Don Luciano Paolucci Bedini
Don Luciano Paolucci Bedini, attuale rettore del Pontificio Seminario regionale marchigiano “Pio XI”

Dopo gli eventi dello scorso fine settimana, con l’inaugurazione, sabato 15 ottobre, della Mostra fotografica e filatelica agli Antichi Forni di Macerata (leggi qui l’articolo), il programma per le celebrazioni dei 100 anni dello scoutismo maceratese si arricchirà ulteriormente grazie alla presenza di padre Jacques Gagey, assistente generale della Conferenza internazionale dello scoutismo cattolico, e di don Luciano Paolucci Bedini, rettore del Pontificio Seminario regionale marchigiano “Pio XI”, già assistente regionale Agesci Marche. Entrambi saranno relatori, infatti, del convegno “I giovani e la fede: una grande possibilità di incontro nello scoutismo”, evento che avrà luogo domenica 23 ottobre, alle ore 21, presso l’Aula Sinodale della Domus San Giuliano di Macerata. Un’ulteriore opportunità per le nuove generazioni, ma non solo, per avvicinarsi e approfondire le possibilità offerte dal metodo scout, come spiega lo stesso don Luciano, intervistato per i media diocesani.

Don Luciano, qual è il suo legame con la città di Macerata e, ancora oggi, con lo scoutismo?
Amici, come alcuni sacerdoti, alcune famiglie, alcuni seminaristi, dato il mio ruolo di Rettore, oltre al rapporto col vescovo Nazzareno Marconi. Rispetto allo scoutismo, le persone con cui ho condiviso i momenti della formazione e della responsabilità di capo e di assistente regionale avuta negli anni passati.

Qual è la grande possibilità che può dare lo scoutismo ai giovani?
Mettere nelle loro mani la possibilità di spendere la propria vita per tutto ciò che è bene e che la rende bella, preziosa e feconda. Il metodo scout non pretende di “inculcare” qualcosa ai giovani, ma offre gli strumenti per diventare responsabili della loro vita. Il fondatore Baden-Powell diceva: «Guida tu la tua canoa». La vita è, appunto, la nostra canoa della quale siamo responsabili in prima persona.

Lo scoutismo insegna a essere responsabili della propria vita

Che valore assume la fede nel metodo scout?
Dobbiamo partire dal presupposto che lo scoutismo nasce in un contesto religioso, dove l’intento principale è far comprendere come la vita sia un dono del Signore, posto dentro un altro grande dono che è quello della creazione, da spendere nel servizio a Dio e nel servizio all’uomo. Forse ancora di più nel servizio al prossimo come servizio a Dio. Fondamentalmente, il metodo scout si pone nell’orizzonte della fede o, comunque, di una vita dedita su un orizzonte di fede.

Nello scoutismo la vita è posta al servizio del prossimo come servizio a Dio

Quali “antidoti” offre ai giovani rispetto alle difficoltà della società?
Essere responsabili della propria vita e iniziare a farlo facendosi compagni di altri, perché nello scoutismo tutto accade in quanto i più grandi si occupano dei più piccoli e questi crescono guardando i primi, oltre ad avere delle responsabilità verso i loro pari. Si tratta di un’esperienza di fraternità, di un camminare insieme, che già pone in maniera sana di fronte al mondo. Inoltre, l’inizio del percorso scout è impostato sul fare della propria vita un dono per gli altri: la preziosità della propria esistenza diventa fonte di felicità per il prossimo. Credo che questo sguardo della vita sia il più grande antidoto a tutto quello che purtroppo va verso altri orizzonti.

Il più grande antidoto è fare della propria vita un dono per gli altri

Può anticipare ulteriori tematiche rispetto al suo intervento di domenica?
In un momento in cui anche il contesto italiano della fede cattolica non è più omogeneo o unitario, anche nello scoutismo cattolico c’è bisogno di riprendere in mano la testimonianza degli adulti. Penso sia uno snodo fondamentale per ritornare a pensare che sono le persone adulte nella fede che possono testimoniare, accompagnare ed educare gli altri: con la loro esperienza di vita e come capi-educatori dell’Agesci.

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