida. Certamente, il suo educatore avrebbe potuto far leva sugli interessi del giovane. Avrebbe potuto tirar fuori, da lui medesimo, le ragioni per impegnarsi. Pinocchio, infatti, dice: «Io mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere uccellini di nido». Non era questa un’occasione per invitare Pinocchio a conoscere meglio la natura di cui è innamorato? Quanti libri avrebbero potuto interessarlo, per sapere i nomi delle animali che tanto amava? Oppure quanti mestieri, a contatto con l’ambiente, avrebbe potuto stimare buoni per sé? Per non dire poi del fatto stesso di correre. Non era una premessa valida della voglia di fare sport? Il Grillo-parlante si concentra su una sola importante conquista: la responsabilità. Per essa resta schiacciato. Pinocchio lo schiaccia. Il Grillo fallisce.

Il Grillo-parlante propone a Pinocchio solo dei doveri senz’anima: devi studiare, devi lavorare. Non lo interessa alle ragioni per studiare o lavorare, se non dicendo che lo si deve fare per vivere. La paura di finir male, così, non è per il burattino un’attrattiva valida. Certamente, il suo educatore avrebbe potuto far leva sugli interessi del ragazzo…

Fallisce ma non molla. Il filosofo Grillo non è un novello Socrate, che tira fuori l’uomo da sé stesso educandolo. Però è capace di accompagnare, è un buon “pedagogo”. La sua presenza si fa più rarefatta, l’ombra del Grillo, la piccola luce, la voce leggera. Si limita a dare un consiglio. Rispettando le scelte del ragazzo-burattino, lo invita alla prudenza. Purtroppo, non trova altro suo argomento che, di nuovo, la paura del pericolo. Proprio ciò che Pinocchio sembra non temere affatto, anzi, la sfida lo eccita più della stasi. Perciò ribatte che, le sue, sono «le solite storie». Nessun rinforzo dal Grillo-parlante alla propensione imprenditoriale del giovane. C’era qualcosa di positivo nella sua voglia di aumentare la ricchezza, moltiplicare il numero dei zecchini avuti da Mangiafuoco. Forse si poteva offrire un’alternativa alla semina nel Campo dei miracoli proposta dal Gatto e la Volpe. Più che invitare a tornare indietro, si poteva mostrare a Pinocchio una strada più sicura per andare avanti.

Il ragazzo che non si emancipa resta un bambino dentro, incapace di scelta, incapace di autonomia. Il giovane lettore della favola può notare il rimorso di Pinocchio ogni volta che, strada facendo e ad ogni errore commesso, il burattino riflette che il Grillo-parlante aveva ragione. I suoi avvertimenti si sono puntualmente avverati. Tuttavia egli noterà anche che la determinazione del burattino è più interessante della paura del Grillo. Pinocchio lascia che il suo formatore lo rimproveri rigorosamente sugli sbagli commessi, ma il senso di colpa non lo aiuta ancora a crescere. I rimproveri del Grillo-medico lo smuovono dalla morte, lo guariscono dal torpore. Il burattino riprende vita ma non per rinunciare all’iniziativa. Un’adeguata formazione può ridurre gli eccessi di carattere, moderare la spinta pulsionale, gli istinti naturali, così come sviluppare le tendenze positive, indirizzare gli interessi. Su questi punti la favola tace.

I rimproveri del Grillo-medico guariscono Pinocchio dal torpore. Il burattino riprende vita ma non per rinunciare all’iniziativa. Un’adeguata formazione può ridurre gli eccessi di carattere, così come sviluppare le tendenze positive, indirizzare gli interessi. Su questi punti la favola tace

Manca la possibilità di tessere una storia. I suoi racconti Pinocchio li fa ad altre figure di riferimento. Il Grillo si mostra troppo rigido per essere ricercato come amico consolatore dei propri guai e promotore dei propri sogni. Eppure nella favola questi momenti non mancano. Più volte il burattino si racconta e cerca nella condivisione una chiarificazione al proprio vissuto. Quale persona non ha bisogno di essere capito, rincuorato, ascoltato nei propri bisogni e nei propri dolori. L’amicizia del Grillo per Pinocchio è indubitabile. Egli lo accoglie nella sua casa al termine delle sue disavventure. Questo il ragazzo-burattino lo sa. È un amico a cui chiedere scusa per averlo fatto soffrire dei propri eccessi. «Grillino mio», lo chiama alla fine. Certamente il Grillo ha offerto il suo contributo alla crescita di Pinocchio. Nel quadro complessivo è stato un compagno di viaggio importante.

Il vero protagonista, tuttavia, è il burattino. La paura degli avvenimenti vissuti certamente lo hanno cambiato. La fame, il pericolo di morte, i ladri, il serial killer, la disperazione che i suoi occhi hanno visto, e il suo cuore ha vissuto, non sono stati senza effetto sulla sua persona e la sua maturità. La paura e la sofferenza alla fine lo hanno educato e hanno lasciato un segno anche nel lettore. Il lieto fine poi lascia trasparire, più ancora, la bellezza dell’avventura, la possibilità di superare le difficoltà attraverso aiuti insperati, il fascino dell’esperienza rispetto alla vita da manuale. Pinocchio opta prepotentemente per la propria autoeducazione. Non il burattino però ma la favola. La favola porta il giovane lettore alla consapevolezza che nella vita si fanno scelte, che si è chiamati a discernere i consigli ricevuti, che vi sono molte difficoltà da superare, che ci saranno anche delle persone buone che aiuteranno, ma, la fatica deve farla lui stesso.

La storia porta il giovane lettore alla consapevolezza che nella vita si fanno scelte, che vi sono molte difficoltà da superare, che ci saranno anche delle persone buone che aiuteranno, ma, la fatica deve farla lui stesso

L’indomito Pinocchio esce vincente dalla storia come un nuotatore all’ultima bracciata, all’ultimo respiro. Il Grillo come il suo allenatore sfiancato. La testa di legno non ha risparmiato nessuna sofferenza al burattino. Così come accade per la testa di legno di ogni ragazzo o ragazza che cresce. Però, ce l’ha fatta. Questo è il significato ultimo. Ce la puoi fare! Non importa in quale condizione la strada ti ha portato. Se saprai fare le scelte giuste, non c’è pancia di pescecane che possa trattenerti!

E il Grillo? Il Grillo è destinato a fallire. Questo fa un educatore. Chi mai potrebbe aver pronti tutti gli attrezzi pedagogici, con una vita così poco prevedibile? Un Grillo fa quello che può, ma poiché ce l’ha messa tutta anche lui, merita stima e riconoscenza.

*Congregazione della Passione di Gesù Cristo

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