Eutanasia in Olanda, la «vittoria di Pirro» dei diritti soggettivi

Il commento alla proposta di legge che sta elaborando il Governo olandese sull’allargamento della legge a chi non è malato terminale

0
207

Del re Pirro si narra che dopo una vittoria militare abbia detto: un’altra vittoria come questa e sono sconfitto. Di vittorie di Pirro è piena la storia dell’umanità. Alcune senza conseguenze ma altre molto pericolose. Una di queste è la proposta di legge che sta elaborando il Governo olandese sull’allargamento della legge sull’eutanasia a chi non è malato terminale, a chi ha semplicemente deciso che è ora di mettere fine alla propria vita. Una sorta di suicidio assistito. Non si conoscono ancora i dettagli ma sono del tutto superflui. Sembrerebbe l’ennesima battaglia vinta dai sostenitori dell’allargamento dei diritti soggettivi: “Se sono io a deciderlo perché non posso farlo?”. Un nuovo passo verso la completa realizzazione della civiltà occidentale moderna, fondata sulle scelte soggettive e sull’autodeterminazione individuale. I prossimi passi potrebbero essere il riconoscimento della poligamia e del matrimonio tra uomini e animali. Ma non ci saranno nuove tappe o saranno soltanto simboliche perché quella del suicidio assistito sarà la vittoria di Pirro dell’autodeterminazione individuale, il punto di non ritorno del degrado assoluto.

È da qualche anno si parla di declino della cultura occidentale, di crisi del sistema liberal democratico, di morte del capitalismo occidentale. Ora la crisi sembra definitivamente terminata. Una situazione critica si supera con la guarigione del paziente o con la sua morte. La cultura occidentale moderna, il sistema economico capitalista di mercato che l’ha sorretta e il sistema dei democratico della moltiplicazione indiscriminata dei diritti soggettivi si comporta come un cadavere in putrefazione.

La morte volontaria, sin dai tempi di Socrate, è sempre stata un atto di ribellione nei confronti di un potere, anche interiore oltre che sociale, che opprime e da cui non si riesce a venirne fuori. Oppure un gesto di speranza per aprire orizzonti migliori, come il donare la propria vita per la salvezza dell’altro o morire per una causa, per un ideale, per testimoniare la propria fede. Scegliere di morire, invece, perché si è deciso che è ora, come massima espressione della volontà di potenza dell’io autosufficiente moderno ed emancipato è il massimo segno dell’autodistruzione, il paradosso di chi taglia il ramo in cui è seduto convinto che serva a salire più in alto. È la percezione che si è raggiunto il limite oltre il quale non c’è più nulla da fare.

Ho provato ad immaginare, lasciandomi guidare dalle scene post-apocalittiche di molti film che riempiono d’angoscia le nostre sale cinematografiche, le strutture sanitarie olandesi pronte a servire il fine vita di chi lo chiede: grandi sale d’attesa rigorosamente sterili, come le tuniche bianche dei ricchi signori canuti che le riempiono, accompagnati da sorridenti infermiere accondiscendenti, in un micro clima air conditioned, diretti verso la sala apposita nella quale riceveranno il trattamento di fine vita, sostenuti da una leggera musica new age per pianoforte.

Confrontatela con i suicidi di oggi, con i terroristi islamici cosparsi di tritolo, sporchi e cattivi, che urlano la grandezza di dio convinti (magari a torto ma poco importa) che il loro gesto sia necessario al futuro del loro popolo. Oppure confrontatele con i gesti eroici di coloro si immolano per la salvezza dalla povertà e dalla violenza politica dei propri cari, sfidando deserti, prigionie, condizioni inumane e naufragi. Credo che il confronto sia troppo sbilanciato dalla parte di questi ultimi per non vedere nella prima scena l’ultima sequenza prima dell’amaro “the end”.

Francesco Sandroni

Print Friendly

Comments

comments