Il presidente del Consiglio Matteo Renzi è alla Casa Bianca per la famosa cena di Stato, tra gli immensi orti e i gustosi agnolotti. Dall’altra parte del mondo, a Mosul, roccaforte dell’Isis, sono mezzo milione, secondo l’Unicef, i bambini che si risvegliano da giorni tra le bombe, ostaggi del potere e dei problemi geopolitici del mondo ancora a loro (fortunatamente) sconosciuti.

Da una parte Benigni che sorride con Barack, Agnese che brinda con Michelle, dall’altra intere famiglie che scappano senza acqua, cibo e cure. Non è populismo, non servono analisi geopolitiche o dichiarazioni da gruppi di destra, centro o sinistra, questo è ciò che sta accadendo e dunque… che cosa avrebbero da dichiarare?
Qualsiasi parola sarebbe inopportuna.

Questa è purtroppo la realtà, non è un spot politico o un thriller americano.
È una narrazione mediatica e spettacolarizzata ma solo in parte, perché ciò che ci viene mostrato da qualche parte del mondo sta accadendo davvero; un mondo interconnesso grazie al digitale, ma disconnesso culturalmente ed emotivamente. C’è grande empatia tra Renzi e Barack, ma quella comprensione e ascolto dell’Altro è necessaria anche a Mosul, i bambini vittime della violenza e dell’odio politico tra Stati non possono essere solo oggetto di analisi e letture politico-economiche.

Ai bambini di Mosul interessa poco per ora il Pil, le politiche di Bruxelles, i talks sul Referendum o i tweet di Draghi o della Merkel, ai bambini di Mosul interessa vivere, ascoltare musica e non il rumore delle urla e dei proiettili, interessa ritrovare e riabbracciare fratelli e genitori dispersi tra i cadaveri ed eserciti che avanzano e non nascondersi tra le macerie per sopravvivere.

C’è ancora nel mondo globalizzato chi “mangia” polvere e violenza e chi si siede a tavola tra insalata di zucca e braciole di manzo attraversando prima un lungo tappeto rosso.
I famosi “corridoi umanitari” sono ancora vuoti, i corridoi e i giardini della White House sono affollati, stracolmi. Questa volta non è possibile accusare i media di spettacolarizzazione, o meglio, si potrebbe ma cosi sarebbe troppo semplice e il problema non si risolverebbe affatto.
Il problema è ora umano, si anche di comunicazione, ma qui la tecnologia c’entra poco è più una questione di comunicazione umana, di comunicazione empatica e interculturale.

Ancora oggi nella società contemporanea, le relazioni si costruiscono solo tra potenti o tra deboli, tra ricchi o tra poveri, tra vittime o tra carnefici, a meno che non prevalgono interessi economici e politici. Ci sono sempre divisioni, gruppi di individui con caratteristiche differenti o anche soggetti esclusi senza ragione, non si è ancora capaci di negoziare e ascoltarci per il bene di noi tutti, amiamo (cosi sembra) le differenze e le disuguaglianze che poi diventano una scusa per iniziare un conflitto e sterminarci l’un l’altro. Si discute e si interviene solo dove “conviene”, seguendo la moneta e sempre meno il cuore, seguendo il profumo del potere e non le urla del dolore.

Dalle invasioni barbariche ad oggi, poco è cambiato a quanto pare. Chi può e chi se la sente, cittadini comuni e professionisti della comunicazione, hanno però oggi più che mai la responsabilità di denunciare e di raccontare gran voce ciò che succede all’interno di questo teatro-mondo vergognoso. E quei bambini che sono tra le bombe in realtà, non sono solo vittime ma il vero futuro, la vera ricchezza e l’esempio di speranza e pace per il mondo perché un giorno potranno ricostruire l’immagine e la vera definizione di guerra e pace, due concetti che hanno perso il loro vero significato e che ora sono comuni parole che rientrano esclusivamente nelle serie tv o nei videogiochi.

Chi non è stato invitato alla cena di Stato dunque, dica la sua e si faccia avanti, contribuisca in qualche modo a spingere l’uomo contemporaneo a riflettere perché il mondo contemporaneo… non può più avere due facce!
È una storia antica, letta e riletta… ma mai conclusa.

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